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giovedì 27 ottobre 2011

LA VESTIZIONE DI EVA di Ornella Pennacchioni





Sta all’antitesi della nudità primordiale. Al seguito, un serpente sibila parole controvento insufficienti all’albero delle mele che resistono dialogando la distanza. Intanto forse mi rivesto. La mela è agli arresti domiciliari, tentata dall’uscio socchiuso. Passo decisa la maledizione annunciata sostenuta dal decoltè nero, la serpe, spira sul polpaccio. Una scenografia alterata, un Eden acrilico, la flora disidratata simile a carta velina, mele alate pendono appese al filo elastico dal soffitto di nuvole barocche, putti dorati filmano la strafottenza del destino a mio carico lanciandosi confetti scaduti d’un matrimonio di basso ceto. In punta di piedi, la mela rossa pende come un’idea di peccato, sfiora la resistenza partigiana come le mutande tolte, cartoccio esanime al capezzale d’un tango. Ho ballato nuda. Una perla satinata fra i seni, occhio salino di Polifemo dotto, spartitraffico di pagine elette, osserva. La rosa rossa sulla nuca in perfetta obliquità manierista nel nodo di capelli, segnala il presagio ignobile della corrida, ed io crollo e siedo sui talloni. Setaccio le cosce inginocchiate, piango come una prefica, porto il lutto per il toro. 
Disegnerei un’utopia: toro e torero all’osteria degli amori rivisitati. I cacciatori suddivisi in due ali di folla che imboccano sementi ai passeri. Una sera d’assoluta sintesi in cui un solo filo di seta avrebbe distorto la perfezione in quello che fu definito un ballo solitario condiviso con la metà di me consenziente, ho ballato l’immenso fra le braccia d’un calco in attesa d’opera. Ad occhi chiusi ho sostenuto l’equilibrio controllando la marea dei fianchi per la durata d’un brano musicale ed ho ballato il Creato. Sono quella gran santa di Eva intanto, con la sceneggiatura ritoccata sotto il braccio. Non fingo innocenza nuda, ma il peccato vestita. Due donne di profilo, veleno e antidoto, cero votivo e lenzuola sfatte. Sono la metamorfosi in atto, una voltagabbana figlia illegittima di Giano, mani in tasca e due granate inesplose. Lasciatemi fare. Cammino ancora nuda nella città dell’estro, nel crocevia delle alchimie, e salgo e scendo scale corrose restaurate dal sogno. Calpesto i reflussi. Vado di fretta contro e incontro al nemico che mi teme. Riflessa mi bacio allo specchio basculante. Labbra tinte d’alcoliche amarene profumata di fiori d'arancio, disdico il sogno. Ormai non mi perdono più la finzione. Chi ha deciso il biblico repentaglio di Eva, lasciandola nuda davanti al testosterone intuitivo dello sprovveduto Adamo accreditandole poi la catastrofe universale col vezzo di puttana? Mi rivesto quindi con velocità da cartoon. Strati su strati di stoffe, panneggi accartocciati, nappi e drappi, bende e stracci, veli e broccati, plissè orlati, seta e macramè, raso e parole, tulle e nastri, naftalina e stagnola, cellophane e sottovuoto, sono quella gran santa di Eva, e invoco il nubilato.

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