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venerdì 11 novembre 2011

Recensione "This must be the place" - a cura di Marco Nuzzo

LOCANDINA "THIS MUST BE THE PLACE"
Film di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Judd Hirsch, Kerry Condon, David Byrne, Olwen Fouere, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Seth Adkins


Titolo originale: This Must Be the Place
Drammatico, durata 118 min.Italia, 
Francia, Irlanda 2011 – Medusa
Uscita venerdì 14 ottobre 2011


La storia è incentrata sulla vita di Cheyenne, rockstar oramai decaduta, ma che può permettersi ancora una vita di agi, grazie alle royalties, insieme alla moglie Jane a Dublino.

Alla soglia dei cinquant'anni, Cheyenne si veste ancora come quando calcava il palcoscenico, quasi a voler aggrapparsi ad un passato estintosi con le vicissitudini del tempo.
La morte del padre, col quale non ha più alcun rapporto, lo porta a New York, scoprendo così che l'uomo era ossessionato dall'idea di vendetta, causa un'umiliazione subita da un tedesco in un campo di concentramento. Comincia così il viaggio di Cheyenne, attraverso gli Stati Uniti, alla ricerca di quella vendetta irrisolta del padre.



È interessante notare il modus col quale Sorrentino riesce a delineare, nel film, il percorso di questo personaggio, portandolo a viaggiare non soltanto nello spazio - con appresso il suo trolley, sinonimo del fardello dell'uomo - ma sottintendendo altresì un viaggio interiore, attraversando il suo passato di odio/amore, che Cheyenne spesso nega; vedasi il dialogo con la moglie al telefono: "Non sto cercando me stesso, sono in New Mexico, non in India". Il personaggio è una sorta di maschera pirandelliana, un viso coperto da un trucco che giorno per giorno sente sempre più suo, un accento che denota l'apparenza e l'appartenenza al ruolo della vita. Questa specie di Edward Manidiforbice, alternandosi in istantanee tra il serio ed il faceto, si scontra con vernissage dell'anima, con situazioni irrisolte e personaggi che man mano lo porteranno ad una svolta interiore. Sean Penn è straordinario nel calarsi nel personaggio, utilizzando la psicotecnica, il metodo Stanislawskij, riesce a coinvolgere pure nell'assurdo, rilegandolo di grottesca otturazione, di chiusura interiore verso la crescente monotonia esaltata dalle perdite che hanno portato Cheyenne alla disperazione e alla pacata depressione.

MARCO NUZZO

This must be the place: il titolo non vuole intendersi come un luogo da raggiungersi in uno spazio ben delimitato. Il posto è da ricercarsi dove gia si è autoctoni, racchiuso dentro di sé.

Di Marco Nuzzo

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