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giovedì 3 novembre 2011

Il petalo cremisi e il bianco: ode a Faber - A cura di Fabia Chiucchio

Quando penso a un buon libro, tre sono i requisiti fondamentali a cui non posso rinunciare:
Deve essere scritto bene. Deve avere personaggi credibili, ma soprattutto coinvolgenti. Non deve far sentire la lunghezza, se è lungo, anzi, deve lasciarti, a fine lettura, quel senso di inconsolabile abbandono che si avverte dopo una vacanza appena terminata. Una bella vacanza.
Per me, Il Petalo cremisi e il bianco , dunque, è un buon libro. Un ottimo libro.  Sulla scrittura di Faber non penso di aver molto da dire, tranne che mi inchino a lui. Anzi, mi prostro. Pare che Il petalo abbia richiesto vent’anni di lavoro, tra ricerche e stesura. Quasi la lunghezza della mia vita (mi abbono qualche anno, va!). Che dire? Quando un’idea ti si annida dentro, ti chiama, la senti tua, è te che vuole… Devi assecondarla. E se assecondarla significa buttare giù un opera che per complessità e fluidità rasenta la perfezione, significa che non hai gettato al vento quei vent’anni, anzi.
E dunque, veniamo al libro. Stiamo parlando di quasi mille pagine, novecentottanta per l’esattezza. Jane Austen diceva che se un libro è ben scritto, non è mai abbastanza lungo. Alice Sebold (di certo meno nota ed illustre della cara zia Jane) nella quarta di copertina sottoscrive: quando un libro è tanto lungo, deve essere valido, e questo lo è.
Io confermo. Anzi, se fossimo andati avanti per altre mille pagine, non mi sarebbe certo dispiaciuto. Ma si sa, tutte le storie prima o poi devono finire. L’importante del resto, non è tanto nel come vadano a finire, ma in quello che ti hanno lasciato durante il viaggio.
Perché ogni libro è un viaggio, e questo ne ha tutti i connotati, capace come pochi altri libri di portarti dentro ad un’epoca, in una città, la Londra vittoriana di fine Ottocento, e di farti scoprire, grazie ad una ricostruzione storica minuziosa e quasi maniacale, luoghi, persone, usi e costumi, sapori, odori, sensazioni.

E allora, perché non lasciarsi tentare dalla voce suadente di Faber che, io narrante, quasi fosse presente sulla scena, esorta a incamminarsi per le sue strade affollate, per i vicoli maleodoranti, per le signorili vie di Notting Hill, sulle tracce dei suoi personaggi? Qualcuno potrebbe obbiettare che è fastidioso. Altri diranno che è estraniante avvertire costantemente la voce dell’autore che ti esorta a proseguire, ti svela i retroscena, ti rende consapevole di quanto la scena non mostra. A me non è dispiaciuto, è stato come essere condotta per mano. Se Faber fosse stato meno bravo forse mi sarei ritratta contrariata, perché ammetto che è un gioco difficile da instaurare con il lettore. Ma il ragazzo sa il fatto suo, perciò mi sono lasciata trascinare.
Ho attraversato le infime strade di Silver Street, assistendo al degrado e all’abbruttimento di una società emarginata, che vive di espedienti, e ho fatto la conoscenza di Sugar, l’indiscussa protagonista dell’intero romanzo. 
'Madame Bovary c'est moi', disse Flaubert del suo personaggio più famoso, quello che sentiva nelle viscere, marchiato a fuoco nel cuore. Faber dice lo stesso di Sugar. Sugar, la prostituta non ancora ventenne, dal fisico slanciato e la chioma ramata, dalla voce roca, le mani sgraziate e una fastidiosa psoriasi diffusa, che la rende squamosa come una lucertola. La meretrice più richiesta di tutta Londra, perché ha un cervello di tutto rispetto e non dice mai di no.
E’ soprattutto quest’ultima caratteristica a portare William Rakham nel suo letto, ma è senza dubbio la prima che lo affascinerà, rendendolo bramoso di averla tutta per sé, mettendo così in moto l’intero ingranaggio del romanzo.
William Rakham al suo primo incontro con Sugar è un uomo senza prospettive, qualche utopico e irrealizzabile sogno nel cassetto e poca voglia di impegnarsi seriamente in qualcosa. Ha una bella casa e una bella moglie ma vive di rendita, e ultimamente non gli va nemmeno troppo bene. Il padre, colosso delle profumerie, ha giurato che non gli passerà più nemmeno un ghello se non la smetterà di comportarsi come uno sbarbatello di primo pelo, infischiandosene dell’azienda di famiglia e passando tutto il suo tempo a bighellonare per locali con gli inseparabili compagni di merende Bodley e Ashwell, sfaccendati perdigiorno sempre informati sulle novità più accattivanti che la Londra notturna può offrire.
L’incontro con Sugar per William è dunque quasi catartico: per potersela permettere, vantando l’assoluta esclusiva su tutti i clienti del bordello per cui la ragazza lavora (gestito, peraltro, dalla cinica madre della stessa Sugar), gli servono soldi, quei soldi che adesso non ha, essendo da qualche tempo in tali ristrettezze da non potersi permettere nemmeno una carrozza personale, o un cappello decente, perdiana!
Quale migliore occasione per prendere due piccioni con una fava, rabbonire l’indignato genitore e ‘comprarsi’ Sugar, che mettere finalmente mano al carteggio delle profumerie Rakham che da mesi giace intonso sulla sua scrivania?
L’ascesa di William Rakham come industriale di successo inizia dunque da una malfamata casa di piacere, e con lui quella della bella Sugar, che con pazienza e sapienza riesce addirittura farsi trasferire dall’ormai facoltoso amante, ora capo indiscusso delle rinnovate profumerie Rakham, in un elegante appartamento tutto per lei, in quella parte di Londra indiscutibilmente chic dove gli uccelli tubano nel verde e le strade sono silenziose come conventi.
Potrebbe sembrare che tutto è bene quel che finisce bene, ma questi personaggi sono troppo vivi e complessi affinché la vicenda si concluda così. E in fondo, non siamo che a metà del viaggio.
Non vi ho infatti parlato del mio incontro con l’eterea Agnes, la bellissima moglie di William, una vera e propria bambola di porcellana.
E’ forse uno dei personaggi che ho amato di più, pur riconoscendone le evidenti debolezze: Agnes è viziata, superficiale, piena di pregiudizi ed estremamente infantile.
Ma Agnes è anche, a sua insaputa, gravemente malata (è uno di quei piccoli segreti svelati dall’io narrante al lettore, sottobanco). Ha un tumore al cervello che la condanna, con grande esasperazione del marito che la crede invece uscita di testa, ad avere degli atteggiamenti totalmente fuori luogo ad ogni occasione ed evento, motivo per cui passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa tra le quattro mura della sua stanza immaginandosi inverosimili e surreali viaggi al ‘convento della salute’, un luogo mistico e inaccessibile in cui spera di imbattersi nell’immortalità.
Fin qui abbiamo già una bella varietà di variopinti personaggi. Ma lasciate che vi parli di Henry Rakham, il fratello maggiore di William, colui che avrebbe dovuto ereditare le profumerie Rakham, ma, con ulteriore ed estrema costernazione del padre, ha preferito la vita spirituale a quella materiale, e, con l’amica di una vita, di cui peraltro è innamorato da una vita, Emmeline Fox, donna assolutamente indipendente ed emancipata per i tempi, tenta di redimere le prostitute dalla loro immorale condotta, sebbene con assai scarsi successi.
E che dire della piccola Sophie Rakham, la figlia dimenticata di Agnes e William? Sophie che ha passato i suoi primi sei anni di vita reclusa nella nursery, perché la madre aveva rimosso di aver avuto una figlia e per il padre era un impiccio di troppo trovarsela davanti?
Eppure, sappiate che troverete molto difficile biasimare William e condannare Agnes. Così come troverete difficile giudicare Sugar, ridere di Henry e sospirare sconsolati per Emmeline Fox. Nessuno di loro è un personaggio veramente negativo, è questa la dimostrazione della bravura di Faber. Ognuno ha un vissuto personale che lo rende solo estremamente umano, imperfetto, predisposto all’errore, come tutti noi.
Oltre ai personaggi principali, sono da menzionare assolutamente anche quelli secondari, composti per lo più dalla folta schiera di servitori che lavorano in casa Rakham, ognuno con la sua personalità e la sua interazione con la vicenda, capace di mostrare l’altro lato della medaglia, il mondo silenzioso e sotterraneo che sostiene la borghesia corrotta che anima le pagine di questo libro, impedendole di afflosciarsi fino in fondo su se stessa.
Nondimeno, quando gli ingranaggi di quel meccanismo innescato con la presa di coscienza di William porteranno Sugar all’ultimo scalino della sua ascesa sociale, trasformandosi da peccaminosa amante e mantenuta, a donna rispettabile con un lavoro come istitutrice in casa dello stesso William, noi lettori sentiamo che in qualche modo la disfatta è vicina, e si sintetizza perfettamente nelle parole di Agnes Rakham: Non mi è mai piaciuto questo posto. Sa di un posto dove tutti si sforzano incessantemente di essere felici, senza il minimo successo.
Agnes, la povera Agnes, che detestava Jane Eyre perché, anziché ammirare la forza di Jane, si immedesimava in Bertha, la moglie pazza rinchiusa nella soffitta dal marito.
E qui mi piacerebbe aprire una piccola parentesi, perché credo di aver fiutato, da amante indiscussa del libro più famoso di Charlotte Bronte, un piccolo omaggio all’immortale Jane Eyre. I personaggi ci sono, o meglio, le parti da loro interpretate: il marito esasperato, la moglie troppo bizzarra per essere considerata a posto con la testa, l’istitutrice che cerca di fare luce sulla vicenda. Ma qui i ruoli si invertono. Cosa pensereste se Jane, anziché votarsi a Rochester, avesse aiutato Bertha a fuggire? E se Rochester stesso, dopo aver avuto Jane e perso Bertha, si fosse reso conto che non aveva mai amato altri che la perduta, folle moglie?
C’è qualcosa di intrigante in questo ‘remake’ totalmente fuori dagli schemi, lasciate che ve lo dica. Ma forse sono solo io che viaggio troppo con l’immaginazione!
Sul finale, per concludere questo sproloquio, che posso dirvi? Ho sentito più di una persona lamentarsi al riguardo, ma personalmente mi sta bene. Non è un finale degno della parola ‘fine’, certo, si sarebbe potuto continuare all’infinito a narrare le vicende di William, Sugar, Agnes e compagnia bella. Ma, come dice Faber congedandosi, questa storia doveva concludersi prima o poi, o lui non ne sarebbe mai venuto fuori. E se la sensazione è che abbia messo un punto, semplicemente, quando non se l’è più sentita di continuare, non posso biasimarlo. Vent’anni per scrivere un romanzo sono piuttosto lunghi…
Perciò, ode a Faber, e ai suoi incredibili, indimenticabili personaggi.

A cura di Fabia Chiucchio

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