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mercoledì 16 novembre 2011

The human centipede 2 - Recensione di Marco Nuzzo

Torno ancora a parlare di film, stavolta con un titolo che farà la propria comparsa molto presto nelle sale italiane e, assicuro, con non poche critiche; io l'ho visto per voi. Un titolo delirante, un horror malato, partorito dalla pellicola di Tom Six quale risposta al primo titolo che porta il nome di The human centipede (First Sequence) – dell'anno 2010. The human centipede 2 è difatti il continuum del primo film. 

THE HUMAN CENTIPEDE 2 - DI TOM SIX
Stavolta ci troviamo di fronte ad una figura che fa paura solo a guardarsi. Martin è un uomo muto, grasso, sudaticcio, con uno sguardo allucinato e impacciato, un concentrato di problemi mentali, legati alla situazione familiare; la madre dà la colpa al figlio per gli incestuosi peccati del padre, perversioni trasmesse poi a Martin, il quale passa le sue giornate a masturbarsi sul video della prima pellicola, The human centipede.
L'ABERRANTE FIGURA DI MARTIN
La storia è tecnicamente la stessa, ma nel sequel si osa di più. È più Gore, più orripilante e grottesco, più squallido. Martin passa le giornate nel garage dove lavora; nel suo piccolo ufficio scorre il tempo ad esaminare le scene del lungometraggio di The human centipede (First Sequence), rimanendo profondamente colpito dalla creazione di un mostro abnorme da parte di un chirurgo di fama internazionale, ora in pensione, famoso per le sue operazioni volte a separare i gemelli siamesi. Da tempo il dottore coltiva un folle e macabro sogno: compiere il processo inverso, e unire insieme i corpi di uomini e donne, attraverso gli orifizi bocca-ano, per creare un centopiedi umano, un’immonda creatura mai vista sulla faccia della terra. Le tre vittime dovranno subire questo incredibile trattamento. 

L'ALBUM CON LE ANNOTAZIONI DI MARTIN
Partendo dal film, Martin comincerà a studiare come unire i “pezzi”, annotando le proprie ricerche su un libro che nasconderà sotto al letto. Inizierà così una caccia per reperire le prede destinate a diventare la propria opera d'arte.


Sebbene il film scorra lento e sia spesso pletorico, riempito con scene già viste giusto per far passare il tempo, è un lavoro che non lascia indisturbati, sia che lo si odii e sia che lo si ami, la fotografia in bianco e nero è splendida, il lavoro di sutura per l'unione dei corpi è raccapricciante; un horror che non lascia nulla all'immaginazione. Disgustoso, depravato, ma intellettuale. Un calcio in faccia a chi dell'horror ne ha fatto un mero sistema privo di originalità e schiettezza.

Di Marco Nuzzo

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