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lunedì 31 ottobre 2011

Death and the Maiden di Roman Polanski A cura di Fabia Chiucchio

Il film ha proprio tutto il sapore del cinema che si fa teatro, genere che adoro. Tranne poche scene, si svolge quasi interamente nell'interno della casa. Non ci sono particolari momenti spettacolari ma le interpretazioni dei bravi attori ottimamente diretti sono notevoli. Polanski inverte i ruoli: come si comporta la vittima col suo carnefice? La volontà di fare giustizia rispetto alle orrende umiliazioni subite.
La Morte e la Fanciulla tocca un punto chiave della Shoah, poiché trasporta il discorso sullo sterminio nella realtà temporale/spaziale dei regimi nazifascisti del Sud America, alludendo, attraverso questa operazione, al processo storico-politico che si verificò in Europa negli anni quaranta.

Nel caso de La Morte e la fanciulla, la protagonista però non subisce più l’attrazione erotica nei confronti del torturatore. La connessione psicologica tra i due soggetti è caratterizzata solo dal disprezzo assoluto che la ex vittima ha nei riguardi di quello che fu il suo aguzzino. Si tratta da parte della donna non di una vendetta ma della volontà di eliminare definitivamente la sensazione di sbigottimento e incredulità che la colse totalmente impreparata al momento del suo arresto. Si tratta di quel senso di sorpresa e incredulità che gli storici hanno attribuito agli ebrei durante il nazismo, incredulità che avrebbe di fatto paralizzato ogni capacità di reazione. In verità così non fu, poiché gli ebrei sia per quel che riguarda il periodo dei ghetti che per quello relativo ai campi di sterminio organizzarono forme di resistenza e di rivolta che portarono anche ad alcuni episodi decisamente clamorosi.
La questione del destino e dell’impossibilità da parte degli individui di sottrarsi ad esso emerge anche in un altro film di Polanski, Chinatown.

Un film a tratti alienante, che non ostenta nessun particolare tipo di pretesa, se non quella di non disperdere l’attenzione dello spettatore con luoghi, personaggi, luci, che, con un fatto storico grave come quello delle persecuzioni politiche in sudamerica e della relativa omertà che per anni le ha insabbiate, non hanno nulla a che fare. La scelta migliore è proprio un mezzo registico efficace e martellante come il “primissimo piano” senza controcampo, che rende esponenzialmente la sensazione claustrofobica dei protagonisti nella casa.
Polanski, pur toccando un tema geograficamente e socialmente a lui lontano, coinvolge con la semplicità di chi, osservando un evento o un suo svolgersi, non cade in una banalizzazione tematica né in una ottimistica soluzione. Il film è interpretato in maniera superba da Weaver, intensa e febbrile, e da Kingsley, campione dell'ambiguità, coinvolge e turba, ponendo questioni non banali sulla giustizia e sulla vendetta, come già in principio fu una poesia di Matthias Claudius, un breve dialogo fra la giovinetta e la Morte che viene a prendersela (…Su, coraggio! / Non sono cattiva. / Dolcemente dormirai / fra le mie braccia!). Due anni dopo la morte del poeta, Franz Schubert musicò il testo per una delle sue tante “canzoni” e poi, nel 1824, riprese i temi della canzone, e sviluppandoli e arricchendoli compose uno dei più straordinari quartetti per archi mai scritti.

A cura di Fabia Chiucchio

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