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mercoledì 28 settembre 2011

IL CANTAPOESIE - PIETRO BRESCIA - Intervista a cura di Marco Nuzzo per Vetrina delle Emozioni

Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Pietro Brescia (Il Cantapoesie), cantante, ma anche fisioterapista e coordinatore di riabilitazione motoria e cardiologica.

MN: Quando e come nasce il tuo desiderio di amalgamare scrittura, musica e teatro, trasponendo la tua arte ai fini della riabilitazione?


Pietro Brescia
PB: Il cantapoesie project nasce 4 anni fa da un incontro con un poeta-pittore , amico-fratello Antonio Brescia. Da una sua provocazione sono nati due spettacoli teatrali da me diretti dal titolo Poesia&riabilitazione, proprio perché un poeta e un riabilitatore lo desideravano. Miracolosamente misi insieme un gruppo straordinario di persone, quella che io chiamai Carovana Esistenziale, la vita sul palco tra suoni e parole. Un cieco campione del mondo di tiro con l’arco, un uomo in carrozzina con una grave malattia genetica (un guerriero), una coppia di gay di cui uno travestito, poi un’altra cieca (mia sorella) e il suo cane guida, un sassofonista di 16 anni incredibile, una bambina figlia dell’uomo in carrozzina, una ragazza  sui generis, ed altre persone particolari tra cui un percussionista che sembra uscito da una favola, una sorta di gnomo bellissimo. Raccontarlo sembra una favola. Invece, tutta realtà. Dopo i due spettacoli  è nato il desiderio di cercare un cantapoesie, un menestrello dei nostri tempi, quello che io oggi chiamo in un mio testo, l’arciere Esistenziale, un menestrello multimediale, un gladiatore.
Dopo vari tentativi con musicisti anche bravi ma con poco interesse per il faticoso e pionieristico progetto , ho deciso di fare tutto da me seppur né musicista né cantante. Ho comprato una chitarra e ho iniziato a dialogare con la poesia, ad immergermi nell’inchiostro, a danzare con le parole e a creare videoclip per avvicinare le persone ad un certo tipo di messaggio. Racconto la realtà vista con gli occhi di tutti, il mio urlo e anche l’urlo di tanti. Cerco di uscire fuori da me stesso per non cadere nella soggettività della vita ma di raccontarla attraverso gli occhi dei bambini, dei disabili, dei poveri, degli artisti, delle donne, degli uomini, della natura, degli animali, per quanto umanamente possibile. Non ho un genere musicale ma posso spaziare ovunque, tutti i ritmi del mondo sono dentro di me. Dal pop alla classica, al blues, al jazz, ecc.

L’arte come ausilio alla riabilitazione è ormai riconosciuta in tante realtà, in Italia sempre con ritardo e grande fatica. Ho creato anche un congresso in clinica che parlava di questo, dell’empatia, della musica, della teatralità che ogni operatore deve avere dentro di sé. Ovviamente ho avuto delle difficoltà a dialogare con i colleghi medici, psicologi, ecc, seppur sostenuto dalla testimonianza documentata di oltre 30 pazienti con cui ho interagito. La tecnica da sola non basta. Curiamo uomini non macchine, con un vissuto, una sensibilità una personalità, una unicità. Spesso leggo poesie a lavoro, canticchio e faccio cantare, ballare. Ho anche creato un brano che faccio ascoltare ai miei pazienti, che parla dello sforzo che ognuno di noi può fare pur rotto e acciaccato per abbellire la vita. (SFORZATI).

Marco Nuzzo
MN: Cosa vuol dire, per te, musicare in versi e, cosa non deve mai mancare nella tua arte?
PB: Nell’arte non deve mai mancare la passione, l’onestà intellettuale, la libertà. Per me musicare, anche se è più corretto parlare di trasposizione melodica, significa poter sentire il respiro del mondo.

MN: Quanti e quali sono i passaggi di lavorazione lungo i quali deve passare una tua opera affinché possa dirsi finita?
PB: Un opera non finisce mai, ma decidi che deve concludersi.
In genere, quando non ho più bisogno di leggere una poesia e sento che si è fusa con la musica e la mia voce, significa, bella o brutta che sia, che è conclusa. Come una gravidanza che si conclude con il mettere al mondo una nuova vita.  Sono come figli per cui vanno amati a prescindere dal loro “aspetto”.

MN: Utilizzi uno stile musicale in particolare, delle rime o dei ritornelli nelle tue trasposizioni melodiche di poesia o ritieni che il verso debba essere libero da costrizioni, affinché lo si possa adattare meglio a una musica?
PB: Non uso uno stile particolare, il cantapoesie è il mio stile. Utilizzo tutti i suoni e i ritmi che esistono e mi sento molto libero nella creazione. In genere è la poesia che mi spinge verso la melodia, come se esistesse già nelle parole. Se è necessario aggiungo una parola, uno slogan, un sussurro, delle urla, un pianto, una risata. Il titolo che diventa il ritornello o una frase che mi colpisce. Non ho regole, ogni creazione è un’opera a sé.
Se non fossi così libero non potrei creare su una creazione. È come una danza, non è un accompagnamento musicale, per questo è più corretto parlare di trasposizione melodica.

MN: Nelle opere da te musicate compare sempre un messaggio, un riferimento di speranza, un incitamento allo sforzo, quasi un inno alla vita, a non arrendersi mai affinché la mente e lo spirito prevalgano sul corpo. Ce ne parleresti più approfonditamente?
PB: Sì, è vero, ogni poesia è come fosse un inno che tocca tutti gli aspetti della vita. Ho fatto parlare il mare, ho parlato al mare, ho fatto parlare i disabili, i pazienti, i poveri, i bambini, gli orfani.
In questo senso mi sento un cronista, ma senza voler essere né moralista né colui che ha la verità in mano, mi riabilito anche io con la poesia in quanto sciocco e imperfetto come tanti. La mia voce è la voce di tanti e della natura. Il mio dolore è il dolore del mondo.

MN: Lavorare in ambiti come il tuo può essere un modo di fare sempre nuove esperienze, dando tanto, ma ricevendo anche di più, dai propri pazienti. C'è o ci sono delle esperienze in particolare che ti sono rimaste nel cuore, per le quali hai avvertito espressamente che il tuo fosse più di un lavoro?
PB: Per quanto riguarda il mio lavoro di fisioterapista, io non mi sento un eletto perché curo i malati. Tutti i lavori sono importanti e non è la professione il cardine ma come si fa il proprio lavoro. Per me non c’è differenza tra un operatore ecologico e un chirurgo. Se le strada è sporca si vive male, ci si ammala e si muore. Se il chirurgo è pessimo, non si guarisce o si muore. La differenza lo fa l’amore che mettiamo nel fare il nostro lavoro. Io non avrei voluto fare il fisioterapista, ma faccio in modo che mi piaccia e lo faccio a modo mio. È l’armonia dell’umanità che crea una società vivibile. Un pessimo architetto è peggio di un modesto idraulico. Distrugge il paesaggio, la natura, fa crollare palazzi se corrotto e incapace. Non parliamo dei politici altrimenti vomito sul pc. La gente deve abituarsi a ragionare in questi termini non ad avere imbarazzo verso certe professioni che spesso approfittano del potere per arricchirsi e far del male. Gli artisti da sempre sono maltrattati, emarginati, eppure hanno un ruolo importantissimo. Non mi riferisco ovviamente alle star o ai prodotti televisivi. Se nel lavoro non ci si mette passione, amore, diventa una catena al piede, un carcere, un cartellino da timbrare al più presto possibile, a chi ha la fortuna di averlo.

MN: Sono perfettamente d'accordo con le tue parole. Hai collaborato con un poeta al tuo progetto, andando dunque oltre la tua arte musicale, formando a tal fine un progetto poliedrico che racchiude musica, poesia e teatro, il tutto legato alla scienza.
PB: L’arte è anche scienza, matematica, letteratura, racchiude tutto quando è assoluta.


MN: Cosa pensi del panorama culturale del Paese, in generale?
PB: L’Italia è in declino inesorabile e l’arte non viene assolutamente considerata, anzi, la stiamo distruggendo dando spazio a prodotti commerciali e privi di cultura. Io penso che ci siano in giro bravi artisti ma fanno fatica ad emergere e se non fosse per internet probabilmente non esisterei neanche io, pessimo come sono quale artista, ma pioniere di un qualcosa che forse in futuro, se ci sarà, trascinerà bravi e migliori cantapoesie.

MN: Hai delle preferenze musicali? E riguardo alla lettura e alla scrittura? Preferisci la poesia o la prosa?
PB: Per quanto riguarda le mie preferenze musicali, amo tutti i generi  i grandi menestrelli del passato, da Modugno a De Andrè e tanti altri, anche stranieri. Adoro il Bolero di Ravel e come se lo avessi scritto io. (Ride). La Quinta e la Nona di Beethoven mi tolgono il respiro. Poi ascolto anche pop e altro. Mi piace spaziare e trovare cose interessanti anche nella musica leggera e anche in suoni moderni. Io penso che ogni genere musicale possa regalare emozioni e riflessioni se fatto con struggente passione e conoscenza oltre che con il talento e se riesce anche a cambiare qualcuno o qualcosa, è arte in movimento,  geniale creazione. «Quando ascolto il Bolero è come se rinascessi». Preferisco le cose che mi stravolgono, che scatenano sensazioni profonde, non solo cutanee. Non importa che sia prosa o poesia. La differenza non è tra un genere musicale o letterario, tra una scultura classica o moderna, tra un quadro del '300 piuttosto che del '900, ma come è fatta. Anche il cibo diventa un'arte quando il cuoco è anche un creatore. È il senso estetico che decide e che andrebbe insegnato nelle scuole. Io amo il vino quando è buono. Per cui per me è difficile dirti cosa mi piace di più o di meno. Posso dirti che uno dei più grandi poeti è stato Gesù per cui le sue Parabole restano uno dei libri più belli mai stati scritti.

MN: Quali sono i libri che non leggeresti mai e perché?
PB: I libri che non leggerò mai? Quelli che si scrivono solo per fare soldi, quelli che non raccontano nulla ma solo quello che la gente vuol sentire. Ma evito di fare nomi anche perché non mi basterebbero cento pagine.

MN: C'è un'opera teatrale, una poesia o un libro che ti sono rimasti particolarmente nel cuore? Perché?
PB: L'ultimo libro che ho letto è La vita di Don Gallo che perlomeno ha qualcosa da raccontare, in testa Denaro dello psichiatra Andreoli che mi sta simpatico perché come me si definisce un “pessimista attivo”. Un libro che mi è rimasto in mente da sempre è Il  gabbiano Jonathan Livingston che mi porto dietro da 30 anni, perché trovo una forte analogia tra la mia personalità e quel gabbiano. Poi ci sono tanti altri libri interessanti che hanno segnato il mio cammino come Siddharta di Hermann Hesse e tanti altri. Stessa cosa dicasi per le opere teatrali. Mi ricordo L’uomo dal fiore in bocca che mi ha lasciato un ricordo interessante e altri come la Traviata, ecc.

MN: Ci anticiperesti qualcosa riguardo ai tuoi prossimi progetti?
PB: I miei prossimi progetti? E chi lo sa? Vivo alla giornata, non essendo un artista famoso e quindi povero, faccio quello che posso con i pochi mezzi che ho. Spero di fare altri spettacoli in Puglia e in Piemonte e anche altrove se potrò, come al solito, a favore di associazioni culturali o che si occupano del disagio sociale. Mi hanno chiesto di fare un inno per la squadra di calcio della mia città di origine in cui ho vissuto 33 anni, Monopoli. È già nella mia testa insieme ad un bel testo che ha scritto per me mio fratello.
È una bella sfida far entrare l’arte in uno stadio. Arrangiare mi costa sempre molto. Io non ho un gruppo musicale, ma pago i musicisti con cui lavoro quando creo una melodia e ho nella testa l’opera già pronta come in questo caso. Vedrò cosa posso fare. In futuro mi piacerebbe fare un musical, forse anche altro, ma non mi sbilancio, posso solo desiderare, sognare, almeno questo non devo pagarlo. Chissà.

MN: Grazie per la tua disponibilità, Pietro e un grosso in bocca al lupo per i tuoi prossimi progetti e lavori!
PB: Un grazie melodico.




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