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venerdì 3 maggio 2013

Mercoledì 8 maggio 2013 - Presentazione delle Opere poetiche di Marco Nuzzo - Sala degli affreschi ex convento dei Cappuccini - Diso

Mercoledì  8 maggio 
si presenta 
Marco Nuzzo
"Anime" e "Non ti piacerei, 
vestito dell'inverno appena trascorso"


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LIBRERIA UNIVERSITARIA

Marco Nuzzo e Gioia Lomasti - Autori in controcanto - Anime - Photocity Edizioni



Viaggio al Silenzio - Gioia Lomasti 

"Sulla traccia di Anime Salve - Omaggio a Fabrizio De André"

Alterismi - Marco Nuzzo 
"Un viaggio nell'Anima"

Poesia e narrativa a quattro mani, dieresi di due autori in controcanto ma in comune lotta contro il pensiero programmato, contrari ai meccanismi preordinati e deleteri che tentano di assorbire identità all'essere. Identità, intimismo, agitazione del pensiero, quello capace di smuovere e traviare, temi rari o estinti in sinergica azione eterotopica, distinta e che non suona con la massa, né con la mercificazione della letteratura. Nuove cosmogonie, abili a tessersi lungo le pagine di "Anime" di Gioia Lomasti e Marco Nuzzo, arbitraria sintonia per chiunque sia capace di creare una nuova chiave di se stesso, tutti i giorni. Concorrono a rendere preziosa l'opera le linoleografie di Stephen Alcorn, il contributo di Norman Zoia, paroliere di Pino Scotto e dei Vanadium, introduzione di Alessandro Spadoni, prefazione a cura di Francesco Arena e Alessia Cutrufo.

I proventi dell'opera saranno devoluti per progetti benefici 
e al fine dei canali supportati per la promozione Autori ed Artisti.


COMUNICATO STAMPA


Genere: Silloge prosa e poesia a due autori 
Casa Editrice: Photocity Edizioni
Sinossi: Anime, silloge poetica a quattro mani, nasce come dieresi di due autori in controcanto, visibilmente diversi nella ricerca, ognuno del proprio es. l’Io che si dipana in tutta la lunghezza dell’opera di Gioia Lomasti e Marco Nuzzo è, difatti, caratterizzato non dal mero verseggiare già vetusto, privo di significazione e dettato dal solito, abusato ed esecrabile individualismo osteggiante la materia “Eros” e “Thanatos”, privo quindi di tale follia inabile a violentare i sensi. In un certo qual modo si potrebbe definire l’opera come la fuga in quella percezione corrusca che è fine ultimo del pensiero libero e liberatorio di ognuno, ma che ben pochi sono capaci di esplicitare. È nell’intimità più pura che si manifesta la pazzia che tentiamo, oltremodo, di celare a scapito della conservazione stessa della sanità mentale, del cervello rettile, il quale dovrebbe conservare le funzioni naturali della sopravvivenza e che viene bloccato in un certo qual modo dalle credenze imposte dai cervelli più grossi, il paleo-mammario e quello nuovo. 

Gli “occhiali” del nostro modo di pensare e di vedere, i nessi di casualità e circostanza, di spazio e tempo – affermava Lorenz – sono funzioni di un’organizzazione neurosensoriale sviluppatasi al servizio della conservazione della specie. Tuttavia oggi l’uomo tende a perdere quel fattore di comunione e interazione cartesiana di res cogitans e res extensa, privilegiando di gran lunga il cervello nuovo in una corsa alla scalata piramidale e verso la punta, restando completamente distaccati dalla naturalità delle cose alle quali i nostri avi si attaccavano con gesti apotropaici, dando importanza alle sensazioni, più che al bisogno di sorpassare coattivamente l’altrui bisogno. È una continua corsa agli armamenti, un rimaneggiare squallidi orpelli che diano miraggi di status symbol votati al “lei non sa chi sono io”, alle congetture di vanità del patrimonio fisico e fiscale, in una disarmonica cacofonia suonata a normalità. Tutto il resto diviene millantato disordine, la recalcitrante visione di un modello che deve scomparire per lasciare il posto alla falsa dicotomia del bianco e nero, a nessun’altra mostruosa sfumatura. Distopia, a questo tende il potere del nuovo illuminismo, alla calcificazione dell’epifisi, del terzo occhio. L’arte, quella vera, deve attentare al piattume del falso conformismo, promulgandosi e statuendosi a nuova norma di conservazione personale e sociale, innestandosi come cura per quella naturalità che ci distingue dalle macchine. Anime tende a questo, in modo pacato e umile nella descrittiva narrazione di Gioia Lomasti, in una personale visione del suo Viaggio al silenzio, per erompere poi nell’irruento gioco di specchi Alterismi, eterotopia di Marco Nuzzo, impreziosita di neologismi e impalcature complesse, inseguente la significazione più profonda del fare poesia. Una prova che non tutta la schiera della società si assuefà ai costumi e al consumismo divoratore della vera identità, persino al costo di essere additati come mostruosità, come quella definita da Richard Burton Matheson nella sua opera, Io sono leggenda, unico baluardo da abbattere per definire una nuova e virulenta conformità sociale volta a spengere idee e inastare, a vessillo, nuovi vampiri.
Presentazione a cura di Norman Zoia: Ponteggi arditi per Nuzzo dopo i fraseggi di Gioia. Ballata e racconto per una scommessa in due atti ancora gioiosamente marcati dove il verso si sprofonda in una speciale prosodia. Dai tasti un po’ ingialliti di un vecchio piano-sequencer a quelli neri e jazzati, soltanto sfiorati, in dirittura di una dodecafonia in dodecasillabi che ribalta la liturgia… e la scena! Dalla parola che è nutrimento e souvenir, che è grazia di un femminino sacro e sacrificale, all’invenzione semantica di nuove sonorità e riforgiati lirismi. Carezze & piercing all’anima di due autori in controcanto. Ma li accomuna il “soffio”: del tempo e del Campo. 

***   ***   ***   ***

Poetare è essere “introspettivi”, guardarsi dentro catturando di tanto in tanto i pensieri che passano a velocità sinaptiche sotto la stretta supervisione della ghiandola pineale. Tuttavia, catturare questi pensieri diventa un’arte, combinare le parole diventa matematica, scienza, natura... arte. Carpire l’essenza di una parola diviene un esercizio da fare in sempiterno, sfruttando la propria conoscenza e i propri sogni. 

è corroborante per il cervello, tiene a distanza di sicurezza la pazzia dovuta all’estremo sfruttamento del proprio ego e quindi della ratio, oggi troppo sfruttata a discapito della fantasia. Tutti oggigiorno hanno qualcosa da raccontare, ma bisogna considerare che fare della poesia è un’arte che richiede un qualcosa di più che raccontare una storia, le parole richiedono un’anima propria, ed è quell’anima che bisogna ricercare dentro se stessi e nessun corso di scrittura potrà mai sostituire o esaltare ciò che si ha dentro. Guardatevi dentro, sognatevi... siete voi, non importa se piacete agli altri, l’importante è che piacciate a voi stessi. Non importa se non avete nel vostro bagaglio un corso di scrittura, l’importante è l’esplorazione del vostro “Io” col conseguente annullamento dell’ego.



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