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mercoledì 12 ottobre 2011

LA PAROLA di Ornella Pennacchioni

La parola pensata e non detta, è niente, più vicina ad un Jolly che ad un caso possibile. Non ha passato, non dà segni di futuro, ma è possibilità teatrale d’una trama a canovaccio d’un testo più visionario che mai perché sostenuto dal silenzio. Non la dico, ma saprei anche inventarla. La porto in teatro, come un embrione in laboratorio. Un baldacchino girevole a metà tra la salvezza e la pena, la manterrà in vitale agonia. Intanto lo schiavo lucida il carro senza il vincitore come un cretino ottimista. E tutti lì gli spettatori ad ascoltarsi nella truffa delle illazioni. Intanto non dico nulla, e succhio col silenziatore la parola appena coniata che mi piace molto. Il provvidenziale brusio dell’attesa in platea mi copre. E’ là il luogo deputato della parola, anche di quelle solo pensate ed io ne sono satura. Potrei farne panneggi purpurei d’intrighi esclusivi, fiati trattenuti e sospesi come mantovane di sipario, potrei lasciarle uscire come cascate giù fin sotto il golfo mistico, lasciare che il suggeritore anneghi, che gli orchestrali gareggino per il podio assente, intanto non ho bisogno di nessuno. Eppure avrei voglia di dirla, magari sottovoce per provare il vibrato, la scansione a gradini del fiato che osa e sale aggrappato alle vette delle consonanti lunghe, aggiungere respiri come perle, farne una tiara imperiale a me, che regno su di me e sogno di abrogare il tutore che mi ha interrotta. Magari una lieve emissione di fiato senza sonoro ci proverei, un soffio sul collo del primo attore, accompagnata dal battito della pennazza fitta delle ciglia, unico appoggio espressivo d’attrice ad una parola a caso. Potrei dirla perché sono il teatro nel teatro e l’inciucio è di casa. Dovrei. Una parola, quella, la prima, progenie di tutte, nuda di multistrati, un perno di luce, un dettaglio di piuma, uno scheletrato.
C’è, ma è incastrata in un anfratto temporale a zig zag, un percorso da gimkana. Ganci arrugginiti, antifurto,specchi retrovisori, inutili oratorie penitenti d’altare, ne impediscono il recupero. Risulterebbe utile l’illusione dell’amnistia ma il presagio d’una calamità ordina il silenzio. Esiste una parola seminuda di poco coraggio, semivestita di poca decenza in grado di animare un universo paradossale, esiste ed è un telaio spoglio, padrone di ogni possibilità, struttura esile d’un desiderio anacronistico da arredare. Continuo ad estenuare il diritto alla parola di essere pronunciata, tacendo la seduzione di un neologismo, somma di congiunzioni empatiche, di ombrelli parasole/parapioggia per meteorologie discontinue. Un lampadario rosso appeso al cosmo frastornato da esalazioni di vino Porto, oscilla ebbro la luce assente. Una sola parola ci sarebbe in cerca di celebrità che preme la presunzione e il vanto di essere inedita. Non fateci caso. Come al solito lascio indizi che nego in simultanea. Dite voi una parola, vediamo se ne esce un caso a caso di cui parlare.
Una parola non detta: ho semplicemente descritto l’assedio di una sconosciuta. Tirate le somme e il sipario, vado al funerale del suggeritore.






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