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lunedì 1 aprile 2013

La traiettoria del vento - Ninnj Di Stefano Busà


Riflessione sulla Poesia
da venditori di parole a uomini liberi
La Poesia riscatta il dèmone o il folletto che è in noi e fa scattare quel meccanismo polimorfico della parola, che è luce, se orientata in alto, ombra se artisticamente vale poco: la Poesia è una di quelle condizioni che predilige le sbandate umane, è una di quelle facoltà (ne abbiamo poche) che conservano l'identità naturale del soggetto, ne fanno un discorso indissolubile col suo “Io” più profondo, col sentimento o col dolore che si districano da lui, per porsi in dirittura d'arrivo per gli altri. Quando ciò avviene, ecco, questa è POESIA... siatene certi

Ninnj Di Stefano Busà
(Prefazione di Davide Rondoni)


Da cosa misurare - se mai misura è possibile - la presenza di una voce poetica? E questo libro, ennesimo e pur aurorale di una voce da tempo udita, da dove trae la forza di presentarsi?

Per rispondere se pur per accenni alle due domande, sgombriamo il campo da un equivoco, blando ma resistente: non è possibile misurare la presenza di un poeta soppesando titoli sui vaghi bizzarri scaffali delle librerie, né sfogliando pigri giornali o cataloghi di editori disabitati dalle muse. Gli storici e gli schedatori della letteratura possono certo pesare le citazioni, le influenze, ma siamo appunto già nell’ambito del letterario, che non è quello della poesia viva. La quale infatti sopporta una sola misura del proprio incidere, o meglio del suo proprio ferire e ferirsi in un tempo: quella misura di stupore e struggimento che ci fa accorgere che un verso o un componimento accadono, sono irrefutabilmente “presenti”. Ovvero ci donano - secondo la qualità tipica della grande arte di render presente qualcosa a cui nessun linguaggio riesce a giungere - un’esperienza attuale del mistero che nutre e domina il vivente.

E allora diciamo che Ninnj Di Stefano Busà ha un verso presente: la resina di infinita esperienza, di appassionata lettrice, di nostalgia in cui è custodita la provenienza di quel particolare verso, non la trattiene in una posa ammirabile e inerte. No, la sua poesia avviene nel momento stesso della nostra lettura. Si presenta a noi con una forza inaugurale. Tanti momenti in questo libro sono così. Per questo la presenza di Ninnj Di Stefano Busà è forte.

Troppo spesso invece molta poesia è scritta come se fosse un morto ben composto che ci viene presentato poi durante le esequie - libri, festival, premiazioni etc. -. Comunque un reperto, che strane carte confezionate da volenterosi editori dovrebbero esibire in giro.

La poesia di Di Stefano Busà ha, al contrario, la qualità del medesimo vivente in cui si getta a capofitto, per così dire, in una furia percettiva e interpretativa che sgomenta. Accade, misteriosamente.

Non credo sia a caso che accanto a versi di taglio squisitamente montaliano come “sciaborda ancora sentore di salmastro”, troviamo in queste poesie i segni di ascendenze da tipi di poesia come quella di una Marinane Moore, come quei “grappoli di uccelli di fuoco”, ovvero momenti visionariamente coinvolti nell’accadimento presente e misterioso del mondo. O diciamo pure di momenti del Montale meno adagiato sul proprio controfagotto ma vigile a epifanie e “miracoli” come quello della “innocenza del capriolo dentro la selva”.

La raccolta di queste poesie ultime in una generazione di opere inesausta e sempre tesa, ci fa trovare una poetessa alle prese con una sfida che sembra espressa da una poesia centrale:


“...si ripete la meraviglia
che serve alla cecità

per estinguere il suo pianto”

La domanda sul destino delle cose, un respiro che si situa su un limitare estremo del reale, ecco i motivi della sfida. Come sempre in un comporsi enigmatico di metafore, la Di Stefano Busà ci obbliga - conducendoci a quei tre versi finali fatali e oscuri - a fare i conti con una condizione di limite. Con un senso di resa, di abbandono che unisce, ma a un livello altissimo, ciò che parrebbe disgiunto nell’esperienza: il senso del finire e il senso di un abbandono fiducioso.

Come accade anche in quest’altra poesia, dallo splendido inizio e con quel finale chiuso da un verso che sembra esito della serie di perdite elencate nel testo e invece mi pare indicare anche altro, un “altro” movimento:

“e so che il deserto è senza volto,

una sofferenza carnale

Noi attraversammo solitudini

abissali, sfattezze di euforia

nelle parole accese,

una sola, lontanissima illusione”.

Del resto, senza scomodare una filosofa assetata di poesia come Maria Zambrano, possiamo leggere nel titolo stesso della sezione “Un chiarore rimane”, una specie di sintesi di questo libro fiammante, che trova i suoi momenti a me più vicini in certe deviazioni, in certe visionarietà indifese, quasi sull’orlo del tramortito.

Qui, mi pare, la poetessa non ha timore di esibire nulla, non ha vergogna di apparire investita di una condizione esistenziale: “il gelo della carne e il nulla/ sono il k2 da scalare”, dice in un verso tra i più stranianti ed efficaci. Non ha timore di esporre la sua speciale condizione di miseria come dice in un’altra poesia che contiene un altro dei momenti più felici del libro: “sulla nostra pelle/ le dita del caos” In questa miseria - o meglio in tale sfida senza riparo - dove “tutto inquieta / (tranne il Tuo perdono)” la poetessa sa di dover guardare bene, di dovere ancora una volta illimpidire la pupilla e il cuore. Si tratta, senza possibile rimando, di giocarsi l’anima e tutta la poesia che ha portato alla luce nel testimoniare cosa alfine rimane. E appunto, come in un prodigioso ritorno o in una nuova gemmazione, rimane un “chiarore”. Eliotianamente la sua fine e il suo inizio coincidono, ma non come azzeramento, bensì come senso di un invito, come apparire di un iniziante “al di là” che è già stato a lungo esperienza in ogni passo e qui, infine, si conferma e divampa:

“Un’erba ancora nuova si estingue,
la terra chiama le creature,

sottovoce, dispone l’ala del passero

alla quiete e il vento vi s’impatta

nella sua inanità fuggente.”


Dettagli del libro



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