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martedì 2 ottobre 2012

Ricordando Claudia Ruggeri - di Marco Nuzzo

Ottobre era il mese, 27 e 1996 i numeri e le date a cui impartì il folle volo. Era Claudia Ruggeri, era l'Inferno minore. Era. Di maudit tra i poète si annoverano nomi eccelsi, Rimbaud e Verlaine, Holderlin, la Cvaetaeva, Esenin e Baudelaire. E poi i nomi nostrani: Campana, Pavese... 
ma di fronte a maestri indelebili nasce, cresce e si sviluppa una subcultura confinata e sconfinata a cui certuni non vogliono dare degna lode. Forse è il caso di parlare proprio della poesia sospesa e di nomi come quello della salentina Claudia Ruggeri, morta a soli ventott'anni, ché aveva detto, compiuto e attato il dire dei grandi a uno stile proprio, un pastiche letterario sodale con l'onirismo e il linguaggio barocco che caratterizzarono la sua visione umana e poetica in un arrovellarsi di linguaggio aulico e semplice insieme, sprofondando il lettore in un movimento d'anima, una Babele linguistica difficile da comprendere proprio perché su altri livelli in cui si privilegia il significante al significato. Questa era Claudia e, nel mese della morte, a distanza di sedici anni vorrei ricordarne il valore, forse non solo perché conterranea o in quanto poetessa, conosciuta dalla massa solo dopo la sua dipartita, forse non solo per la forza trasmessa in ogni verbo, in ogni carnosa sedizione verso quel piattume di certa poesia stentata, forse non solo per l'idea di perfezione inseguita nell'ombra di quel guerriero di Pace che fu Don Tonino Bello. Forse solo perché era Claudia Ruggeri, la purezza di una colomba fattasi carne e ossa, una purezza insoddisfatta di vivere nel catrame, nel mondo che non le apparteneva. Abbisognava di volare e lo ha fatto. Nel suo folle volo ha compiuto l'atto estremo, la condizione massima di liberazione dal corpo. Ed è forse nel vuoto, nella fine di ogni arte e storia e mondo, come disse Carmelo Bene, che si può ricercare l'essenza stessa dell'essere, privandosi di ogni misura e ogni controllo, imparando ad alimentarsi di vuoto. L'arte, credo, debba essere il mezzo per giungere al fine e non il fine stesso. Se utilizzata come fine, l'arte alimenta l'ego, se usata come mezzo per giungere al significato serve a sprofondarsi nell'es, nella conoscenza primaria e rettile, priva di ambizioni, di falsi scopi e ambiguità. Questo dovrebbe essere l'insegnamento e l'arte degli alti poeti, tra cui annovero Claudia Ruggeri.





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