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mercoledì 19 ottobre 2011

"La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano a cura di Fabraxas Choule Gwynplaine


Lo sapevo. Prima o poi sarei caduta in trappola. Troppe volte sono passata indifferente in libreria, incurante della logica matematica e suoi annessi, o molto probabilmente perché incurante per il tanto clamore circa l’esordio di un ricercatore in fisica tra gli scrittori di romanzi.

Giordano tira fuori una storia che ha come protagonisti due ragazzi “diversi”, segnati per sempre da episodi che riguardano la loro infanzia e che peseranno come macigni nel corso della loro crescita, incidendo in modo determinante sul carattere delle persone adulte che il lettore lascia alla fine del libro. Per questo motivo, i protagonisti sono definiti numeri primi: questi, sono numeri che sono divisibili per se stessi o per uno, sono dei numeri che non interagiscono con il mondo infinito di tutte le altre cifre; tra di essi, poi, ci sono i numeri “primi gemelli”, cioè numeri primi separati da una sola unità come 11 e 13, 17 e 19: vicini, anzi vicinissimi, ma incapaci di toccarsi e di comunicare tra loro come con gli altri numeri. Ed i protagonisti del romanzo, Alice e Mattia, sono così: incapaci di vivere una vita completamente normale per le loro difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno, e incapaci di trovare un equilibrio tra di loro pur essendo molto vicini.

Aspetto fondamentale del romanzo diventa, allora, questa consapevolezza dei protagonisti di essere diversi: qualsiasi gesto quotidiano viene fatto nella considerazione di essere dei corpi estranei, incapaci di relazionarsi con il mondo esterno, di comunicare i pensieri ed i sentimenti che affollano i propri abissi; tale consapevolezza non farà altro che accrescere le barriere che li separano dal mondo esterno, fino a portarli ad un isolamento cui atrocemente si arrendono.L’autore, nel suo esordio, non descrive una generazione: i protagonisti appartengono sì ad una categoria, ma non generazionale, essendo legati da problemi e turbamenti che non riguardano l’età. Alice è una ragazza di ottima famiglia che è obbligata dal padre a fare quelle attività, come sciare, che la porteranno da grande a distinguersi nella propria classe sociale: è nel corso di queste lezioni che la bambina avrà un incidente che la renderà zoppa e distaccata dal padre per sempre. Mattia, invece, appartiene alla classe media, ha un’intelligenza superiore alla norma, ed una sorella ritardata che lo fa sentire escluso dagli amici e che sente come una palla al piede: un giorno, la abbandona nel parco pubblico per andare solo ad una festa, ma al suo ritorno la sorella non ci sarà più, e tale scomparsa sarà il fardello che dovrà portarsi dietro per tutta la vita. Da questi episodi “nascono” due bambini che si vedono e si sentono diversi dagli altri, e che, pur cercando di relazionarsi al mondo, finiscono sempre per essere schiacciati dal macigno che pesa dentro di loro.A “condire” la crescita dei protagonisti contribuiscono dei personaggi che si dimostreranno via via altrettanto strani, o “normali”, ma con situazioni di vita che li rendono strani: Denis, l’amico di Mattia che è omosessuale ed innamorato di lui; Viola, l’amica-mito di Alice, prigioniera dei giudizi della gente, che vuole essere sempre al centro dell’attenzione; i genitori distaccati di entrambi, incapaci di qualsiasi gesto per cercare di aiutare i propri figli.
Di adolescenti persi e solitari ce ne sono tanti, ma non tutti si fanno mettere i piedi in testa e trascinare dagli eventi: forse sono loro i veri eroi, capaci di tirare fuori il carattere e prendere delle decisioni, giuste o sbagliate, nonostante il macigno dei problemi più diversi che può affliggerli. A parte questa annotazione personale, ritengo il libro scorrevole lettura da consigliare.

La scrittura e lo stile del libro solo fluidi ed immediati. Mancano dialoghi particolarmente lunghi ed intensi così come i lunghi periodi, che sono invece brevi, limpidi e semplici, ricoperti di un velo di ingenuità infantile. C’è chi questo lo chiamerebbe “incapacità di scrivere bene”: io, al contrario, ritengo che scrivere bene sia proprio “osare la semplicità”, magari sbagliando all’inizio, magari correndo il rischio della banalità, ma comunque con tutta l’umiltà di chi vuole comunicare, non “ingarbugliare”. Ad ognuno il proprio stile purchè non sia banale, né ridondante, freddo, distaccato dal lettore. Paolo Giordano è quello che io definirei “un’impressionista”: poche pennellate, grosse, definite.
Sicuramente un libro scritto benissimo, con una perfetta divisione in capitoli che sottolinea le fasi cruciali delle vite dei personaggi. Ben fatti, poi, i continui pensieri matematici di Mattia, che ne sottolineano da una parte la stranezza, e dall’altra l’attaccamento a questa materia in cui è un genio (ricorda molto il John Nash di "A Beautiful Mind"). Il finale non è sicuramente “lieto” come molti si aspettano sempre, pretendendolo quasi, dai libri come dai film: ma quel genere di finale è fatto per le favole, e non certo per un libro come questo che vuole a tutti i costi restare attaccato alla realtà, e soprattutto a quella più cruda, che esiste, e che solo chi ha la testa sotto la sabbia può dire di non vedere. 
La grandezza di quest’opera deriva dalla cooccorrenza di un contenuto intenso e coinvolgente e di una lingua narrativa originale, densa e intensa, vibrante, cose difficilmente reperibili nella narrativa moderna.       

Fabraxas Choule Gwynplaine

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