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sabato 27 agosto 2011

'PAGINE SENZA BORDI' l'Opera Poetica di Federico Montanari - Aletti Editore

L'Opera è ordinabile in libreria o dal sito internet Aletti Editore
pg 188
Codice ISBN 978-88-6498-613-5
Prefazione a cura di


Un poeta deve far crescere nella gente la voglia di vivere, vivere luoghi, estranei, amori, dolori compresi. La poesia non deve dare sovrappensiero, timore, preoccupazione. La poesia deve essere prima di tutto una festa della potenza e dello sconfinamento. Voglio aumentare i modi di vedere le cose, dare un'idea insospettata di ciò che può essere l'uomo e di quali bellezze può trovare in sè. Voglio mostrare che la nostra delicatezza, sensibilità, è una fonte di ricchezza.
La poesia buona sa essere un battesimo ogni giorno. La poesia è sempre celebrativa, e sempre omaggia una realtà, la bellezza di un'inquietudine, di una rabbia. Senza questa coscienza di bellezza, l'uomo non farà che perdere l'amore per sè stesso, paventando in sè solo ombre; comprendendo meno sè, l'altro, e le soluzioni. Scrivere per esprimermi, e quindi, per proteggere me, la comprensione, la bellezza, i lati coraggiosi nella pioggia, la dolcezza addolcente, la spinta all'affetto incondizionato, al fascino oscuro, allo spirito d'avventura della curiosità che si divincola dalla statua dell'orgoglio che frena la verità e la maturazione; scrivere per propagandare questi e le stelle marine d'appuntare allo sguardo che riflette panorami. Scrivo perché sento la mortalità cingermi, col suo frinire rauco e assediante rendendomi acceso e irradiante.
Se l'uomo oggi cerca sè stesso, è raro compia questo viaggio sulle ali dell'entusiasmo ma provocato da angosce, situazioni da riordinare, nebbie che vogliono risposte per essere annullate e chiarificare il sentiero, perché alle strette.
 Il mio intento è un rafforzamento  dell'essere e inibizione della sua inibizione, un arricchimento paesaggistico e di profondità. Voglio farti piacere ciò che non credi e darti un riempitivo che neppure sospetti. Abbattere la paura che l'uomo ha della sua interiorità, la paura della luce. L'inchiostro più avanti vorrebbe evidenziare gli innumerevoli modi di osservare le cose, vorrebbe rendere la vita affascinante, vorrebbe evolvere l'arguzia, l'immaginazione, necessaria al dubbio e alla saggezza. Mi preme fare interessare l'uomo all'uomo.
Se in certe pagine voglio evolvere delicatezza devo cercare anche di trasferire forza per sostenerla. Devo esprimere una contagiosa forza o la delicatezza diviene fragilità troppo problematica e peso morto. Chi scrive si prende una responsabilità, una responsabilità di intervenire nell'intimo. Al tempo stesso ho paura come d'infettarti con un vaccino. Riuscire con le briciole zuccherate del verso a riportare l'uomo in contatto con se stesso, con le sue capacità comprensive, percettive,di potenza, con la sua cascata interiore. Mostrando non solo la luce ma fare vedere il buio, nell'eterna incompiutezza della nostra coscienza. L'uomo ha bisogno di chiarezza che gli faccia vedere dove e come vive il mistero. Questo libro, ambizioso eccessivo, vuole riesumare sepolte potenzialità spirituali. Voglio un libro che insegni la delicatezza, la finezza percettiva - nel sentire, nel porsi, nel pensare e affermare - e che impegni e dia habitat a tale delicatezza sovversiva e finezza. E' come un urto necessario, a molti darò fastidio, forse tutti abbiamo certi pensieri che non esprimiamo per paura di sembrare "strani", ma come diceva Kurt Cobain "preferisco essere odiato per ciò che sono che amato per ciò che non sono".
Ho cercato di diluire un'atmosfera di distensione e quiete con un'atmosfera di riconciliazione con se stessi, carente fuori di qui, in una tensione d'affinamento. Ho cercato di formare un luogo dove poter riversare la propria sensibilità, umiltà, dubbio, paura, una sorta di rifugio dove chiunque può trovarsi, sentirsi compreso e condiviso; un luogo isolato dove l'uomo non si senta nient'altro che l'uomo.
Questo non è un libro triste, qualunque cosa vi sia scritta. Questo è un libro di slancio, di devota agitazione, d'azzardo creativo, di caparbia e inondazione richiesta e coltivata; questo vorrebbe essere un libro d'essere.

Questo libro "è tutt'al più come un dito che indica la luna. Per favore, non scambiate il dito per la luna e non fissate il vostro sguardo più intenso sul dito, perdendovi così la bella visione del cielo. Dopotutto, l'utilità di un dito sta nell'indicare lontano da sé la luce che illumina il dito e tutto il resto". E qui ho citato parole di Bruce Lee. Quindi pagine come influenza nella vita, nel percepire, diagnosticare, volere, osservare, volto a un grado maggioritario.
Devo cercare di far provare l'ebbrezza della notte, dell'onda come direbbe Neruda. L'ebbrezza di perseguire la verità o l'affettività, devo cercare di far provare sensazioni di assoluto, per far si che l'uomo trovi almeno un grammo di fascino motivante anche quando le cose non vanno, per far si che l'uomo vadi verso se stesso e ami se stesso, che confonda positivamente la relazione con se stesso come potenziale spazio di appagamento e fagociti più profondamente il dialogo con l'altro. Per far si che l'uomo trovi il gusto della propria individualità che apre spazi immensi e il gusto gratuito per perseguire la verità e di conseguenza il giusto.
Questo libro non può essere solo un rifugio. Non si chiamerebbe pagine senza bordi.

Qui ripongo una piccola somma disordinata delle tante poesie scritte negli ultimi anni. Questa è la mia eterna giovinezza, il mio continuo inizio, il mio volo e la mia distruzione. Il mio migliore amico e Giuda. Un zoppicante riflesso del mio spirito e del mio cuore che costantemente producono e sono in derivazione prodotti dal circostante.
Il libro non possiede un argomento principale ma ora che rileggo mi brilla il distacco, l'io altrove, il mio io clandestino in altri io ma che non mi dà memoria. La perdita dolente dell'io, l'io sfumato in altri io, l'io come folle carta da parati, l'io che più si amplifica, si allontana nelle follie di altri destini che fuggitivi non conoscerò, l'io che più s'ingrandisce più s'assottiglia. L'io bambola per il terzo mondo degli sguardi dolci e trafitti e logorati, l'io crocefisso nell'azzurro impalpabile, l'io senza tetto, l'io pieno di gioventù e senza bussola, l'io che mi parla nella brezza notturna e dice che non tornerà. Il dolente romanticismo dell'io esiliato dall'io, l'io desolato per problemi di salute, con periodi di obbligata solitudine, e che incrementa tale solitudine coltivando la sua singolarità ritrovandosi come un mare d'inverno.
Mi viene in mente una frase di Otto Rank discepolo di Freud "L'amore che annulla il nostro io". Ma non voglio sottolineare nessun eroismo; vedo la cosa come una determinazione psichica soggettiva, per sganciarmi da quell'ombra del nulla da cui tutti cerchiamo di divincolarci. E davanti a questo io che si sfuma mi chiedo: è da qui che viene il vero scrivere? Le vere domande etiche? (la cui etica non è altro che lo sfociare della conoscenza. Quindi tutta la conoscenza è etica. E l'etica è l'organizzazione colma della conoscenza).
Dall'io che si perde viene il mio vero scrivere. E mi viene in mente una frase nel libro della Yourcenar, "Memorie di Adriano", dove Adriano stesso dice: "Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo". Frase al primo istante che mi pare avventata, eccessiva autorichiesta, dalla dignità autolesionista. Ma in un secondo momento, spenta la prima impressione non mi pare altro che giusta e "normale". Sento la parola sconfinamento come sinonimo di vita. E mi sta bene.  

Opera 'PAGINE SENZA BORDI' e Prefazione a cura di Federico Montanari




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