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giovedì 1 settembre 2011

Recensione a cura di Marco Nuzzo del libro: "Questa è la mia rovina" di Marco Pettinato - Otma Edizioni


Ombre e luci, penombre e sfavillio delle interconnessioni sinaptiche; questa la poesia di Marco Pettinato che, sebbene ancor quindicenne, dimostra d'esser posseduto dall'Ars Poetica come ben pochi suoi coetanei, ma non solo.
La poesia, specialmente di questi tempi, parrebbe essersi ridotta a mere espressioni tautologiche, ridondanti visioni dell'appartenere, più che dell'essere, vuolsi per i limiti imposti dalla parvenza di libertà evidenziata dai media, una libertà finta e finita, fatta di corrosione mentale per dar posto alla parnassiana cultura del corpo,Olimpo oggi da raggiungere per essere qualcuno, vuolsi per l'accidia dell'homo (poco) sapiens, per nulla propenso alla ricerca, allo studio, alla introspezione. Tutto ciò, come detto, va a nocumento del proprio cervello che dovrebbe, piuttosto, esser corroborato dalla lettura di un buon libro, dalla visione di un buon film, dalla cultura e dall'arte dell'inventiva del proprio Io in generale.
Marco Pettinato opera, in codesta sua silloge, un significato e un significante ben oltre il concetto stesso del dire, uno sforzo che diventa sublimazione verso l'infinita ricerca dell'essere, seppur nella consapevolezza d'esser soltanto una scheggia d'infinito infilzatasi nella carne della terra, a metà tra buio ed ombra. E' così che nascono le parole, inneggiando alle sensazioni che compongono visioni in puzzle, senza diritture di arrivi e angoli sfitti sui binari morti, è questa la poesia, un guardarsi dentro, paragonandolo ai sensi, reggerlo su una punta di penna, posandolo infine sul foglio. Interessante, nel contesto dell'opera di Marco, la poesia "Nuvole". Nella poesia "Nuvole", di Marco, si può carpire l'essenza stessa di quella follia che deve essere metro di scrittura del poeta, quella essenza mai plastica, impasto che muta al mutare del pensiero. Quello della tigre è un chiaro riferimento alla "tigre sulla schiena" di Bukowski ch'egli definisce una "figlia di puttana" in quanto non è mai riuscito a levarsela di dosso, non è mai riuscito a scrivere le parole che avrebbe voluto, però almeno ha provato a darle battaglia sino alla morte. Marco, come il Bukowski, avverte questo peso, vorrebbe liberarsene esortando la tigre ad abbandonargli la pelle, adesso che ha trovato la propria strada: "-tigre,-/ rinunciami d'ora in poi,/ che mi perdi su caratteri altalenanti/ di belle atmosfere/ riposate su un letto tormentoso (...)". La poesia "Nuvole" di Marco è una poesia ricercata, uno splendido esempio di caos incombusto pronto ad esplodere, versatilità del pensare, per questo lo esorterei a non liberarsi mai della tigre che graffia sulla schiena, ma di coltivarne l'essenza grave, perché quella tigre è in realtà un viaggio senza diritture d'arrivo e senza attese e/o pretese del divenire.
Viaggiamo per quella ricerca di una meta velleitaria, perché siamo ricerca senza risposte, perché siamo una infinita domanda, perché la tigre non molla e vince sempre.

A cura di Marco Nuzzo


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1 commento:

  1. "un viaggio senza diritture d'arrivo e senza attese e/o pretese del divenire.
    Viaggiamo per quella ricerca di una meta velleitaria, perché siamo ricerca senza risposte, perché siamo una infinita domanda..."
    Queste parole mi fanno ricordare l'Itaca di Kavafis: non importa il viaggio, la meta, ma come affronti quel viaggio per raggiungere la meta.
    Itaca può anche deluderti, ma almeno rimane la soddisfazione di non aver vissuto invano.

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