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mercoledì 21 settembre 2011

Solitudine di Fabio Amato - intervento a cura di Emy Mercuri

Solitudine

Inscatolati
nel ventre
della terra
corriamo,spintonandoci
come solitarie monadi,
deflagriamo
le nostre solitudini
lungo cunicoli
senza contorni,
le nostre coscienze,
coni d'ombra
filo spinato dell'anima

Quando lessi la poesia del Dott. Amato, mi stavo preparando a lasciare l’Italia per la Bosnia Erzegovina. Lungo cunicoli/senza contorni,/le nostre coscienze,/coni d'ombra filo spinato dell'anima … Versi che accompagnarono la mia visita a Srebrenica. Mi chiesi se per conoscere l’angoscia si ha davvero bisogno di calpestare i giardini dello sterminio o se questi possano essere evitati e fatti tacere nelle loro voci di solitudine prima che divengano aspre e regolate dalla quotidianità. Solitudine ricorda alle orecchie poco allenate di ogni lettore il canone di The Waste land di Thomas Stearns Eliot. Una guerra aveva preceduto il poema del poeta statunitense naturalizzato britannico, una guerra aveva preceduto i miei studi, ma quale conflitto ha preceduto le riflessioni di Amato? Fabio Amato lavora nel sociale, stringe le mani e accompagna il sorriso alla vita di tutti i giorni di quelli che la normalità definisce “pazzi”. Il tempo si ferma quando ciò che ritenevamo importante svanisce in un battito d’ali di una farfalla. Ogni ragione e ogni sentimento creduto reale divengono idoli scaduti di un mondo che ha materializzato e mercificato l’essenza umana, definendola di volta in volta secondo i canoni del lavoro, delle mode e delle richieste crescenti dei mercati, dimezzando il tempo che l’uomo concede a se stesso e alla condivisione. “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso”scrive John Donne, è di per sé bisognoso di auto rigenerarsi nel divenire dell’intersoggettività che il mondo moderno ha in parte scalfito. Il correre violento verso nuovi lidi, quali il lavoro, l’economia del corpo, certamente non sono nella loro interezza negative. Il lavoro, ad esempio, dà sussistenza (qualora sia equamente distribuito), ma non è l’unica ancora che definisce l’uomo giacché tale. Anzi!Attribuendo un’identità univoca, l’uomo perde le sue differenti capacità e doti, terminando il percorso in una visione solitaria e atomica. Ecco la deflagrazione, ecco i cunicoli, meandri dove l’abisso del dimenticato essere si è trasformato in avere. Lo sconvolgimento dell’immane strage della prima guerra mondiale che ha reso desolata la terra di Eliot si ripercuote nel più crudo immaginario di un uomo che da fine, diviene strumento e lentamente, nella risata del benessere isterico dell’accumulazione materiale, nella lotta contro il tempo e gli spazi da parte della tecnologia, che rende gli uomini moderni superiori agli antichi, è memoria di un momento la solidarietà globale che nei versi d’un poeta diventa filo spinato dell’anima.

"Solo chi si isola da se stesso e dal prossimo è veramente solo."
Nicola Abbagnano

 A cura di Emy Mercuri




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