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mercoledì 2 novembre 2011

Recensione a cura di Marco Nuzzo - OLTRE LA DIGA DELLA SCLEROSI DEI SENTIMENTI SOPITI - Maria Teresa Manta

Ogni opera, io penso, sia esperienza a sé, perché integrarsi in tutto e per tutto con un autore vorrebbe dire “essere” quell'autore, subirne i traumi, le esperienze e le gioie che lo governano. Ugualmente chi fa della critica un lavoro ha spesso il nefasto e ingrato compito di valutare, se pur di valutazioni si possa parlare, un'opera che, invero, per molti versi non gli appartiene. L'opera che vado a presentare è un tracciato di vita greve tradotto in poesia, come greve può essere la perdita di un figlio, anche quando il figlio è illegittimo. Oltre la diga della sclerosi dei sentimenti sopiti di Maria Teresa Manta è il tentativo di appianare il divario che separa madre e figlio attraverso la poesia, oltre la consistenza stessa della razionalità, lungo l'accettazione prima e l'amore poi, che uniscono, seppure in luoghi o mondi differenti, due persone.

La scrittura nel contesto è semplice, priva di scelte auliche, artifizi letterari e ricercatezze lessicali che possano elevare data opera a ben più prestigiosi contesti, quasi a volerne definire il tutto entro un dialogo tra una madre e un figlio, a volerne lasciare il mondo fuori. Nell'opera, la Manta non spiega come sia avvenuto il distacco, né se il figlio - ch'ella chiama “Il quarto figlio” - sia effettivamente deceduto o si sia allontanato in altro contesto o modo, lasciando al lettore, quasi come fa un ermetico, la facoltà di interpretarne la realtà.
Il Foscolo sosteneva che i fiori, il pianto e le parole, non rendono conforto ai morti, bensì ai vivi, che ne hanno effettivo bisogno. In realtà non ci è dato saperlo, questo; forse, come egli sosteneva, servono esclusivamente a rivangarne la memoria, cose per vivi, o forse no; sta di fatto che quel Patos, il fuoco che alimenta il vezzoso sentire umano, fa sì di legarci ai nostri cari, perché a volte ci si sente vuoti, quando scompaiono. Nella Manta, questa esaltazione del sentimento la si avverte nella seguente iperbole: Ridammi la mia vita/ ché senza te non è vita/ senza te non è gioia, senza te non è nulla e/ NULLA ESISTE!
Dal punto di vista strettamente stilistico, le parole dell'opera Oltre la diga della sclerosi dei sentimenti sopiti, tornano come eco, in loop, come cacofonie che insidiano il cervello al disperato ricordo laddove si fa caustica e angusta reminiscenza, donando enfasi all'angoscioso bisogno di quell'amore.
A cura di Marco Nuzzo

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