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domenica 14 agosto 2011

Intervista al poeta Emanuele Marcuccio, a proposito del suo prossimo esordio drammaturgico


Cari artisti, associati e non,
tre giorni fa abbiamo intervistato il giovane autore Emanuele Marcuccio, poeta emergente al suo prossimo esordio drammaturgico, nonché neodirettore artistico – culturale della nostra associazione.
Nato a Palermo nel 1974, ha conseguito la maturità classica nel 1994. Scrive poesie dal 1990, nel marzo 2009 è uscita la sua prima raccolta di poesie Per una strada, SBC, Ravenna.
Nel giugno 2009 due sue poesie inedite sono state pubblicate nell’antologia Poesia e Vita, Rupe Mutevole, Bedonia (Pr). Nel marzo 2010 sono state pubblicate tre sue poesie inedite, nell'antologia Demokratika, Limina Mentis, Villasanta (MB).
 Dal 1990 sta scrivendo un poema drammatico, ambientato in Islanda. Dal 1991 ha scritto anche settanta aforismi, insieme a vari pensieri di argomento spirituale e a poesie di argomento religioso, tuttora inediti, tranne quattro aforismi, pubblicati a dicembre 2010 nell'Antologia del premio internazionale per l'aforisma Torino in Sintesi, edita dalle Edizioni Joker. Nel luglio 2010 ha ricevuto una menzione d'onore al I premio internazionale d'arte “Europclub” Messina – Taormina 2010; dal giugno 2010 è collaboratore editoriale per la pubblicazione di libri in collane di poesia, tra giugno e dicembre scorso ha presentato due autori, riuscendo così a far pubblicare due libri di poesie; dal 28/3/2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane editoriali di opere da lui curate.
Innanzitutto la ringraziamo per il tempo che vorrà dedicarci, per parlare del suo inedito poema drammatico e ci congratuliamo per le recenti nomine.
Ci parli del suo poema drammatico, come si intitola, quando è cominciato la sua scrittura?
Il mio inedito che, se tutto andrà bene, sarà il mio prossimo libro o sarà il terzo (ho in cantiere una seconda raccolta di poesie), si intitola Ingólfur Arnarson, ed è un poema drammatico in un proemio e cinque atti. Lo sto scrivendo fin dal 1990, non è in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell'Islanda, di argomento storico-fantastico. L'ambientazione è storica ma, la trama è di natura fantastica, l'unico personaggio storico-leggendario è Ingólfur, che non è neanche sicuro se sia mai esistito; gli altri personaggi sono frutto della mia fantasia, ricavandone i nomi dall’islandese, anche i cognomi sono immaginari e ricalcano stilemi che ricordano il norvegese…
Ci scusi, quindi lei parla islandese e norvegese?
No, assolutamente, non parlo né l’islandese, né il norvegese, semplicemente, mi sono documentato sui nomi e la pronuncia, ovviamente, gli indigeni, che si incontreranno dal secondo atto in poi, non hanno cognome e, anche la loro presenza è del tutto fantasiosa.
Ho anche creato una distinzione tra, i vichinghi, che chiamo “barbari”, in quanto non civilizzati ed i normanni civilizzati (i norreni), gli antichi colonizzatori dell’Islanda; non ho voluto impelagarmi con il paganesimo e tutte le sue conseguenze, infatti, ho immaginato i personaggi, contro ogni criterio storico, come dei pagani non credenti e per questo li chiamo “normanni” e non “vichinghi”, che, invece, sono pagani credenti, pirati e sanguinari violenti.
E come mai ha scelto di ambientare la sua opera teatrale proprio in Islanda, c’è qualche motivo in particolare?
È presto detto: mi sono innamorato dei meravigliosi paesaggi islandesi, pur non essendoci mai stato e vedendoli solo in fotografia, su un opuscolo turistico inglese, regalatomi in quinta ginnasiale, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato un poema drammatico, ambientato appunto in Islanda. In questo poema l'Islanda la chiamo sempre con l'antico e leggendario nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l'esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Massalia (l'odierna Marsiglia), vissuto intorno al IV secolo a.C., che scoprì l’isola, secondo la tradizione, durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a. C.
Ci ha detto che si tratta di un poema drammatico di argomento storico-fantastico, ci ha parlato di quanto c’è di fantastico ma, quanto c’è di storico?
Dunque, di storico c’è: la colonizzazione dell’Islanda con l’approdo all’attuale Reykjavík (870 – 874 d.C.), che significa baia del fumo, chiamata appunto così dall’Arnarson, per i numerosi fumi che fuoriuscivano dal terreno, dovuti all’attività dei geyser, allora sconosciuti. Approdo che ho immaginato avvenisse a bordo di un fantasioso e improbabile gran drakkar, dotato di ponte, stiva e coffa in cima all'albero della nave. Improbabile, proprio perché un drakkar, la tipica nave vichinga, non è stata mai dotata di stiva, ponte e tantomeno di coffa.
Storico è l'insediamento eremitico dei monaci irlandesi (i cosiddetti Papar ), venuti in Islanda fin dall'inizio del IX sec. d.C., storica è la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l'edilizia.
Tutto quello di cui ci narra è molto interessante, ci parli della genesi di questo poema, ha terminato la sua stesura?
No, di questo poema mi manca di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto, solo la mattina del 7 giugno 2010 ne ho scritto la trama; l'atto si estenderà e concluderà il poema in un'unica e ampia scena altamente drammatica, che sfocerà nella pace tanto sospirata, purtroppo conquistata a prezzo di sangue. Solo il 13 settembre 2010 ho iniziato la scrittura di questo quinto e conclusivo atto.
Qualcuno ha detto che mi sono imbarcato in un'impresa titanica e questa persona forse ha ragione e credo che, anche per l'amico musicista, che ne sta scrivendo le musiche di scena, sia la stessa cosa.
Anch'io, quando penso che ancora mi manchi di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto, ho paura ed ho quasi un senso di vertigine, paura di essermi spinto, forse, ben al di là delle mie forze creative, che Dio mi aiuti.
E pensate, un’amica pittrice mi ha detto che sarà orgogliosa di fare un dipinto per una copertina di un mio libro, al che ho pensato alla copertina del libro del mio poema drammatico.
A questo proposito il sito “freshwallpaper.eu” mi ha autorizzato ad utilizzare questa immagine a mia discrezione, come copertina del mio poema drammatico d'Islanda e l’amica pittrice ne creerà un dipinto.
Ecco il testo originale della mail, leggo: «Well you can use the image for your book cover for free, how you use it, its up to you. You can remove the watermark if you wish so (I prefer you won’y but it’s up to you). Good luck with your book.».
Ringrazio un amico poeta per la traduzione della mail, non conosco l’americano: «Puoi usare liberamente l'immagine come copertina del libro, come utilizzarla è a tua discrezione. Puoi rimuovere il watermark se vuoi (ma preferirei di no, comunque è a tua discrezione). Buona fortuna col tuo libro.».
Il mare abbraccia montagne, il dolore abbraccia la speranza, la speranza di commuovere cuori di pietra in un'alba d'amore, di pace e libertà.
Questa è la sintesi del messaggio che ho voluto lanciare con la scrittura degli oltre 2000 versi del poema (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto), di cui la predetta immagine va a costituire la sua perfetta sintesi immaginifica.
Attualmente lo sto digitando al PC, tempo permettendo, dal quaderno, vecchio di più di vent'anni e pieno zeppo di cancellature, il 7 giugno 2010 ho finito di digitare tutto il secondo atto, che si estende per 443 versi; il 12 novembre 2010 ho finito di digitare la seconda scena del terzo atto, sono arrivato a pag. 90 ma, su quel vecchio quaderno ho scritto fino a tutto il quarto atto.
Tra i personaggi troverete anche una voce (fuori scena), grazie alla quale ho voluto dar voce all’io narrante del poeta.
Sulla scorta dei grandi poemi epici del passato, non avrei potuto farne a meno.
Solo il primo atto, proemio compreso, consta di 725 versi.
Purtroppo, se in futuro e dopo la sospirata pubblicazione, me lo faranno rappresentare in teatro - che sogno! - sicuramente mi obbligheranno ad accettare dei tagli.
Pensate soltanto che, solo per leggere il primo atto, ci vogliono ca. ottanta minuti, pensate recitarlo con tutti gli attori e le pause adeguate, si arriverebbe a novanta minuti e siamo solo al primo atto.
Il secondo atto consta di 443 versi, il terzo atto attualmente consta di 656 versi, il quarto atto di 313 versi e, il quinto ed ultimo atto, come ho già ripetuto, lo devo ancora terminare di scrivere.
Facendo un conto molto approssimativo la sua durata totale si aggirerebbe intorno ai 270 minuti, ecco perché sono convinto che apporteranno dei tagli.
Ovviamente, nel libro non ci sarà alcun taglio, libro che non supererà le duecento pagine.
Ha già trovato una casa editrice interessata a pubblicarlo, ovviamente, quando lo avrà finalmente terminato?
Sì c'è già una casa editrice interessata a pubblicarlo fin dall’anno scorso e sta attendendo pazientemente; è molto raro che una casa editrice si interessi ad uno scritto, prima che il suo autore lo porti a termine e per di più se si tratta di un’opera teatrale di un autore emergente. Sono ancora più rare le case editrici che pubblicano opere teatrali di autori emergenti al loro esordio drammaturgico.
Spero vogliate essere i futuri lettori del mio prossimo libro e, spero, vogliate essere i futuri spettatori di quest'opera drammatica - che sogno! - quando un giorno verrà rappresentata.
Certamente, saremo i primi lettori e i primi spettatori di quest’opera drammatica, che riunirà in se stessa poesia, musica e dramma.
Ci parli dell’amico musicista che ne sta scrivendo le musiche di scena. Parliamo di musiche di scena in senso proprio o forse ne sta scrivendo un’opera lirica?
Assolutamente, sta scrivendo delle musiche di scena in senso proprio e non un'opera lirica o un musical, niente di tutto questo, anche se io amo l’opera, chissà, forse in futuro ci penserà un altro compositore!
L’amico musicista è un compositore che, solo dopo aver letto il proemio e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un monologo), ha deciso di scrivere le musiche di scena per questo mio poema drammatico. Attualmente sta scrivendo una prima bozza di pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti nel primo atto.
In quale altro modo potevo meglio ringraziare l’amico Emanuele, se non dedicandogli questa mia fatica?
D’altronde, come autore e attento ascoltatore, ho cercato e sto cercando di dargli dei consigli, che accetta e di cui mi ringrazia, come mi disse una volta, leggo: «… in fondo dovrò “vestire” una tua creatura, quindi, dovrai essere tu a scegliere l’abito più adatto, poi, ai colori e al modello umilmente ci penserò io.».
Spero che nessuno di voi lettori possa confondere le musiche di scena con l’opera lirica, che è una cosa ben diversa.
Comunque, per quel lettore che non sappia cosa siano delle musiche di scena e come meglio ci potrebbe insegnare l’amico musicista, cercherò di spiegarvelo io.
Le musiche di scena hanno la funzione di introdurre e di accompagnare l’azione teatrale sovrapponendosi alla recitazione come sottofondo, creando passaggi musicali fra una scena e l’altra oppure, commentando (anche come pezzo solistico e/o corale) l’azione drammatica, senza che mai gli attori impegnati in scena si mettano a cantare come in un’opera lirica o in un’operetta, o in un musical. Le musiche di scena possono essere eseguite anche in forma di concerto e al di fuori della rappresentazione teatrale, come composizione a sé stante, facendo, però, sempre menzione dell’opera teatrale per cui sono state scritte. Infatti, il titolo generale rimane quello dell’opera teatrale per cui sono state scritte.
Auspico che questa sarà per l’amico compositore la sua prima opera di ampio respiro, non i soliti piccoli pezzi musicali leggeri che finora ha composto, con tutto il rispetto per la musica leggera. Queste musiche costituiranno il suo esordio nella musica classica, nella musica colta tout court.
La cosa si fa sempre più interessante ma, ci dica qual è stata la cosa più difficile nello scrivere questo poema, premettendo che è sempre difficile scrivere un poema, richiede un impegno immane con una grande attenzione ai dettagli.
La cosa più difficile è stato e sarà darle uno stile il più unitario possibile, mi manca di darlo alle rimanenti otto scene del terzo atto e al quarto atto. A proposito, il terzo atto è quello più dinamico, quello con il maggior dispiegamento di masse attoriali, con l'intervento di ben tre cori di indigeni (due del villaggio di Ragnar ed uno del villaggio di Jón), per finire con un coro più esiguo (cinque elementi) di ubriachi che canticchiano con grasse risate una canzonaccia in stile popolare toscaneggiante, farcita di doppi sensi, completamente frutto della mia ispirazione; la caratterizzazione dei personaggi lo richiedeva, questa non potevo modernizzarla, non sarebbe stata più in stile popolare ed è anche in rima. Tuttavia, non troverete nessuna parolaccia, solo doppi sensi, si tratta sempre di un poema drammatico, ragion per cui, la caratterizzazione del linguaggio va adottata fino a un certo limite. È anche l’atto con il maggior numero di scene, ben dieci e con otto cambi di scena. Lo stesso ho fatto con il coro di pescatori dell’inizio del quarto atto, dove ho usato sempre uno stile toscaneggiante, proprio per caratterizzare le umili condizioni di questi personaggi.
Ma perché ha scelto di scrivere proprio un’opera teatrale, nella fattispecie un poema drammatico?
Non poteva “semplicemente” scrivere un romanzo o un dramma in prosa?
La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un poema drammatico per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta. Con la scrittura di questo poema non ho voluto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e - adesso scrivo – e sono passati più di vent’anni da quell’abbozzo in prosa del 1989 (perduto), del solo primo atto.
Preciso che, dapprima, ho abbozzato il solo primo atto in prosa, in seguito, dal 1990 l’ho trasposto in versi aggiungendo il proemio e proseguendo di seguito, senza prima abbozzare in prosa gli altri quattro atti. Anzi, tutto è nato dal primo atto, senza mai avere fin dall’inizio una visione generale del poema, cosicché solo alla fine della scrittura del primo atto ho concepito la trama del secondo atto e così di seguito alla fine dei successivi.
Ho trovato solo due esempi contemporanei di poema drammatico, uno in tre atti Nausicaa del 2002, del poeta siciliano Giuseppe Conte ed uno in un atto Il libro di Ipazia del 1978, di Mario Luzi, il grande poeta scomparso nel 2005; anche nella storia della letteratura il genere è stato frequentato poche volte: ricordiamo il Peer Gynt, del grande drammaturgo norvegese del XIX sec. Heryk Ibsen e il Manfred, del grande poeta del romanticismo inglese George Gordon Byron.
Proprio durante la lettura del Peer Gynt di Ibsen ho deciso di chiamare il mio scritto “Poema drammatico”, all’inizio lo chiamavo “Tragedia storico-fantasiosa” ma, le tragedie non hanno un lieto fine e io non vorrei farlo terminare in tragedia, così, ho deciso di cambiare e stavo terminando di scrivere il terzo atto. Il mio poema poteva concludersi anche con il solo primo atto ma, così, avrebbe avuto la meglio il dolore e invece è continuato con il secondo atto, con l'irruzione imprevedibile dell'amore. Farà la sua ricomparsa prepotentemente il dolore al terzo atto, ma tutto si concluderà nella pace, nell'amore, conquistato, purtroppo, a prezzo di sangue.
Lo sapevate?
Il grande scrittore, poeta e drammaturgo tedesco Johan Walfgang Goethe ha impiegato sessant'anni per scrivere il Faust (dal 1772 al 1831), dal primo frammento alla fine della seconda parte, praticamente una vita, morirà, infatti, nel 1832.
Per essere precisi, per la scrittura dei primi quattro atti ho impiegato poco più di dieci anni: dal 1989 (abbozzo in prosa del solo primo atto, che ho smarrito) al 18 giugno 2000; senza dimenticare che, ho dovuto interromperne la stesura tra il 2000 e il 2006 per ragioni indipendenti dalla mia volontà. Il resto, a partire dal settembre 2006, è stato un lavoro di modernizzazione, unitarietà di stile e digitazione al PC, quindi, sono quasi 20 anni in tutto.
La ringraziamo, signor direttore, per questa interessantissima conversazione, le auguriamo di terminare quanto prima la scrittura di un’opera teatrale di così ampio respiro ma, non abbia fretta, si prenda tutto il tempo necessario.
Io ringrazio voi e ringrazio tutto il Romantic Museum e soprattutto il presidente, per l’onore di questa nomina e per l’intervista.
Spero di terminarlo entro quest’anno e di pubblicarlo entro il prossimo, grazie infinite.

Lo Staff Ufficio Stampa

Intervista rilasciata dall'autore il 28 Marzo 2011

1 commento:

  1. D'accordo con il curatore della prefazione e con un filologo germanista, ho fatto qualche piccola modifica al mio poema d'Islanda...
    http://vetrinadelleemozioni.blogspot.com/2011/10/ingolf-arnarson-di-emanuele-marcuccio.html
    Grazie a tutti per l'apprezzamento! :)

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