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sabato 13 agosto 2011

La mia poetica di Emanuele Marcuccio


Scrivo poesie dal 1990 (per essere precisi, fin dal 1989 ho iniziato con dei primi esercizi di poesie, che non sono da pubblicare e non pubblicherò mai), nell’agosto del 2000 ne sono state pubblicate 22 presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico Spiragli ’47, nel marzo 2009 è uscita la mia raccolta di poesie, che ho intitolato Per una strada.
Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, finora, su 131 poesie, ho scritto solo tre poesie interamente in rima e in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.
La metrica e la rima sono solo due dei mezzi, non necessari, per pervenire alla forma della poesia.
La rima libera non spontanea l’ho utilizzata soltanto in una poesia e per puro sperimentalismo stilistico.

Nella mia poetica ci sono tre punti fermi: la spontaneità, la musicalità, la  scorrevolezza, la fluidità del verso.
Il mio ideale poetico si esprime nell’essere semplice ed allo stesso tempo profondo e, penso che sia cosa piuttosto difficile non utilizzando la rima. Cerco anche la musicalità del verso, cosa oltremodo difficile, se non si scrive in rima.
Quando uso dei termini un po’ antiquati, degli arcaismi, lo faccio unicamente per la loro insita musicalità, non perché io voglia servirmi di un linguaggio anacronistico. Nelle mie poesie alcune volte uso delle parole tronche (delle apocopi) come “cuor, cor, duol, dolor”, altre volte non le uso; di conseguenza, ogni mio verso, ogni mia parola non sono messi a caso, ma seguono un fine musicale, sono messi lì, proprio per una maggiore scorrevolezza nel ritmo. Ad esempio, nella poesia “Indifferenza” uso sia “duol”, sia “dolor” e, nella poesia “Là, dove il mare...”, il ritmo si alza e si abbassa, quasi ad imitare il flusso delle onde del mare, e quelle parole tronche (quelle apocopi) non le ho messe a caso, ma per mantenere questo ritmo e quel particolare suono.

Seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima fase è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi; quindi, mi metto subito a scrivere in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta (pensate che il grande poeta Giuseppe Ungaretti appuntava le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce) e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia con i vari aggiustamenti grammaticali e retorici, aggiungendo a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo” perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso che cerco, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea (come ha notato, nella prima recensione al mio libro e, successivamente, nel breve saggio critico, un critico letterario), senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. Metrica spontanea nel senso di lassa e non di strofa, che non potrà mai essere spontanea.
E, volendo essere più preciso, da ca. due anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno, ma faccio passare anche una settimana mettendo il foglio in mezzo al quaderno, come se volessi farla "decantare", anche se sono astemio.

Diverso è stato il caso della mia unica poesia scritta in rima non spontanea, in cui dapprima è arrivato il primo fuoco dell’ispirazione con i primi due o tre versi, successivamente mi sono dedicato alla ricerca della rima, unita al tipo particolare di rima (forse la più difficile, quella incatenata ma senza usare la metrica, quindi, rima assolutamente libera e non canonica), alla proprietà di linguaggio (quello dell’italiano antico, precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista) con l’applicazione delle figure retoriche più adatte.
Come vedete, in questo caso ci sono state tre fasi, e mi meraviglio che mi siano bastati soltanto due giorni; l’ho scritta mentre mi preparavo agli esami di maturità classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, come per un bisogno fisiologico.

Uso le figure retoriche e cerco di usarle in maniera spontanea, ho usato anche lo zeugma, che usa molto Dante. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, mi piace molto l’anafora e indulgo spesso all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità.

Alcune curiosità: una mia poesia dapprima l’ho scritta su uno scontrino della spesa, poiché, appunto, mi trovavo per strada, una poesia sulla propria ispirazione poetica. Proprio da questa poesia ho tratto il titolo della mia raccolta, pubblicata il 26 marzo 2009, dalla SBC Edizioni di Ravenna e, citando dalla prefazione che ho scritto io stesso (in caso contrario il mio libro non avrebbe avuto una prefazione)
“Con questa mia, apparentemente semplice poesia, scritta dapprima su un semplice scontrino, poiché mi trovavo per strada e non avevo null’altro su cui scrivere, ho cercato di esprimere proprio il processo misterioso della mia ispirazione poetica.
E pensare che, all’inizio non l’ho compreso nemmeno io il suo significato profondo.
Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, e invece, mi sono accorto, con mia grande sorpresa, che nascondevano il significato stesso della mia ispirazione furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i miei versi, che metto sulla carta, passa e vola via, e non si sa più dove mai sia”. Nel 2006 ne ho scritto anche una in piedi sull’autobus affollato, che è l’ultima delle poesie pubblicate nel libro.

Un caso a parte è la scrittura del mio poema drammatico d’Islanda, in cui non ho voluto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come faccio di solito con le mie poesie; diversamente la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono messo mai a tavolino e - adesso scrivo - sono passati più di vent’anni, da quell’abbozzo in prosa del solo primo atto (1989) alla sua stesura definitiva (mi manca di terminare di scrivere il quinto ed ultimo atto).
Proprio perché la poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla) e non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ho scelto il teatro e un poema drammatico per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.
http://www.facebook.com/note.php?note_id=411431553725

L'anima della poesia è la sintesi, non è la lunghezza dei versi che fa una poesia, ma il suo contenuto, la sua sostanza.
Pensate che, secondo il critico letterario Luciano Domenighini, "Dolore" (la poesia più breve che io abbia mai scritto e che consta di soli due versi), rappresenta il vertice letterario di tutta la raccolta Per una strada, come ha evidenziato nel breve saggio critico.
La poesia bisogna ascoltarla e non semplicemente leggerla, bisogna leggerla ad alta voce per sentirne la musicalità e la fluidità, soprattutto leggerla rispettando gli "a capo". Così, capiremo se l'"a capo" andava messo proprio lì o, se quel segno di interpunzione è corretto in quella posizione, o se quel verso va bene o va modificato. La poesia è ribelle alle regole della prosa e della sintassi in genere, ribelle anche ai segni d'interpunzione, le pause della poesia non sono le pause della prosa.
Come scrivo nella prefazione alla mia raccolta Per una strada  
"La poesia non bisogna semplicemente leggerla, ma sentirla, ascoltarla; non nel senso di ascoltare una recita, ma leggerla con il cuore, interiorizzarla, farla propria, renderla partecipe delle proprie emozioni.
Le sue interpretazioni non si esauriscono in una sola, non sarebbe più poesia, ma della prosa travestita di versi con degli “a capo” dati a caso.
Non è necessaria la metrica e la rima per fare poesia, ma basta un certo accostamento di parole, di frasi e di suoni, aperti alle molteplici interpretazioni; bisogna anche che il poeta metta del suo, anche se in maniera trasfigurata.
Il difficile è saper disporre il tutto in una maniera tale per far sì che, chi legga o ne ascolti una recita, senta la poesia.".

La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a portare allo scoperto l’anima, come scrivo in una mia poesia “l’obliato proprio sé fanciullo”, la poesia è anima che si fa parola. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario, fa sì che l’oggi non si perpetui nello ieri e, in qualche maniera, contribuisce a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri.
 
La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore.
La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emozione e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni, ma deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare.
La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima.
 
Come ho scritto sopra,  la narrativa e la prosa in genere, preferisco leggerla e non scriverla ma, anche nella prosa possiamo trovare poesia. Anzi, la poesia, nella sua accezione più ampia, non è specificatamente legata ai versi ma all’arte in genere, quindi, anche alla musica, sia classica che leggera. La poesia è ciò che si avvicina di più alla musica, citando un mio aforisma, il n. 36, “Penso che la musica sia la forma di espressione umana più alta e superiore a tutte le arti, anche alla poesia. Grazie alla musica, nella sua grandezza e profondità, possiamo arrivare persino ad intuire l’universo”. Ovviamente, mi riferisco alla musica, nella sua grandezza e profondità, non certo a musica da semplice intrattenimento; mi riferisco a musica con la “M” maiuscola. E, citando dalla prefazione al mio Per una strada
“La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani.

Se invece vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti, a patto che sia musica con la “M” maiuscola.
Ecco perché musicare una poesia è qualcosa che supera ogni immaginazione”.
Quanta poesia possiamo scorgere ad esempio in una canzone di Battisti o in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin!
O quanta poesia possiamo trovare ad esempio nella Gioconda di Leonardo o nella Pietà di Michelangelo!

La poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione, come ad esempio l’uso dei vari termini e verbi indecorosi, espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione.
Non si potrà mai dare una definizione definitiva di poesia ma solo innumerevoli interpretazioni, lo stesso verbo “definire” vuole tracciare dei confini ma, la poesia non ha confini, il suo spirito vivrà sempre e la sua voce cavalcherà i millenni.
 
E Picasso, a proposito della pittura ha scritto: «La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto». Infatti, un poeta non è mai mero cronista di ciò che attentamente osserva, non è mai impersonale messaggero, bensì è interprete soggettivo, che ri-crea, trasforma, trasfigura sogni, storie, emozioni.
E, come scrivo in un altro mio aforisma, il n. 25: «Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento». Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

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