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martedì 13 settembre 2011

Intervista a cura di Emanuele Marcuccio a Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice inedita.


Giorgia Catalano
Su invito di Gioia Lomasti, per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura e non solo, la volta scorsa ho intervistato Lorenzo Spurio. Continuiamo con Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice di racconti, tuttora inediti.
EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere, quando hai scritto la tua prima poesia?
GC: Ho iniziato a scrivere a 13 anni.
Il mio “esordio” è stato un racconto che, a leggerlo ora, potrebbe far sorridere, ma, finalmente, ero riuscita a mettere nero su bianco una storia tra le tante che, fin da bambina molto piccola, articolavo (poi costringevo amici e parenti ad ascoltarle).
Lesse questo mio “libro”, la mia insegnante di religione, la quale mi spronò a continuare perché, mi disse: “In questo racconto ci sei tu, c’è la tua carica positiva. Non smettere”. Oggi, purtroppo, questa donna non c’è più, altrimenti sarei stata lieta di parlarle dei miei primi successi.
Nell’età dei primi amori (diciamo intorno ai 15 anni), una infatuazione per me importante, mi spinse a scrivere in versi. Ma non erano dedicati soltanto all’oggetto dei miei pensieri, anzi. C’erano odi alla natura, ai paesaggi che mi colpivano di più, a tutto ciò che suscitava le mie emozioni. Sentivo la necessità di rendere visibile ciò che avevo nel cuore.

Emanuele Marcuccio

EM: Tutto ciò mi porta indietro nel tempo, pensando che, anch’io mi misi a pasticciare in versi a poco più di quattordici anni per una infatuazione amorosa, dico “pasticciare” perché, col senno di poi, erano dei semplici esercizi e non poesie, scriverò la prima vera poesia a sedici anni, dopo quasi due anni di questi esercizi.
Cos'è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
GC: La poesia la vivo come un’amica fedele. Da bambina, molto piccola, raccontavo al mio diario segreto, i miei sentimenti, le mie rabbie, le mie paure. Oggi credo che la poesia sia per me, come una valvola di scarico, come la possibilità che do a me stessa di espandermi in una dimensione parallela alla realtà che, proprio da questa, trae la sua essenza. Sì, perché senza i dolori, le difficoltà o le gioie e le soddisfazioni della vita reale, non potrebbe esserci poesia.
La poesia, a mio avviso, deve essere come noi dovremmo essere, per volerci veramente bene: se stessa. Sbagliato voler somigliare a qualcun altro, voler copiare, per esempio, lo stile poetico di qualche grande autore. Si snaturerebbe la nostra personalità. Non sto parlando, in questo momento, di tecnica, di affinamenti stilistici che, con il tempo e la preparazione sul campo, possono migliorare la forma poetica, ma essenzialmente del significato che noi, stiamo dando ai nostri versi.
C’è chi attraverso la poesia, farebbe rivoluzioni. C’è chi dichiara il proprio amore e le proprie passioni terrene, carnali. C’è chi denuncia le nefandezze del mondo. C’è chi sfoga le proprie rabbie, i propri fallimenti e disappunti.
Un passaggio verso le emozioni
di Giorgia Catalano
Niente di tutto ciò deve essere perso tra le parole, tra quei silenzi espressi dagli “a capo” – come tu dici, Emanuele – altrimenti, non sarebbe più la “Nostra” poesia.
La nostra personalità, il nostro sentire, il nostro vivere, devono obbligatoriamente sopravvivere tra i versi che noi scriviamo, altrimenti non lasceremmo un’impronta di noi stessi, ma di qualche cosa che sarebbe altro da noi.
Nella mia poesia non deve mai mancare la speranza. Alcune di esse sono così cupe e pessimistiche che, a rileggerle a distanza di tempo, mi fanno venir voglia di piangere perché mi intristiscono.
La vita è dura lotta. E’ prova continua, ma non bisogna mai abbandonare la speranza che le cose possano migliorare. Talvolta, ciò che oggi ci sembra assurdo e ingiusto, domani troverà risposta in qualcosa di meraviglioso. E’ questo che non deve mancare nelle mie poesie, altrimenti mi sentirei finita. Proprio perché, per me poesia è vita, deve essere anche speranza in un futuro quanto meno diverso. E non lo dico da sognatrice – purtroppo, i sogni adolescenziali sono rimasti chiusi in un cassetto ermeticamente – ma da donna che guarda in faccia la realtà e vuole ancora credere in qualche cosa, soprattutto nei suoi sentimenti e nelle sue – se posso osare (spero di non peccare di presunzione) - capacità.


EM: Quindi, per te la poesia di argomento civile, ispirata dagli accadimenti contemporanei, non sarebbe poesia?
E, mi sembra di capire, anche la poesia amorosa, di cui è costellata la nostra letteratura?

GC: Tutto ciò che riesce ad emozionarci, è poesia. L’amore è, in assoluto, il primo ispiratore, in tutta la storia della nostra letteratura. Anche io ho scritto delle poesie d’amore, così come ne ho scritte ispirandomi soprattutto al tema dell’intercultura, da me molto sentito. Ci sono, è ovvio sia così, delle fasi evolutive, per ognuno di noi. In questo momento, forse anche per vicende o stanchezze personali, i miei versi sono più intimistici, meno… collettivi, meno sociali. Ma non è così in tutte le liriche. Anche un telegiornale può suscitarmi emozioni, nel bene, o nel male, e farmi scrivere.
Parlo spesso, per esempio, dell’amore tra madri e figli. Non si può dire che anche questo non sia amore!

EM: Sì, in qualsiasi poesia che scriviamo e di qualunque argomento, deve sopravvivere qualcosa di noi, anche se trasfigurata dai nostri versi.
Cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
GC: Ciò che ritengo sia essenziale nel componimento di uno scrittore sono originalità e semplicità d’espressione. Tutti devono poter leggere. Oggi, più che mai, in una realtà multietnica, non è così scontato che un libro riesca ad essere letto da tutti, perché non è detto che la nostra lingua sia conosciuta con completa padronanza, da tutti.
Questa considerazione l’ho ricavata dalle piccole cose di tutti i giorni. Quando insegnavo nella scuola dell’infanzia, per esempio, era sempre una sfida preparare il “cartellone giusto” per informare tutte le famiglie di un qualche evento scolastico. Doveva essere il più semplice possibile, chiaro, senza paroloni da dizionario e diretto, quasi come il titolo di un articolo di giornale. Poi, con il tempo, si pensò con le colleghe, di coinvolgere i genitori stessi e di far scrivere loro il messaggio originale, nelle varie lingue entrate a far parte della nostra quotidianità scolastica. Non è pensabile che un libro possa essere reso in tante lingue – a meno che non sia un bestseller pluritradotto - quindi, il compito di uno scrittore è quello di rivolgersi a tutti, quasi come se stesse parlando con tanti amici, come se stesse leggendo le pagine del suo libro, ad un pubblico, il più variegato possibile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?
GC: Credo di poter definire il mio poetare, privo di metrica. Di tanto in tanto, si possono trovare nei miei componimenti, delle rime, ma tendenzialmente, non sono cercate. Ho provato a scrivere qualche testo poetico, completamente in rima, ma lo sento povero, almeno, questa è la mia sensazione. E’ come se le emozioni rimanessero imbrigliate tra le parole e, se non si trova la rima giusta, rischia di essere compromessa l’intera poesia.
No, preferisco leggere una poesia libera da schemi e costruzioni stilistiche.
Altro, invece, sono le filastrocche, o le storie rivolte a bambini molto piccoli (3-6 anni, in genere), che destano maggiore interesse e curiosità nei piccoli ascoltatori, se sono composte in rima. Le fiabe scritte in questo modo, possiedono una musicalità ed una sonorità che talvolta può anche essere accompagnata dal suono di uno strumento che ne scandisce le battute o i versi, “letterariamente” parlando. I bambini, poi, sono facilitati, in questo modo, nell’apprendimento, soprattutto mnemonico.
Non dimentichiamoci le famose filastrocche che, ancora da adulti, conserviamo con cura nel nostro bagaglio, che ci hanno permesso di imparare a memoria i giorni della settimana, quanti giorni ci sono in un mese o il nome delle Alpi e così via. Sono proprio un classico esempio di quanto ho espresso poc’anzi.

EM: Concordo, per me la rima blocca o vincola l’ispirazione poetica, l’ho sempre pensata così, meglio la rima spontanea.
Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
GC: Da pochi attimi, a giorni interi. Dipende molto dal mio stato d’animo e dai sentimenti che ho bisogno di rivoltare e buttar fuori, come lava incandescente. Talvolta, lunghe poesie le scrivo senza interrompermi, in pochissimi minuti e, pur lasciandole in standby per qualche giorno, prima di approvarne la versione definitiva, rimangono così come le ho scritte, in un primo momento, di getto.
Altre volte, ho qualche cosa dentro che mi impedisce di avere le “idee chiare”; allora, mi limito ad un ascolto interiore. Sento la tensione del momento e la traduco in parole che, il più delle volte, quando le rileggo a distanza di ore o di giorni, modifico almeno in parte.
E poi, come mi ha suggerito un caro amico scrittore di Napoli, Mario Scippa, è meglio aspettare che le immagini vengano da noi. Non dobbiamo essere noi a cercarle. Se non le trovi, meglio – in quel momento – non scrivere.

EM: Sì Giorgia, mai scrivere senza essere ispirati, come scrivo in un mio aforisma “Siamo al servizio della poesia, la poesia non è al nostro servizio. Quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare, il resto lo fa la poesia e la nostra ispirazione, che la nostra scrittura libera dal caos inconscio dov'è nata.”.
A proposito di lunghe poesie, Montale, in una famosa intervista televisiva dichiara che, la poesia deve essere breve e afferma che, "Un'emozione che dura ¾ d'ora è uno spavento... ".
Cosa pensi di questa affermazione?

GC: Montale legge ¾ d’ora di poesia, come uno spavento. Io mi sento di aggiungere che uno scritto così lungo sono tanti spaventi messi insieme e tradotti in parola. Sono un terremoto che vibra dentro di noi, un movimento tellurico che spinge la solita lava del vulcano, a cui spesso faccio riferimento, fuori dal cratere con tutte le emozioni di rabbia, di paura, di costernazione, che ci turbano in quel momento.
Ci sono le emozioni lampo che, invece, si riescono a tradurre in pochi versi, o in poche parole e racchiudono in sé più di quanto non si riesca a leggere nei ¾ d’ora dello spavento…

EM: Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
GC: Un testo narrativo è più immediato, più facilmente comprensibile e, generalmente, racchiude, quasi come un tema scolastico, un inizio, uno svolgimento ed una fine. Il lettore si appassiona alla vicenda narrata ed immagina, pagina dopo pagina, il proprio film. Tant’è che molti sono i lettori delusi dalle revisioni cinematografiche, proprio perché non ritrovano le proprie immagini, la propria interpretazione di ciò che hanno letto.
Ricordo, quando il mio primogenito era molto piccolo, di avergli letto, un po’ alla sera, per accompagnarlo al sonno, un testo che, all’epoca, fu un gran successo di Luis Sepulveda: “La gabbianella e il gatto”. Ebbene, la storia contemplava, tra i vari protagonisti, un gatto francese ed uno napoletano – spero che i miei ricordi non mi ingannino - leggendo, davo carattere ad ogni personaggio ed il gatto francese, nonché quello napoletano, parlavano con le loro cadenze ed i loro intercalari tipici dell’una o dell’altra inflessione e mio figlio moriva dal ridere. Quando guardammo il cartone animato, entrambi rimanemmo delusi, perché non c’erano né il gatto francese, né quello napoletano…
La poesia, invece, rispecchia un momento, un’emozione, uno stato d’animo. E’ come una fotografia. In fondo, anche quest’ultima coglie l’attimo che mai più sarà.
Nel momento in cui scrivo i miei versi, sono sicuramente influenzata dal mio stato d’animo, dal mio modo di essere in quel momento e li imprimo tra le righe, tra le parole. Non è detto che quella stessa poesia io sia capace di riscriverla identica, il giorno dopo, perché, come la foto che ritrae un fiume, l’acqua impressa nell’immagine, a distanza di un giorno, non sarà più quella del giorno precedente.
Fondamentale è anche il linguaggio poetico che differisce notevolmente da quello narrativo. Talvolta, ci si trova di fronte a testi anche molto ermetici, a parole stravolte nel loro significato originario, che possono cogliere impreparato un lettore. Ogni poeta esprime se stesso nelle sue liriche ed ognuno lo fa seguendo un proprio imprinting.
Non è facile decodificare un testo poetico, non sempre. La lettura di una poesia è meno immediata, rispetto alla lettura di un testo narrativo. Credo sia proprio questo il motivo per il quale la poesia “non ha mercato” ed è considerata di nicchia.

EM: Preferisci scrivere a penna o al PC?
GC: Scrivere a penna mi permette di scarabocchiare – mi riferisco alle liriche – scrivere al PC lo preferisco quando racconto delle storie.
Generalmente, dopo averle tracciate come manoscritto, e dopo averle rese definitive, trasferisco le poesie al PC e ne faccio diversi backup, per maggior sicurezza.
I racconti, invece, viaggiano direttamente sulla tastiera del PC, perché mi sento più
a mio agio, perché sono più rapida e più intuitiva.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?
GC: Credo che nessun autore sia esente da influenze autobiografiche. Come diceva il buon Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Spesso, mi trovo a prendere in prestito questo pensiero che per lui era rivolto, nello specifico, all’osservazione scientifica. Nella vita, più o meno, succede la stessa cosa.
Nulla deriva dal nulla. Ogni cosa ha un suo perché, sebbene non si riesca, o non si voglia dare subito una risposta a ciò che accade.
Nulla si distrugge. I brutti ricordi, così come quelli belli, continuano a ciondolare sospesi tra oblio ed amnesia.
Tutto si trasforma, per fortuna!
Ciò che era paradosso e dolore ieri, può diventare forza interiore oggi ed è proprio da queste violente trasformazioni – talvolta, purtroppo, sono così – che ciò che si scrive viene influenzato.

EM: Come nasce in te l'ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?
GC: L’ispirazione trae origine da una parola sentita, da un ricordo, dalla visione d’un paesaggio, da un torto subito, dalla rabbia, dalla paura, da un sentimento o da un’emozione provata, insomma, per qualche evento che mi ha colpita particolarmente durante la giornata. E, soprattutto, non è mai prevedibile. A volte è netta. Come un lapillo incandescente, fuoriesce dal vulcano imprimendo la sua forza ed il suo calore sul foglio di carta. Ovunque io sia. Spesso mi capita quando sono sull’autobus, o quando mi godo qualche attimo di silenzio, la sera, dopo aver messo a dormire i bambini, o in ufficio. Ripeto, ovunque. Ci sono situazioni nelle quali non mi è subito possibile scrivere “il ritornello che mi tormenta”, allora cerco di impararlo a memoria, di stringerlo forte a me come se fosse un ricordo importante. Il più delle volte, però, cerco di dare subito sfogo a quella carica vulcanica che, altrimenti, rischio di perdere.
Una volta tradotta in parole, quella sensazione mista tra uno stato d’ansia ed un mal di stomaco, o di uno smarrimento tra la gente ed un improvviso risveglio notturno, mi sento più serena. Perché ormai, mi dico, ciò che era dentro di me, sono riuscita a liberarlo e a tradurlo in qualche cosa di concreto, di leggibile. Poi, come ho già accennato, c’è la fase della revisione del testo scritto, a distanza di ore e, talvolta, di giorni. In ultimo, la resa definitiva al PC e l’archiviazione.

EM: Alcune tue poesie sono state pubblicate in varie antologie di autori vari, ce ne vuoi parlare?
GC: E’ successo quasi per gioco. La scorsa estate, navigando su internet, ho letto dei bandi di concorsi letterari che prevedevano, in caso di selezione, la pubblicazione della poesia o delle poesie inviate, in un’antologia, magari a tema.
Ho pensato che non mi sarebbe costato nulla provarci, che sarebbe stato anche un modo per mettermi in gioco, per capire se ciò che scrivo, può essere gradito anche da altre persone. E così ho iniziato ad inviare le mie liriche un po’ ovunque. Ad oggi, ne sono state pubblicate sei dal Collettivo Poetico “Poesiaèrivoluzione”; una dal Collettivo Poetico “I percorsi di Pacifico”, tre da Aletti Editore, una da Gds Edizioni e cinque nel libro d’arte “I sogni e le stelle”, edito da Egs Edizioni/Galleria d’Arte Signorini, di prossima uscita.
Una delle mie liriche ha anche vinto un premio, in occasione di un concorso organizzato dalla rivista “Mammaoggi.it”.
Inoltre, sono stata felicissima di sentirmi leggere, all’inizio dello scorso luglio, durante la trasmissione radiofonica “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo, dalla calda voce dell’attrice Valentina Montanari. E’ stata davvero una grande emozione.

EM: Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare, anche solo in un’antologia di autori vari?
Perché hai deciso di intitolare la tua prima raccolta di poesie Un passaggio verso le emozioni?
GC: Come dicevo, è stato quasi un gioco. In realtà non ci speravo nemmeno, di essere pubblicata ed è stata davvero una piacevole sorpresa, potermi leggere su carta stampata e pubblicata (visto che diverse di queste antologie hanno l’ISBN).
La scorsa estate sono andata in vacanza nelle suggestive vallate del Cilento. Ho soggiornato in una bella casa vacanze dalla quale vedevo tutto il verde delle colline e lo splendido azzurro del mare e, un pomeriggio, mentre passeggiavo per Prignano – questo è il nome del piccolo centro che mi ha ospitata – ho scattato foto qua e là, a quegli scorci che mi suggerivano estasi ed emozione, o anche semplicemente destavano la mia curiosità.
Tra questi scatti, ce n’è uno che ritrae un passaggio buio verso una terrazza che dà sul mare e la vallata. Nella foto è molto evidente la luce che c’è al fondo del passaggio, con l’azzurro del mare sull’orizzonte. Ed è proprio dall’osservazione di quella foto che nasce il titolo della raccolta “Un passaggio verso le emozioni”. Si passa dal buio alla luce, dall’oscurità dei brutti ricordi, alla speranza di un futuro migliore.

EM: Tra tutte le poesie che hai scritto finora ce n’è una che ti è più cara o che ritieni più significativa?
GC: Di poesie ne ho scritte molte, ma, in effetti, ce ne sono alcune che sento più mie. Sicuramente la poesia “Azzurrità”, che è la prima ad essere stata pubblicata in una delle antologie di cui si è parlato, è una delle liriche a cui tengo in particolar modo, perché è stata una sorta di trampolino di lancio.
Affettivamente, invece, mi sento molto legata alla poesia: “Il mio firmamento” che sarà pubblicata nell’agenda 2012 Le pagine del poeta – Ugo Foscolo, da Editrice Pagine di Roma e sarà anche nel libro d’Arte Signorini, al quale ho già fatto cenno.
Questa poesia parla delle mie tre stelle, alle quali è dedicata la mia prima raccolta, di prossima edizione. E le mie tre stelle “faticose, d’amore rivestite”, sono i miei tre figli: Nicolò (19 anni), Matteo (quasi 10) e Simone (7). Sono il mio firmamento, senza il quale i miei giorni sarebbero bui e le mie notti, prive di senso. Sono coloro che accendono le mie energie e le riassorbono. Coloro che mi tengono in vita.

EM: Hai scritto anche racconti, ce ne vuoi parlare?
GC: Ho scritto dei racconti. Per uno di questi – un racconto breve – ho ricevuto una menzione speciale ad un concorso letterario patrocinato lo scorso anno, tra i vari enti, anche dal Comune di Trofarello, in provincia di Torino. Un altro – questa volta, un lungo racconto – è stato proposto per la pubblicazione da una casa editrice del leccese, ma, per motivi di ordine pratico, ho rifiutato la proposta.
Ne ho scritti altri ed altri sono in lavorazione, ma preferisco, almeno per il momento, concentrare le mie energie sulla poesia. Sono impegnata su più fronti: dal familiare, al lavorativo e scrivere narrativa impegna molto molto tempo. Anche questa è una delle ragioni per le quali, almeno per il momento, non sto investendo molto sui miei racconti. Mi manca il tempo materiale da dedicare, come meriterebbero, ai miei scritti.

EM: Hai mai provato a scrivere un romanzo?
GC: Sì, mi sto cimentando da un paio di anni con la mia autobiografia. Per ora, al PC, in formato libro, ho scritto circa 365 pagine. Forse, molte persone, potrebbero chiedersi chissà che cos’avrò mai di così interessante e intrigante da raccontare, per aver già scritto così tanto, ed avere ancora da narrare altri vent’anni della mia vita! Non è sicuramente la biografia di un personaggio famoso, forse potrebbe non interessare a nessuno, ma così tante vicende, per me, di un certo rilievo, mi hanno vista protagonista, che ho sentito l’esigenza di raccontarle.

EM: Quali sono i tuoi poeti preferiti?
GC: Ho sempre apprezzato molto Leopardi e Foscolo, che, per certi versi, sento molto vicini a me e ho voluto bene a Quasimodo, Ungaretti e Montale.
Per quanto riguarda, invece, l’universo poetico femminile, mi ha sempre colpita la schiettezza ed il coraggio di Sibilla Aleramo e adoro Alda Merini con il suo dire e non dire.
Ci sono poi anche diversi autori contemporanei, magari, come me, esordienti o inediti, che apprezzo molto per la musicalità dei propri versi, per il contenuto e per l’umanità che trasuda dalle loro liriche.

EM: E qual è la tua poesia preferita?
GC: Una delle poesie che preferisco è: “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo. Nella sua brevità, c’è tutto. Dall’origine del mondo, alla fine dello stesso, vissuto nell’esistenza del singolo uomo.

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
GC: Il libro che ho letto più volentieri, in assoluto, è: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. E’ un autore che ho sempre letto volentieri, ma ricordo che quel libro, lo lessi tutto d’un fiato, in un solo pomeriggio e me lo porto dentro, perché ho patito con il protagonista i suoi stati d’animo. Le paure, le ansie, le gioie illusorie di non appartenere più alla propria vita e la triste ed amara consapevolezza che, malgrado la fuga da se stesso, la sua vita tornava verso di sé, prepotente rubandogli, beffarda, anche quella che lui credeva essere la sua vera identità.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?
GC: Non amo l’horror. L’inquietudine che ne deriva dalla lettura di un libro, o dalla visione di un film del genere, mi raggela le vene. L’eccessiva suspense e i raccapriccianti e spaventosi colpi di scena, mi destabilizzano. Preferisco letture più “serene” che mi coinvolgano, che mi lascino con il fiato sospeso, ma che non mi impauriscano inutilmente.

EM: Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia o, che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
GC: Scrivere è passione, scrivere, forse, è malattia. Chi non è affetto da questo “male”, forse, non riesce a capire profondamente le esigenze di chi lo è.
Per un certo periodo, che è durato più di un decennio – diciamo dalla nascita del mio primogenito – ho smesso di scrivere, soffocando le mie emozioni in uno spazio circoscritto della mia mente e del mio cuore. Non era gradevole sentirsi la “diversa” della famiglia e allora ho voluto uniformarmi a tutti coloro che mi circondavano. Poi, ho sentito l’esigenza di essere me stessa e di non più fingere davanti allo specchio della mia vita. Perché è mia e di nessun altro e, sebbene ci si sforzi di piacere a tutti, alla fine, ci sarà sempre qualcuno a cui non è dato di piacere.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
GC: Sono nata in Liguria, a Ventimiglia, proprio sul confine italo-francese, ma i miei genitori sono entrambi di origine pugliese. Io vivo a Torino dall’età di 2 anni, circa, quindi, posso tranquillamente dire di sentirmi una torinese. Adoro la mia città e cerco di viverla al meglio. Ho provato a vivere altrove, per un breve periodo, ma, alla fine, sono tornata sui miei passi. Poi, soprattutto in questi ultimi anni, così come ha sponsorizzato l’ex Sindaco Chiamparino, per le Olimpiadi del 2006, Torino non si è mai fermata. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere, ma credo che nessuna città italiana ne sia esente. E’ una città che ama la cultura e questo è per me come una coccola gratificante. Pullula di stimoli culturali, creativi. Vengono organizzati moltissimi eventi di rilevanza internazionale - e, non mi riferisco soltanto al Salone del Libro…
Tutto ciò mi fa stare bene, in questa città.
EM: Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?
GC: Amo entrambe. In questo momento, come ho già spiegato, forse proprio per mancanza di tempo, non mi sto dedicando molto alla narrativa, ma mi piacerebbe molto poterlo fare, per sentirmi più completa.
Esprimersi in versi arricchisce lo spirito. Raccontare è stupendo. Ho scritto anche delle canzoni per bambini, durante il periodo in cui ho insegnato nella scuola dell’infanzia, e delle storie-filastrocche che ai bambini sono piaciute molto. Bisogna fare delle scelte. Per ora scelgo la poesia, in attesa di poter avere un po’ più di tempo da dedicare alla mia voglia di raccontare.

EM: Hai un sogno nel cassetto?
GC: Come mamma - forse rientro nei soliti luoghi comuni - vorrei poter vedere la gioia dei miei figli e la realizzazione dei loro sogni.
Come autrice, mi piacerebbe poter incontrare il consenso di un congruo numero di lettori. Credo che la soddisfazione maggiore per un autore sia quella di avere contezza di aver regalato emozioni e arricchito, in qualche modo, chi si è avvicinato per pochi attimi, attraverso magari anche solo pochi versi, alle sue creazioni.
Un sogno nel cassetto? Terminare il mio romanzo e riuscire a pubblicarlo.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
GC: Una volta, un amico illustratore di libri rivolti all’infanzia, mi ammonì, dicendomi che il mondo editoriale è una giungla. Purtroppo, almeno in parte, convengo con quanto mi disse questo amico. Molte case editrici speculano sui sogni e sulle aspirazioni di tante persone che hanno la passione per lo scrivere e trattano i libri come se fossero prodotti da banco da esporre in una corsia di supermercato. Ciò che conta è guadagnarci. Ci sono anche realtà editoriali minori che ancora puntano sulla qualità e sull’umanità, avvicinandosi agli autori con amicizia e comprensione, ma, purtroppo, non sono molte.
La stessa Susanna Tamaro, intervistata al Salone del Libro di Torino 2011, ha consigliato agli autori emergenti di non demordere, di credere in ciò che si scrive e di avere pazienza, perché non è così semplice trovare subito l’editore disposto a pubblicarti. E lei stessa ha vissuto questa condizione. Ma non ha rinunciato alla sua passione e, alla fine, la sua costanza è stata premiata.

EM: Sì, mai demordere, mai scoraggiarsi e smettere di scrivere!
E cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?
GC: Ci sono tanti stimoli interessanti. Tante proposte, tante persone che “fanno” la cultura. Anche la cultura, come la lingua – soprattutto quella parlata – cambia sembianza, con la trasformazione della società.
I nostri genitori intendevano, per cultura, qualche cosa di diverso rispetto a quanto intendiamo noi oggi.
Oggi, anche internet è cultura ed è uno strumento importante tanto più che quando eravamo bambini non esisteva. Cultura, intercultura. Apertura verso mondi diversi dal nostro, verso mentalità e tradizioni diverse. Anche questa è cultura.
Prima di tutto, la cultura della tolleranza. Da questa ne derivano tutte le altre forme.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
GC: Ritengo che i premi letterari siano importanti per un autore, perché attraverso questi ultimi, ci si mette costantemente in gioco. Le sconfitte sono sempre dietro l’angolo e diventano uno sprone per migliorarsi.
E se poi arriva qualche riconoscimento, ci si sente appagati e invogliati ad andare avanti, perché vuol dire che ciò che si è scritto, ha incontrato il favore di una giuria o di un pubblico più vasto.

EM: Il mese scorso ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?
GC: E’ difficile poter rispondere a questa domanda. Forse, è proprio l’abbondare di
scrittori, rispetto ad un tempo, che mette in difficoltà la critica. C’è eccessiva saturazione.

EM: Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
GC: Credo che confrontarsi con altri autori sia fondamentale. Le diversità, se vissute bene e con saggezza, sono sempre fonte di arricchimento. Confrontarmi con altri autori mi entusiasma moltissimo. Si possono condividere esperienze e rendere meno gravose le difficoltà legate alle prime pubblicazioni. Si possono unire le forze, per aprirsi nuovi orizzonti.
Non deve esistere rivalità. Non nel mondo letterario, perché ognuno esprime al meglio se stesso.

EM: Sì, bisogna che ci sia rispetto e stima reciproca, senza mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo questo, raramente accade.
Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
GC: Non bisogna mai credersi “arrivati”, nemmeno dopo aver visto le prime
pubblicazioni. Bisogna mettersi continuamente in gioco. Io ho ancora molta strada da fare. Ho raccolto qualche piccolo frutto, soprattutto in questo ultimo anno, ma “emergere” non è semplice. Oggi, purtroppo, tanti scrivono. Pochi leggono. E, forse, è anche questo che ha mandato in crisi il mondo editoriale.
Come dice Giorgio Maremmi, scrittore ed editore da anni, dell’omonima casa editrice di Firenze, nel suo “Avalon – L’agenda dello scrittore” – “[…] ci sono troppe case editrici per il numero di lettori, in Italia. Ce ne sono ancora poche, per poter soddisfare tutte le richieste di pubblicazione di tutti gli autori […]”.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
GC: E’ mia intenzione continuare a scrivere anche narrativa, nei ritagli di tempo che mi saranno concessi tra tutte le cose che mi impegnano durante le mie lunghe giornate.
La prossima pubblicazione, sarà, appunto, la mia prima raccolta: “Un passaggio verso le emozioni”. Tutto il resto…. è divenire.

EM: Grazie per la tua disponibilità e tanti auguri per le tue prossime pubblicazioni!
GC: E’ stato un gran piacere, Emanuele. Grazie a te per avermi dato questa possibilità.


10 Settembre 2011 
L’INTERVISTA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA CONSENSO DEGLI AUTORI E DELLA REDAZIONE.
Caporedattore per la sezione  blog Vetrina delle Emozioni - intervista a favore di  
Giorgia Catalano

1 commento:

  1. Alberto Pirani18 agosto 2012 14:53

    Grazie per le emozioni che ho provato nel leggere questa intervista. Riesco a percepire la tranquillità e la serenità nella voce di Giorgia mentre si esprime con fare amorevole.

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