Pagine

▼

Pagine

▼

mercoledì 14 ottobre 2026

Intervista a Eleonora Moccagatta - Autrice di La Porta del Crepuscolo a cura di Gioia Lomasti in collaborazione con Daniela Conti

Benvenuti a questo nuovo appuntamento dedicato alla letteratura contemporanea. Oggi abbiamo il piacere di ospitare l’autrice Eleonora Moccagatta, con il suo romanzo La Porta del Crepuscolo, primo volume di una futura trilogia dark fantasy. Eleonora è al suo esordio editoriale ma già capace di condurci in un universo ricco di mistero, magia e profondità interiore. Tra le pagine del suo libro, intenso e suggestivo, il lettore si immerge in un mondo in cui il confine tra il visibile e l’invisibile si fa sempre più sottile. Attraverso la figura di Kael, licantropo e capobranco segnato da un destino che non ha scelto, e della strega Aradia, custode di conoscenze dimenticate, veniamo accompagnati in un viaggio in cui antiche leggende, magia ancestrale e misteriosi presagi si intrecciano con una trama capace di catturare l'attenzione sin dalle prime pagine. Creature dell'ombra e segreti sono destinati a cambiare il destino dei protagonisti mentre sullo sfondo si muove una forza oscura, pronta a riaffiorare attraverso sigilli infranti e segreti custoditi nel tempo. Ma La Porta del Crepuscolo non è soltanto un romanzo caratterizzato da atmosfere evocative, magia e soprannaturale. È anche un libro con una forte componente introspettiva, che narra una storia di identità, di scelte, di paure, memoria e  trasformazioni. Un percorso che porta i protagonisti a confrontarsi non solo con le minacce che incombono dall’esterno ma anche con ciò che si nasconde dentro di loro. La scrittura di Moccagatta, intensa e ricca di suggestioni, invita a soffermarsi sulle emozioni e sui significati più profondi della storia. Il romanzo porta così a guardare oltre le apparenze e a confrontarsi con verità capaci di mettere in discussione ogni certezza. Alcuni romanzi raccontano una storia, altri invitano il lettore a varcare una soglia e La Porta del Crepuscolo appartiene senza alcun dubbio a questa seconda categoria. Il risultato è un’opera narrativa che parla agli amanti del fantasy, ma anche a chi cerca nelle pagine di un libro emozioni, riflessioni e la possibilità di esplorare territori sconosciuti dell'animo umano. La Porta del Crepuscolo apre le porte a un universo destinato ad ampliarsi volume dopo volume, lasciando intuire che molti misteri attendono ancora di essere svelati perché alcune leggende non muoiono mai. Restano in silenzio, nell'ombra, in attesa del momento giusto per tornare a essere ricordate. Eleonora Moccagatta è appassionata di mitologia celtica, tradizioni e narrativa fantastica, debutta nel panorama letterario con il romanzo La Porta del Crepuscolo. La scrittura rappresenta per lei un'esigenza profonda e personale: un modo per dare voce a storie e pensieri che chiedono di essere raccontati. Ipovedente, realizza i suoi testi attraverso l'utilizzo del dettatore vocale, affidando successivamente la revisione e il controllo del lavoro al prezioso sostegno della sua famiglia. Un percorso che testimonia come la passione, la determinazione e l'amore per la narrativa possano trasformare ogni limite in una nuova possibilità espressiva.

Buona lettura - In collaborazione con Vetrina delle Emozioni e il Progetto Culturale 100 Libri d'Autore

Partiamo dall'inizio: Parlaci di te, quando hai scoperto che la scrittura sarebbe diventata una parte importante della tua vita?

In realtà non sono una di quelle persone che possono dire di aver sempre sognato di diventare scrittrice. Da bambina, e poi per molti anni, mi è sempre piaciuto moltissimo leggere, almeno finchè ho potuto farlo senza le difficoltà che ho oggi, ma non pensavo che un giorno avrei scritto un romanzo.

La scrittura è arrivata in un altro modo. Soffro di una forma di disturbo ossessivo compulsivo e la mia testa difficilmente si ferma. Quando un pensiero si insinua, può continuare a tornare, a ripetersi, a chiedere spazio. Ho scoperto quasi per caso che metterlo per iscritto mi aiuta a dargli una forma e, in qualche modo, a fare finalmente silenzio. Credo sia stato allora che ho capito quanto la scrittura potesse diventare importante per me. Non è nata dal desiderio di diventare una scrittrice, anche perché nemmeno mi sento una scrittrice, ma da un’esigenza molto più personale. Oggi scrivere è anche questo, prendere qualcosa che continua a vivere nella mia testa e trasformarlo in una storia.

La Porta del Crepuscolo è il tuo romanzo d'esordio. Che emozione si prova nel vedere pubblicata per la prima volta una storia che per tanto tempo è esistita solo nella propria immaginazione?

All'inizio, più che emozione, direi che ho provato paura e anche un po' di vergogna. Continuavo a chiedermi: “Ma cosa voglio fare io? Non sono mica Stephen King…”. Finché una storia rimane nella tua testa o sul tuo computer è soltanto tua, puoi tenerla al riparo, ma pubblicarla significa metterla nelle mani degli altri e accettare che qualcuno possa amarla, non capirla o semplicemente non apprezzarla. Poi è arrivata la prima copia cartacea e lì è cambiato qualcosa. È difficile spiegare quella sensazione, perché improvvisamente avevo tra le mani qualcosa che fino a poco tempo prima esisteva soltanto nella mia immaginazione. Potevo toccarlo, sfogliarlo, vedere il mio nome sulla copertina e credo di aver realizzato davvero solo in quel momento che l'avevo fatto: avevo scritto un libro. La paura non è sparita, probabilmente non sparirà mai del tutto, ma in quel momento ha lasciato spazio a un miscuglio di incredulità, orgoglio e stupore che ancora oggi faccio fatica a descrivere. Ogni tanto guardo quel libro e mi torna ancora la stessa domanda: “Ma l'ho fatto davvero io?”

Il tuo romanzo ci porta in un universo dark fantasy ricco di simboli, magia e antiche leggende. Da dove nasce la tua passione per questo genere letterario?

La passione per il fantasy credo sia sempre stata lì. Ho sempre amato le storie di streghe, draghi e compagnia bella, prima nelle favole e poi nei libri, nei film e persino nei giochi, perché mi è sempre piaciuta l’idea che dietro alla realtà potesse nascondersi qualcosa di più antico, misterioso e inspiegabile. Da ragazza ho iniziato ad appassionarmi alle rune celtiche e da lì si è aperto un mondo completamente nuovo: non mi interessavano più soltanto i simboli, volevo capire cosa rappresentassero, conoscere le tradizioni da cui provenivano, le leggende, le divinità e il modo in cui quelle popolazioni immaginavano la natura, la magia e il rapporto con ciò che non potevano vedere. Più scoprivo quelle storie, più me ne innamoravo. Credo che il dark fantasy sia arrivato quasi naturalmente dall’incontro tra queste due passioni: da una parte il fantasy che mi accompagna praticamente da sempre, dall’altra il fascino per un mondo antico in cui magia, natura, morte e soprannaturale convivono senza avere necessariamente dei confini così netti.

Le tradizioni celtiche e il folklore antico sembrano avere un ruolo importante nella tua scrittura. Cosa ti affascina maggiormente di queste culture e quanto hanno influenzato la costruzione della storia?

Quello che mi affascina maggiormente delle tradizioni celtiche e del folklore antico è il modo in cui il confine tra il mondo reale e quello invisibile sembra essere molto meno netto di come siamo abituati a immaginarlo oggi. La natura non è soltanto lo sfondo in cui si svolge la vita, ma qualcosa di vivo, carico di significati, e un bosco, una pietra, un simbolo o un particolare momento dell’anno possono diventare punti di contatto con qualcosa che va oltre ciò che possiamo vedere. Mi affascina anche il fatto che molte di queste storie non abbiano una divisione così semplice tra bene e male: ciò che è soprannaturale può proteggere, ingannare, aiutare o diventare pericoloso e spesso tutto dipende da come l’uomo decide di rapportarsi a esso. Questa visione ha influenzato molto La Porta del Crepuscolo, non tanto perché volessi riprodurre fedelmente la mitologia celtica, quanto perché ne ho assorbito negli anni l’immaginario e il modo di percepire il mistero. I simboli, le rune, i boschi, le pietre, i rituali e soprattutto l’idea di una soglia tra mondi diversi sono entrati nella storia quasi spontaneamente, mescolandosi con altre leggende e con elementi nati dalla mia fantasia. Forse è proprio questo che amo di più del folklore: parte da storie antichissime, ma continua a lasciare spazio all’immaginazione di chi le incontra.

Il romanzo si apre con un'atmosfera suggestiva fatta di sigilli, monoliti, visioni e antiche profezie. Come è nato il mondo narrativo de La Porta del Crepuscolo?

Il mondo narrativo de La Porta del Crepuscolo nasce da una leggenda che ho conosciuto molti anni fa e che non ha mai smesso di affascinarmi, quella di Lilith, considerata in alcune tradizioni ebraiche la prima moglie di Adamo, creata dalla stessa terra e incapace di accettare una posizione di sottomissione. Secondo il racconto, Lilith abbandona il Paradiso terrestre e si rifugia presso il Mar Rosso, dove si unisce al mondo demoniaco. Con il passare dei secoli la sua figura si intreccia ad altre credenze, diventando una creatura notturna, madre di demoni e nemica dei discendenti di Adamo, soprattutto dei bambini. È una leggenda che mi ha sempre incuriosita perché Lilith non nasce necessariamente come incarnazione del male, ma come una figura che si ribella e che, attraverso il rifiuto, la rabbia e il desiderio di vendetta, finisce per trasformarsi in qualcosa di terribile. Da questa storia ho iniziato a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se la sua vendetta non si fosse mai esaurita, se avesse attraversato i secoli continuando a cercare un modo per colpire l'umanità. Ho così intrecciato la leggenda originale con la mia fantasia, immaginando che Lilith avesse dato origine a creature diverse, dapprima le streghe, poi i licantropi e infine i demoni, ciascuna parte di un disegno molto più grande. Questa successione è una mia reinterpretazione narrativa, non appartiene alla leggenda tradizionale, ed è proprio da qui che hanno cominciato a prendere forma i personaggi, i sigilli e il mondo che li circonda. Volevo che il soprannaturale avesse radici lontanissime, che dietro ogni creatura e ogni simbolo ci fosse una storia precedente, qualcosa che il tempo aveva sepolto senza riuscire davvero a cancellare. Il mondo de La Porta del Crepuscolo è nato così, da una leggenda antica che ho continuato a trasformare nella mia immaginazione, fino a chiedermi cosa sarebbe successo se, dopo millenni di attesa, Lilith avesse finalmente trovato il modo di tornare.

Il tema dei nove sigilli rappresenta uno degli elementi centrali della narrazione. Possiamo considerarlo soltanto un elemento fantastico oppure racchiude anche un significato simbolico più profondo?

La scelta dei nove sigilli nasce prima di tutto da qualcosa di molto personale. Come ho già raccontato, convivo con un disturbo ossessivo-compulsivo e il tre è un numero che, per me, ha sempre avuto un significato particolare. Quando ho iniziato a costruire la storia, mi sono ritrovata quasi naturalmente a pensare al nove, perché è il risultato di tre per tre, una sorta di amplificazione del numero a cui sono più legata. Da lì è nata anche la curiosità di approfondire la numerologia e scoprire quanti significati fossero stati attribuiti ai numeri nel corso dei secoli. Il nove mi ha affascinata soprattutto perché, nella tradizione numerologica, rappresenta il compimento di un ciclo, ma anche il passaggio verso qualcosa di nuovo. È l'ultimo numero a una cifra, quello che precede il dieci, e porta quindi con sé l'idea di una conclusione che può trasformarsi in un nuovo inizio. Mi ha incuriosita anche una sua particolarità matematica: moltiplicandolo per qualsiasi numero intero positivo, la somma ripetuta delle cifre del risultato riconduce sempre al nove, quasi che, per quanto si trasformi, finisca inevitabilmente per ritornare a se stesso. Naturalmente parliamo di interpretazioni simboliche, non di proprietà magiche dei numeri, ma per chi ama costruire storie sono suggestioni straordinarie. Così i nove sigilli sono diventati qualcosa di più di un semplice espediente fantastico. Mi piaceva l'idea che un numero legato al compimento potesse rappresentare anche una minaccia, perché non tutti i cicli, quando si concludono, portano necessariamente a qualcosa di positivo. Nel mondo de La Porta del Crepuscolo, ciò che sembra destinato a rimanere sepolto può tornare, e ciò che per qualcuno rappresenta una fine può essere, per qualcun altro, soltanto l'inizio.


Per approfondire
Segui la fanpage
la porta del crepuscolo


Il titolo La Porta del Crepuscolo è particolarmente evocativo. Come è nato e quale significato assume nel contesto del romanzo?

Il titolo è nato insieme all’idea centrale del romanzo, perché il crepuscolo mi è sempre sembrato il momento perfetto per rappresentare ciò che volevo raccontare. Non è più giorno, ma non è ancora notte, è un tempo sospeso in cui i contorni diventano meno definiti e per qualche istante sembra quasi che due realtà possano esistere contemporaneamente. La Porta rappresenta proprio quel confine, non soltanto in senso fisico all'interno della storia, ma come passaggio tra ciò che conosciamo e ciò che rimane nascosto, tra il mondo degli uomini e quello che esiste oltre il Velo. Mi piaceva anche l’idea che una porta avesse un significato ambiguo: può impedire a qualcosa di entrare, ma può anche impedirgli di uscire, può proteggere oppure imprigionare, e soprattutto può essere aperta. Il crepuscolo aggiunge a questa immagine l’idea della trasformazione, perché è un momento destinato a finire e non può essere fermato. Nel romanzo accade qualcosa di simile: i confini cominciano ad assottigliarsi, antichi equilibri vengono messi in discussione e i personaggi si trovano davanti a soglie che non sono soltanto magiche, ma anche personali. Per questo La Porta del Crepuscolo mi è sembrato il titolo giusto: racchiude il luogo, l’atmosfera e il cuore stesso della storia, ma contiene anche una domanda che attraversa tutto il romanzo, perché davanti a una porta la vera questione non è soltanto cosa ci sia dall'altra parte, ma se siamo davvero disposti ad aprirla.

La tua storia ci ricorda che il male non arriva sempre in modo evidente, ma a volte si manifesta lentamente, quasi come un torpore. È una riflessione che riguarda anche il nostro tempo?

Sì, credo riguardi molto il nostro tempo, ma ancora prima riguarda le persone e il modo in cui siamo fatti. Siamo portati a immaginare il male come qualcosa di immediatamente riconoscibile, qualcosa che arriva facendo rumore e davanti al quale sappiamo istintivamente da che parte stare, mentre spesso ciò che ci cambia davvero entra nella nostra vita poco alla volta. Ci abituiamo. Accettiamo oggi qualcosa che ieri ci avrebbe disturbato, domani facciamo un altro piccolo passo e, quando finalmente ci accorgiamo di quanto ci siamo allontanati dal punto di partenza, quel cambiamento è già diventato la nostra normalità. È questo che trovo più inquietante, perché non credo che le persone siano semplicemente buone o cattive, credo siano molto più complesse e capaci di giustificare a se stesse quasi ogni scelta quando viene compiuta un passo alla volta. Nel romanzo il torpore rappresenta anche questo: non soltanto una forza oscura che avanza, ma la perdita progressiva della capacità di accorgersi che qualcosa non va. È una riflessione che sento molto vicina al nostro tempo, senza volerla legare a un avvenimento preciso, perché basta osservare quanto facilmente possiamo abituarci a ciò che ci circonda. Forse il male più pericoloso non è sempre quello che riconosciamo immediatamente, ma quello al quale impariamo lentamente a non reagire più.



Possiamo dire che la scrittura sia diventata per te anche uno strumento di libertà e di espressione personale?

Sì, sicuramente, anche se per me libertà non significa necessariamente poter dire tutto, quanto riuscire a dare una forma a quello che ho dentro. Nella vita quotidiana ci sono pensieri che rimangono confusi, emozioni difficili da spiegare e parti di noi che non sempre riusciamo o vogliamo mostrare agli altri; quando scrivo posso prendere tutto questo e trasformarlo in qualcosa che esiste fuori da me, affidandolo a un personaggio, a una scelta, persino a una creatura che nella realtà non potrebbe esistere. In questo senso il fantasy offre una libertà enorme, perché permette di parlare di paura, rabbia, perdita, desiderio, solitudine o bisogno di appartenenza senza essere costretti a raccontarli in maniera letterale. Per me c'è anche un altro aspetto molto personale: sono ipovedente e convivo con un disturbo ossessivo-compulsivo, due condizioni che inevitabilmente fanno parte della mia vita, ma quando scrivo non sono ciò che mi definisce. In quel momento posso creare un mondo intero e decidere io quali siano i suoi confini, posso prendere quei pensieri che continuano a girarmi in testa e portarli da qualche altra parte. Forse è proprio questa la libertà che ho trovato nella scrittura: non fuggire da quello che sono, ma poterlo trasformare in qualcosa che prima non esisteva.

Essendo il primo volume di una trilogia, possiamo aspettarci che molti misteri vengano sviluppati nei prossimi libri. Senza fare spoiler, cosa puoi anticipare ai lettori sul seguito della saga? Quali sono i tuoi progetti futuri?

Nel seguito vorrei andare ancora più a fondo, non soltanto nel mondo che ho costruito e nei misteri che nel primo libro rimangono aperti, ma soprattutto nei personaggi. Mi interessa scoprire insieme ai lettori cosa si nasconde dietro le loro scelte, le loro paure, le parti che cercano di proteggere e quelle che preferirebbero non guardare. Nel primo volume impariamo a conoscerli attraverso ciò che accade intorno a loro, nei successivi vorrei che diventasse sempre più difficile distinguere la battaglia contro ciò che viene dall'esterno da quella che ciascuno porta dentro di sé. In fondo è qualcosa che riguarda anche noi: possiamo pensare di conoscerci molto bene finché una situazione, una perdita, una paura o una scelta non ci costringono a scoprire una parte di noi che non avevamo mai incontrato. È questa la direzione che vorrei dare alla trilogia, continuare ad allargare il mondo della storia mentre, nello stesso momento, entro sempre più profondamente nell'animo di chi lo abita. Il secondo volume è già in lavorazione e ci saranno risposte, naturalmente, ma ogni risposta potrebbe aprire una domanda nuova, perché non mi interessa soltanto raccontare cosa accadrà a questi personaggi, mi interessa capire chi diventeranno attraversandolo e, forse, lasciare che chi legge trovi qualcosa di sé lungo lo stesso percorso.

Per concludere, quale messaggio desideri rivolgere ai lettori che stanno per entrare nel mondo della tua trilogia?

Direi ai lettori di prendersi il loro tempo. La Porta del Crepuscolo non è una storia da attraversare di corsa, ci sono dettagli, silenzi, simboli e piccoli indizi che acquistano significato andando avanti e altri che, forse, si comprenderanno davvero soltanto più tardi. Vorrei che entrassero in questo mondo senza cercare subito tutte le risposte, lasciandosi accompagnare dai personaggi e concedendosi il tempo di conoscerli, anche nelle loro contraddizioni, perché questa trilogia non vuole raccontare soltanto ciò che accade, ma anche quello che accade dentro di loro e, magari, qualcosa che appartiene anche a noi. Io sarò lì ad aspettarli all'ultima pagina e, se chiudendo il libro qualcosa sarà rimasto addosso, una domanda, un'inquietudine, una luce fredda, allora la Porta avrà fatto il suo lavoro.

Grazie Eleonora per aver condiviso con noi la tua esperienza e per averci aperto le porte del tuo universo narrativo. Auguriamo a La Porta del Crepuscolo di incontrare tanti lettori e di accompagnarli in questo affascinante viaggio tra magia, mistero e immaginazione. A presto e buon cammino con la tua trilogia.