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giovedì 6 ottobre 2011

Ornella Pennacchioni - MARE MINORE


MARE MINORE
Ho visto un albero di mare, ho visto scendere dai rami conchiglie mature. Soffiavano parole galleggianti all'orecchio del naufrago. E ci credeva, intanto che beveva. Ho visto ho visto ho visto, quell'albero di mare, l'ho visto. Io sapevo di lui che da millenni idratava l'anima mia, sapevo delle sue chiome d'alga, delle sue arterie di corallo, dei sospiri dell'onda di ritorno. Mare Minore, quello di sintesi al cuore. Me lo aveva sussurrato la sirena al Luna Park, sull'onda ferma cobalto e oro, sotto il carro pacchiano di Nettuno. Sapevo che lui aveva tarato l'onda per una nanna che mi tenesse sedata e sveglia, fra l'aurora e la notte di fianco al giorno rauco. 
Il mito salino da tempo allertava in me la voglia di essere goccia e d'acqua vera che scavasse a fondo l'ingombro, mi ridesse tersa coi capelli sulla faccia come in un flash glamour e una parola solubile fra le labbra. Ma un predestinato venne a rendermi folle, perché mai e poi mai avrei creduto di credergli mentre scivolavo annegata e salva fra le sue belle mani. Pensai: tu parlami, parlami ancora, io bacerò la tua voce. 

“Chiudi gli occhi” disse la Sirena “che ora ti racconto una frottola celeste di quelle che fermano il battito d'ali agli angeli e sfondano l'infinito di sanguigno amore, allagandolo. Dal cielo rosso, disse, fioriranno fiori per gli dei, saranno capovolti come tolti, annegheranno col profumo loro e gli steli eretti. In cerca di te, come vita ancora fosse, ti avrà, seppure vaga, lui ti avrà.” 
Una profezia marina a bocca stretta, mentre la musica zingara d'un organetto s'approfittava degli spicci già spesi, già tolti, già soluzione persa nel da-ra-da-da-dan della-gios-tra-che-va. Lei parlava cantando sottovoce, come provasse un musicol. 
“A-culei senza fe-ri-re, bende da le-vare, zucchero per leni-re, limone per sa-na-re, acqua acqua acqua per la-va-re.” Questo è quanto gorgheggiava, ed io aspettando che smettesse di cantare, restai fissa contando l'acqua, che già non è più tua coi numeri allagati altrove. Ingozzata d'argento lunare cantai il tempo della marea breve giocando all'annegata fra gargarismi d'emergenza. E lo stato qual'è? Un inferno d'inverno eterno, una vetta diamantina di parole ora tonde ora aguzze, ora mie, imbastardite di condensa e neve, sciolte da un sole acrilico. 
Infine, non più acqua orizzontale, voglio un Mare Minore che salga in verticale senza colare, voglio la tua voce da baciare, come fosse la penultima cosa da fare. L'ultima, è smettere di rimare. 
Di Ornella Pennacchioni

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