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lunedì 20 febbraio 2012

Ornella Pennacchioni si racconta - A cura di Francesca Ancona

Ornella Pennacchioni, mille vite una sola Musa

A cura di 
Francesca Ancona  - FONTE ARTICOLO 

“Spero di riuscire a non spiegare l’arte, perché penso che sia un avvento intrattabile nella normalità.
Una sorta di sparo nella ragione che non bisogna spiegare.
Una volta capito, l’arte rassegna le sue dimissioni.
L’arte non può scendere a patti con le stoviglie, perché la realtà, ne svapora il senso.”

Ornella Pennacchioni ritratta da Giovanni Pennacchioni

Ci siamo accordate, la padrona di casa ed io. Abbiamo deciso di partire dal presente, o meglio, dall’inizio di questa notorietà sgomenta, piuttosto che da un passato balbuziente. Risalire all’indietro quindi, in un rewind…

Ornella Pennacchioni con l’artista poeta Alessio Patti



Ornella Pennacchioni sono io, e siamo tante: una ressa di donne in fila irregolare davanti al check in. Ho solo tre anni, sono nata su Facebook. E’ la storia di una ritardataria involontaria, e mi presento così, baciando schifata la rima. Ne farei volentieri a meno, del ritardo quanto della rima. Sanno di rancido entrambi, mentre sono flessa in avanti, con l’aria sulla faccia, piena di “sarò”. E al volo rifletto, che se dicesi una ragione di sicuro dev’esserci, e ci sarà anche una ragione se ne ho rimosso il significato. Santa Wikipedia lasciami in panne! Cosa c’entra con me, con questo stimolante invito a raccontarmi, questa divagazione sulla rima, non so. Sarà perché scrivo come un valzer a ritmo di tango. Chi mi conosce lo sa, e forse mi ama perché i rettilinei del pensiero quando scrivo si torcono in quel divenire a sorpresa. Sto perdendo il filo, e volentieri. Mai mi servirei del Back Space, perché m’inebrio da sola di questa presentazione sbandata e irta. Dunque, dicevo: ho iniziato su Facebook pubblicando brevi pensieri, poi alcune note a tema. Ho un incontro decisivo per la mia crescita in rete: Alessio Patti, poeta e commediografo siciliano di grande talento. Crea per me delle realizzazioni grafiche di alta professionalità, nel talento che ha di leggermi l’anima.

“Una favola robusta” 
racconto di Ornella Pennacchioni, voce narrante dell’autrice, 
video di Alessio Patti

E se una sorta di applauso in crescendo, non mi avesse dato l’ordine di pubblicare, non sarei qua, ora. Si scrive perché lo fanno quasi tutti. Ma pochi si riconoscono nel mal scrivere che sta al mal di vivere come la pasticca sta allo psichiatra. Dall’inflazionato cassetto degli artisti domenicali, bastanti a se stessi nell’insicurezza spacciata per pudore, esce il romanzo di una donna sicura di sé, destinato altrimenti ad autocompiacimento aeternum-amen. A volte la gloria ti salta perché non sa che esisti.

E’ sempre Facebook a mettere sui miei passi uno dei più grandi attori del nostro teatro: Paolo Ferrari. Comincia ad apprezzarmi in quei pensieri a tema. Io stento a credere che sia proprio lui a gestire il suo profilo, tanto mi trema il cuore quando leggo i suoi commenti ai miei brani pubblicati. Gli chiedo se avrebbe piacere di leggere il mio romanzo. Accetta, dichiarandosi lusingato. Mi sembra improbabile che lui, proprio lui, apprezzi con tanto di meraviglia il mio stile. Gli dico che ho necessità di esistere e non esiterà a fare un vero MIRACOLO: decide di portare quel romanzo al Maurizio Costanzo Talk.



Paolo Ferrari



Sempre lui, Paolo Ferrari, dichiara l’indelebilità di questo romanzo. In verità quasi tutti i lettori riconosceranno un sé disperso oltre la lettura stessa, che sembra tatuare. Una storia che diviene presto popolare fra lettori eterogenei, persi e ritrovati dentro quelle pagine che tengono d’occhio l’indice come via di fuga. Un libro dentro un libro, una risorsa letteraria speculare per diluire un dispiacere solitario, quello universale che è di tutti. Passato attraverso lo sciacallaggio di un primo editore, per poi essere ristampato col marchio personale con cui mi sono auto prodotta, non posso parlare di questo romanzo come l’avessi letto, perché l’ho solo scritto. E dovrei leggerlo, come amo dire giocando dentro una stravagante necessità di ruoli invertiti. Ho deciso di cominciare a scrivere cinque anni fa incitata da un dannato persecutore, tale signor Panico, detentore anche di un distintivo all’occhiello: D.A.P. che infine non mi è stato neppure fedele. Credo s’infilasse nel cuore, nell’anima, nel corpo di molti, mentre pensavo che non volesse lasciarmi per un amore criminale reso ossessivo dalla mia resistenza. Una notte, rammollito dagli ansiolitici, mi ordinò di scrivere. E subito si spalancarono tutte le stanze dell’anima, persino le “segrete”. Ho iniziato in questo modo, da una parola, con rimostranze umane ormai insostenibili nel quotidiano. Mi sono affidata all’immaginario colmo di urgenze da dichiarare, in bilico sul baratro delle rivelazioni.
Sono entrata, con un potere illimitato, in punta di penna nell’infinito estasi creativo. Resa immune dall’estro, che in quanto tale, mi lasciò ammazzare, amare, scrivere, e miracolare, dopo aver tanto pensato, diventai una lama infallibile mai addomesticata da riferimenti accademici. Il tema? Io, sempre io, finché morte non decida di separarmi da tutte le altre me: regnante ad honorem, erede di sole parole. Ora non resta che andare oltre le pagine, e risalire indietro all’attività creativa precedente alla scrittura, e arriviamo ai km di perle, ciondoli, strass, fino ai bijuox.

Devo ringraziare il talento soccorritore, che ai primi assalti del signor Panico, mi venne in aiuto in una condizione nuova alla routine. Necessitava qualcosa di ripetitivo che anestetizzasse la paura coi piccoli gesti della misura.



I gioielli creati da Ornella Pennacchioni




Nel metodica artigianale, la pace. Infilare infilare infilare perline, ammaestrarle in ghirigori monumentali tanto simili allo stato di sofferenza: contorti e giganteschi, che mi consegnavano all’alba, sfinita, il tavolo dell’atelier ricco di bijuox, male ai tendini delle mani, gli occhi rossi e il primo caffè del mattino. Monili saturi d’idee, soluzioni creative inusuali, di materiali modesti reperiti ovunque. Ma un solo elemento, un ciondolo, un’allacciatura improponibile, che fosse appartenuto alla famiglia, era un ordine inderogabile. Una sorta di vintage affettivo, un marchio di appartenenza che mi mantenesse ancorata al ventre universale della vita. Associazioni bizzarre e spesso irriverenti: immagini sacre e cornetti anti-congiure, esente io da fede tradizionale e affezione ad amuleti, ma piuttosto amante di fusioni bizzarre. Così è sorta una produzione anticonvenzionale molto terapeutica, abbinata ad un percorso nella moda.

E ancora su, a ritroso. Dipingere, come mangiare, come vivere…




Alcune opere di Ornella Pennacchioni

Impugnare pennelli, allineare tele, tubetti di colori, e fogli e fogli come vele in attesa di una rotta. Dipingere, imbastitura mai dispersa, fra una manifestazione artistica e l’altra. La pittura è sempre tornata da me. Attraverso essa ho raccontato il taciuto quotidiano ogni giorno della mia vita. Sono gli anni delle frequentazioni artistiche all’Accademia delle Belle Arti, sezione Scenografia teatrale, dove arrivo autodidatta e ne esco quasi uguale.

Una delle tavole pittoriche di Ornella Pennacchioni per la tesi di laurea su Eliogabalo di Antonin Artaud

L’odore d’acqua ragia lungo gli androni dell’edificio, mescolata al mio buon profumo di marca, s’intrattengono ancora nella memoria olfattiva. Sono gli anni delle parole dipinte con maggior furore, in quello scandalo creativo asmatico e mai rassicurante, poiché all’arte la certezza nuoce. Audace, oltre lo spirito decorativo della donna ai pennelli, usati spesso come ago da ricamo, ho attraversato l’onirico di lusso senza lacci. L’arte non ha indicazioni, misure. Le donne nell’arte sono spesso deboli, perché parsimoniose e previdenti. Amano dispensare confetture in parole, opere, che a volte meglio sarebbe omettere. Risultato: meno sdolcinati ai loro piedi santi e meno schemi da piccolo punto disseminati per casa.

Ora cosa accade? Laurea in Scenografia teatrale, una proposta di lavoro al Festival dei due Mondi di Spoleto, moglie, mamma, casalinga, un fratello talentoso già laureato in Scultura col pallino d’oro della fotografia fin da adolescente. Decidiamo assieme per una carrellata glamour dagli anni Venti agli anni Quaranta.

Ornella ritratta dal fratello Giovanni Pennacchioni

Divento la sua modella. Un paio di veli, qualche pizzo, un paio di guanti, un trucco adeguato, mi trasformo nell’anima in tutte quelle femmine d’epoca per l’innato senso di teatralità, di cui ho memorie lontanissime. Partecipiamo a mostre in Italia e all’estero, all’arte Fiera di Bologna, Fiera del Levante di Bari, vendiamo questi ritratti senza multipli, a privati, negozi d’arredo e non. E’ questo il primo periodo di esposizione da parte mia, che avevo fino a quel momento vissuto l’arte in modo chiuso.

La giovinezza…

Ornella ragazza

Poco di eclatante da raccontare, se non un bagliore convincente, a me e agli altri, merito dell’età e non solo. Sempre la pittura con me, a scandire il sole di fuori, con una personalità complessa e profonda da rivelare con l’arte. Devo dire che per il merito assegnatomi da madre natura, è stato molto faticoso dover dimostrare ai portatori di luoghi comuni, che il mio era un in punta di neuroni d’ un certo tipo, piuttosto di un con tutto il rispetto per gli animali da cortile.

Meno faticosa è stata l’infanzia, in cui una madre di straordinaria bellezza, dotata d’intelligenza all’avanguardia, un padre attore, ballerino, cantante, di grande talento, hanno accolto la mia versatilità senza inibire nulla.

Ornella bambina

Sapevano che rinunciare a me, di me sarei ammalata. Fin da piccola amo cantare, ballare, recitare: figlia di tanto padre! Sembrerebbe che sappia fare tutto. Non è così! Non ho mai imparato le tabelline, non so fare le divisioni, la stessa forma grafica dei numeri, se escludiamo il n. 8 che mi avvolge, mi da ansia da prestazione. Come un problema m’imponesse di essere risolto. Ho difficoltà di apprendimento del pensiero altrui, se pragmatico: mi assonna. Sarebbe più lungo l’elenco delle non predisposizioni. Ho raccontato una donna a ritroso, che a metà cammino artistico sommerso, ha incontrato un provocatore del suo malessere, rivelandosi poi il bugiardino della cura stessa. Ora, lui, il signor Panico, è ai suoi piedi. Continua ad amarla, smascherato e innocuo. Lei se ne frega dei suoi tentativi di seduzione, ringraziandolo di averle dato suo malgrado, i mezzi per non morire di niente, perché il panico è il millantatore d’una finta morte. Sono io quella donna e ora sono salva: mi chiamo Ornella Pennacchioni e sono nata tre anni fa su Facebook.




Ringrazio Ornella Pennacchioni per la gentile disponibilità.
A cura di Francesca Ancona


Articolo pubblicato per gentile concessione dell’Autrice 
a cura di 
http://www.beautifulcontrocorrente.com 
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