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mercoledì 28 settembre 2011

IL CANTAPOESIE - PIETRO BRESCIA - Intervista a cura di Marco Nuzzo per Vetrina delle Emozioni

Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Pietro Brescia (Il Cantapoesie), cantante, ma anche fisioterapista e coordinatore di riabilitazione motoria e cardiologica.

MN: Quando e come nasce il tuo desiderio di amalgamare scrittura, musica e teatro, trasponendo la tua arte ai fini della riabilitazione?


Pietro Brescia
PB: Il cantapoesie project nasce 4 anni fa da un incontro con un poeta-pittore , amico-fratello Antonio Brescia. Da una sua provocazione sono nati due spettacoli teatrali da me diretti dal titolo Poesia&riabilitazione, proprio perché un poeta e un riabilitatore lo desideravano. Miracolosamente misi insieme un gruppo straordinario di persone, quella che io chiamai Carovana Esistenziale, la vita sul palco tra suoni e parole. Un cieco campione del mondo di tiro con l’arco, un uomo in carrozzina con una grave malattia genetica (un guerriero), una coppia di gay di cui uno travestito, poi un’altra cieca (mia sorella) e il suo cane guida, un sassofonista di 16 anni incredibile, una bambina figlia dell’uomo in carrozzina, una ragazza  sui generis, ed altre persone particolari tra cui un percussionista che sembra uscito da una favola, una sorta di gnomo bellissimo. Raccontarlo sembra una favola. Invece, tutta realtà. Dopo i due spettacoli  è nato il desiderio di cercare un cantapoesie, un menestrello dei nostri tempi, quello che io oggi chiamo in un mio testo, l’arciere Esistenziale, un menestrello multimediale, un gladiatore.
Dopo vari tentativi con musicisti anche bravi ma con poco interesse per il faticoso e pionieristico progetto , ho deciso di fare tutto da me seppur né musicista né cantante. Ho comprato una chitarra e ho iniziato a dialogare con la poesia, ad immergermi nell’inchiostro, a danzare con le parole e a creare videoclip per avvicinare le persone ad un certo tipo di messaggio. Racconto la realtà vista con gli occhi di tutti, il mio urlo e anche l’urlo di tanti. Cerco di uscire fuori da me stesso per non cadere nella soggettività della vita ma di raccontarla attraverso gli occhi dei bambini, dei disabili, dei poveri, degli artisti, delle donne, degli uomini, della natura, degli animali, per quanto umanamente possibile. Non ho un genere musicale ma posso spaziare ovunque, tutti i ritmi del mondo sono dentro di me. Dal pop alla classica, al blues, al jazz, ecc.

L’arte come ausilio alla riabilitazione è ormai riconosciuta in tante realtà, in Italia sempre con ritardo e grande fatica. Ho creato anche un congresso in clinica che parlava di questo, dell’empatia, della musica, della teatralità che ogni operatore deve avere dentro di sé. Ovviamente ho avuto delle difficoltà a dialogare con i colleghi medici, psicologi, ecc, seppur sostenuto dalla testimonianza documentata di oltre 30 pazienti con cui ho interagito. La tecnica da sola non basta. Curiamo uomini non macchine, con un vissuto, una sensibilità una personalità, una unicità. Spesso leggo poesie a lavoro, canticchio e faccio cantare, ballare. Ho anche creato un brano che faccio ascoltare ai miei pazienti, che parla dello sforzo che ognuno di noi può fare pur rotto e acciaccato per abbellire la vita. (SFORZATI).

Marco Nuzzo
MN: Cosa vuol dire, per te, musicare in versi e, cosa non deve mai mancare nella tua arte?
PB: Nell’arte non deve mai mancare la passione, l’onestà intellettuale, la libertà. Per me musicare, anche se è più corretto parlare di trasposizione melodica, significa poter sentire il respiro del mondo.

MN: Quanti e quali sono i passaggi di lavorazione lungo i quali deve passare una tua opera affinché possa dirsi finita?
PB: Un opera non finisce mai, ma decidi che deve concludersi.
In genere, quando non ho più bisogno di leggere una poesia e sento che si è fusa con la musica e la mia voce, significa, bella o brutta che sia, che è conclusa. Come una gravidanza che si conclude con il mettere al mondo una nuova vita.  Sono come figli per cui vanno amati a prescindere dal loro “aspetto”.

MN: Utilizzi uno stile musicale in particolare, delle rime o dei ritornelli nelle tue trasposizioni melodiche di poesia o ritieni che il verso debba essere libero da costrizioni, affinché lo si possa adattare meglio a una musica?
PB: Non uso uno stile particolare, il cantapoesie è il mio stile. Utilizzo tutti i suoni e i ritmi che esistono e mi sento molto libero nella creazione. In genere è la poesia che mi spinge verso la melodia, come se esistesse già nelle parole. Se è necessario aggiungo una parola, uno slogan, un sussurro, delle urla, un pianto, una risata. Il titolo che diventa il ritornello o una frase che mi colpisce. Non ho regole, ogni creazione è un’opera a sé.
Se non fossi così libero non potrei creare su una creazione. È come una danza, non è un accompagnamento musicale, per questo è più corretto parlare di trasposizione melodica.

giovedì 22 settembre 2011

Intervento a cura di Fabio Amato per "Concerto di un re minore" di Alessandro Monticelli‏

Considerazioni su "Concerto di un re minore" -  di Alessandro Monticelli - A cura di Fabio Amato
Fabio Amato

L'opera di Alessandro Monticelli affronta e ci parla dell'amore rubato e precario e degli incontri fugaci che cercano di tamponare la profonda solitudine dell'anima. Nella precarietà dell'esistenza anche la instabilità degli incontri ci accompagna con la velocità propria della vita di oggi. Incontri che svaniscono in pochi secondi, anche quando si cercano in essi i germi dell'eternità. "...E tu che scrivi sul cristallo/appannato dal fiato/un "per sempre"/ che venti secondi è durato ".Amore che lascia l'amaro in bocca quando ci risvegliamo la mattina ancora in compagnia della nostra solitudine. La condizione umana è la solitudine che si vive e si respira nelle città, dove siamo stranieri perché incapaci di conoscere nel profondo le persone che incontriamo nella nostra vita. In queste condizione esistenziale l'amore come tutti gli incontri hanno in sé già i segni della fine. Tuttavia l'Autore è convinto che l'anima sia ancora l'essenza dell'umano e che malgrado si stia scivolando sempre più in basso, il corpo ancora senta l'esigenza dell'anima e in una sua poesia dice "...Stiamo camminando verso regni più bassi/ dove prendersi veloci come cani chiusi in un garage./ Ma a volte il corpo chiede ancora un po’ di anima/ per tutti coloro che credono di non averne bisogno. " L'anima resta e sarà sempre l'unica risposta possibile, per uscire dalle sabbie mobili che stanno soffocando l'umanità.

Alessandro Monticelli (1973) nato a Sulmona (AQ)
ha pubblicato le raccolte poetiche:
"Medicine Scadute" - Mauro Baroni Editore (Viareggio) - 2004
"Made in Italy" - Edizioni Progetto Cultura (Roma) - 2004
"Favole da un Manicomio" - Il Foglio Editore (Piombino) - 2006

2° edizione 2007

Suoi testi sono pubblicati su diverse antologie e riviste letterarie nazionali e internazionali
ecc.
ha partecipato a numerosi reading e festival di poesia.
Dal 1999 inizia la sua poliedrica attività artistica, esponendo nel duo Monticelli - Pagone 
nelle maggiori città italiane in gallerie e musei.

Pubblicato dalle Edizioni Ursini il quarto volume della nota poetessa “LE ULTIME SCALE” DI PAOLA PANCALDI PUGOLOTTI

Catanzaro 21.9.2011 - Dopo le raccolte di liriche “Il luogo e il tempo”, “Le bocche invisibili”, e il libro di racconti “Le trasgressioni di Miranda”, Paola Pancaldi Pugolotti torna alla poesia con un nuovo ed interessante volume dal titolo “Le ultime scale”, pubblicato nei giorni scorsi dalle edizioni Ursini di Catanzaro.
Con questa terza raccolta, premiata nella XX edizione del Premio “Iniziative Letterarie 2008”, Paola Pancaldi Pugolotti, attraverso il suo modulo scrittorio stringente, coeso e felicemente coniugato in sintagmi di notevole fattura, continua il suo rapporto con quel lirismo iniziato molti anni addietro, che l’ha portata ad essere, oggi, una fra le poetesse più meritevoli dell’agone letterario.
Il suo linguismo moderno è capace di intuizioni, sprazzi di pensiero, di immagini illuminanti, abili a colpire nel segno quello che è il mistero della poesia, perché si uniforma a quel tono alto, e pure intonato e fruibile che non delude e si fa accettare per la rara perizia dei significati e degli strumenti adottati, estremamente raffigurativi e modellati ad una dimensione più universale, più vasta e duratura, quale potrebbe essere la distanza fra noi e l’eternante verità che andiamo cercando, scavando, interpretando: una verità che è sempre altrove, fra noi e la precarietà del tutto che ci circoscrive e ci limita, senza sosta, senza interruzione di continuità.
“Paola Pancaldi Pugolotti - dice Ninnj De Stefano Busà - istruisce, per così dire, un modello lessicale fra i più piacevoli e disinvolti, non cade mai nel banale di un assioma, di un verso, di un’espressione lirica che non abbia il dolce canto ammaliatore di sirene, la dolcezza carezzevole, eppure robusta, vivace e variegata di un rendiconto d’anime che sa, appunto quali ultime scale deve salire il cuore”.

mercoledì 21 settembre 2011

Emanuele Marcuccio - Caporedattore per il blog Vetrina delle Emozioni intervistato dal Curatore editoriale e coordinatore per la suddetta sezione Vetrina delle Emozioni Marco Nuzzo


Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Emanuele Marcuccio, poeta, scrittore, aforista e collaboratore editoriale, caporedattore per il blog “Vetrina delle Emozioni.


MN: Quando e come nasce il tuo desiderio di scrivere in versi?
caporedattore
EMANUELE MARCUCCIO
EM: Il mio amore per la poesia nasce nel 1985, in prima media, grazie alle lezioni di italiano, tenute dalla prof.ssa di italiano, storia e geografia. Però, solo nel 1988, in quarta ginnasiale ho sentito il desiderio irrefrenabile di scrivere in versi, ma erano solo pasticci, solo esercizi, non erano poesie, scrivevo anche senza essere ispirato - grave errore – solo nell’aprile 1990 (in quinta ginnasiale) scrissi la prima poesia “La scuola è in alto mare”, in un gruppo artistico, durante il periodo delle occupazioni scolastiche, fu subito pubblicata nella bacheca della scuola e, per la prima volta mi chiamarono “poeta”; proprio questa poesia dà l’incipit alla mia raccolta Per una strada, pubblicata da SBC Edizioni nel 2009. Sono stato ben felice di inviarne una copia con dedica autografa alla cara prof.ssa delle medie, ormai in pensione, e non si riteneva degna della dedica.

MN: Cosa vuol dire, per te, fare Poesia e cosa non deve mai mancare in un tuo scritto?
EM: “Poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole). La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall'uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni, anche se non si esprimono mai chiaramente ma, come trasfigurati; come ci insegna Ungaretti in una meravigliosa intervista del 1961, non si riuscirà mai ad esprimere appieno la propria anima. Poi, la poesia è anche musica, anzi, la precorre e la contiene in sé ed è la mia maniera di fare musica, infatti, amo molto la musica classica e molte mie poesie sono ispirate dall’ascolto di essa; anche se non scrivo in rima, eccettuate solo tre poesie, solo la rima spontanea contempla la mia poesia, dipoi, la musicalità e la fluidità del verso e, proprio queste ultime caratteristiche non devono mai mancare in un mio verso, oltre alla spontaneità di quello che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”.

Nel cuore prende luce nel Maggio 2010 come raccolta dei versi scritti da Paola Tricomi

ν qum
…Perché vi è una sola lingua, universale, capace di descrivere i mille volti della luce, un sussurro che nasce nel cuore e ad esso è indirizzato.
 
Mi chiedo cosa sia il pensiero, cosa sia l’emozione: cos’è questo profondo che ci caratterizza?
Non mi chiedo da dove provenga, né chi gli abbia infuso il suo soffio, chi l’abbia plasmato, né cosa ancora lo permei del calderone in cui si generò, ma cosa sia, che immagine, profumo, colore, voce abbia, quale la sua fisicità, come immaginarla.
Ne ricerco i contorno palpabili e li trovo.
Li trovo in un pensiero che diventa parola, carta, inchiostro, in un’emozione che è suono, vibrazione di tante corde, in una vita che diventa racconto, melodia, colore, in un’essenza che è goccia, gocce distillate nero su bianco, in chine, note, pennellate come gesti, fiato, calde movenze.
Arte, ritrovo ancora te a cantare gli Abissi, ancora te a travalicare i confini, polverizzare i limiti.
Arte, come creta, ancora tu ad offrire sostanza, materia all’etereo.
Arte, ancora tu a mani giunte e piena ti concedi, pozzo di riversate coscienze, rendendo visibile l’invisibile, reale, tangibile lo sfuggente, in un fluire d’animi l’una dentro l’altra che si riflettono, rifrangono, si rimescolano,  si sfiorano, si toccano.

Solitudine di Fabio Amato - intervento a cura di Emy Mercuri

Solitudine

Inscatolati
nel ventre
della terra
corriamo,spintonandoci
come solitarie monadi,
deflagriamo
le nostre solitudini
lungo cunicoli
senza contorni,
le nostre coscienze,
coni d'ombra
filo spinato dell'anima

Quando lessi la poesia del Dott. Amato, mi stavo preparando a lasciare l’Italia per la Bosnia Erzegovina. Lungo cunicoli/senza contorni,/le nostre coscienze,/coni d'ombra filo spinato dell'anima … Versi che accompagnarono la mia visita a Srebrenica. Mi chiesi se per conoscere l’angoscia si ha davvero bisogno di calpestare i giardini dello sterminio o se questi possano essere evitati e fatti tacere nelle loro voci di solitudine prima che divengano aspre e regolate dalla quotidianità. Solitudine ricorda alle orecchie poco allenate di ogni lettore il canone di The Waste land di Thomas Stearns Eliot. Una guerra aveva preceduto il poema del poeta statunitense naturalizzato britannico, una guerra aveva preceduto i miei studi, ma quale conflitto ha preceduto le riflessioni di Amato? Fabio Amato lavora nel sociale, stringe le mani e accompagna il sorriso alla vita di tutti i giorni di quelli che la normalità definisce “pazzi”. Il tempo si ferma quando ciò che ritenevamo importante svanisce in un battito d’ali di una farfalla. Ogni ragione e ogni sentimento creduto reale divengono idoli scaduti di un mondo che ha materializzato e mercificato l’essenza umana, definendola di volta in volta secondo i canoni del lavoro, delle mode e delle richieste crescenti dei mercati, dimezzando il tempo che l’uomo concede a se stesso e alla condivisione. “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso”scrive John Donne, è di per sé bisognoso di auto rigenerarsi nel divenire dell’intersoggettività che il mondo moderno ha in parte scalfito. Il correre violento verso nuovi lidi, quali il lavoro, l’economia del corpo, certamente non sono nella loro interezza negative. Il lavoro, ad esempio, dà sussistenza (qualora sia equamente distribuito), ma non è l’unica ancora che definisce l’uomo giacché tale. Anzi!Attribuendo un’identità univoca, l’uomo perde le sue differenti capacità e doti, terminando il percorso in una visione solitaria e atomica. Ecco la deflagrazione, ecco i cunicoli, meandri dove l’abisso del dimenticato essere si è trasformato in avere. Lo sconvolgimento dell’immane strage della prima guerra mondiale che ha reso desolata la terra di Eliot si ripercuote nel più crudo immaginario di un uomo che da fine, diviene strumento e lentamente, nella risata del benessere isterico dell’accumulazione materiale, nella lotta contro il tempo e gli spazi da parte della tecnologia, che rende gli uomini moderni superiori agli antichi, è memoria di un momento la solidarietà globale che nei versi d’un poeta diventa filo spinato dell’anima.

"Solo chi si isola da se stesso e dal prossimo è veramente solo."
Nicola Abbagnano

 A cura di Emy Mercuri




martedì 20 settembre 2011

Luciano Somma - Compositore di Emozioni

Luciano Somma è nato a Napoli, diversi anni or sono, ha iniziato a scrivere testi per canzoni e poesie dall’età di 13 anni. All’attivo moltissime pubblicazioni poetiche singole o in antologie anche scolastiche. Ha scritto e scrive su un numero imprecisato di periodici, centinaia i premi vinti, 2 volte medaglia d’argento del presidente della Repubblica e Laurea nel 1987 H.C. in lettere e filosofia. Oggi più volte in giuria nei concorsi di poesia e narrativa, iscritto alla SIAE come autore e compositore sono  circa 2000 le canzoni prodotte con vari collaboratori ed interpreti.
Per anni conduttore radiofonico, più volte in Tv locali e su Rai 2 nella trasmissione NON E’ MAI TROPPO TARDI nel 2005. Direttore artistico della casa editrice e discografica Agos di Vignola, del Project Team Antorva, di Vivicentro , Emmegiischia, e di altre organizzazioni artistico letterarie. 
 E’ il poeta più presente in internet, decine i titoli accademici.
Attualmente collabora con vari siti, radio e TV on line con poesie e canzoni.

SEGUONO I SITI...

In Liguria - Seminario di primo livello EFT - EMOTIONAL FREEDOM TECNIQUES

EVENTO


Ora
sabato 29 ottobre · 10.00 - 18.00

Luogo
Presso Pachamama
Via Genova,104
Albenga


Creato da

Bruno Zanaboni - Autore del libro "EFT per Bambini - L'Arte di Crescere Liberi"


Nel panorama delle Scienze Evolutive EFT si colloca come una delle tecniche energetiche di più semplice attuazione. Immediata ed efficace è applicabile sia su disequilibri di carattere fisico che emozionale. Il corso prevede il seguente programma:
- introduzione alla tecnica, l'energia del pensiero e della parola
- i traumi e i blocchi emozionali, cosa sono, dove si formano e perchè, come eliminare le convinzioni limitanti
- come imparare e applicare EFT
- i vantaggi condivisi, EFT su traumi e paure, EFT generativa
- lavorare su sè stessi e sugli altri
- EFT PER BAMBINI
-introduzione all'"Arte di EFT", l'utilizzo di SET, EFT e HO'OPONOPONOPARTICOLARE ATTENZIONE SARA' DEDICATA ALL'APPLICAZIONE DI EFT SUI BAMBINI.
Al termine del corso sarà rilasciato regolare attestato di partecipazione riconosciuto da EFT-ITALIA.
Per ulteriori informazioni sulla tecnica: www.brunozanaboni-eft.com
iscrizioni entro il 27 ottobre 2011
per info: Pamela - E-MAIL

domenica 18 settembre 2011

Daniela Ferraro : Passi Compagnia teatrale la platea Voce recitante Gianni Moi Regia Gianni MOI




"Dall'antologia "Poesia moderna" (Ursini Edizioni) testo di DANIELA FERRARO - Passi Compagnia teatrale la platea Voce recitante Gianni Moi Regia Gianni MOI

Alberto Figliolia. Compagno Belzebù di Luigi Maffezzoli



11 Settembre 2011

Crepuscolo/ ha odore di prato,/ canto di uccelli migranti,/ sapore di pane,/ orizzonte di onde,
dalla poesia "Pandora" di Luigi Maffezzoli


In un'epoca di riflusso, egoismo, ipocrisia, dominata da caste e lobbisti, dove il presente è incertezza, il futuro una porta chiusa e il passato qualcosa da rimuovere o revisionare; in un'era in cui il denaro è marcio valore, la ricchezza è distribuita con somma iniquità, l'ideale è da sbeffeggiare e la realpolitik con il suo presunto pragmatismo avalla ogni sorta di ingiustizie sociali, in cui il lavoro vale meno della virtualità, regno, quest'ultima, degli imbrogli della finanza mondiale che distrugge economie e vite; in un tempo fatto di facce politiche sconcertanti, screditate, corrotte e meschine, di malaffare e di oppressione di individui e genti contro ogni logica evolutiva di democrazia partecipata... ben venga il lavoro di poeti e scrittori come Luigi Maffezzoli, milanese nato casualmente a Berna. Di lui nella circostanza vorrei citare il racconto lungo Compagno Belzebù, uscito per i tipi degli Editori della Peste un paio d'anni or sono, ma estremamente attuale, inserendosi in una produzione che sa spaziare con eguale valentia fra versi e prosa.
Dalla quarta di copertina: «Aveva un pizzetto appuntito, ormai più grigio che nero, delle sopracciglia profonde due dita, capelli lunghi arruffati. Il soprannome, che da tempo era diventato il vero nome, dipendeva certo da quell'aspetto. Quanto al compagno era l'ultimo retaggio di una giovinezza avventurosa, prima in Italia, nei movimenti post sessantottini e poi in America Latina e negli Stati Uniti alla ricerca degli ultimi indiani». Ce n'è quanto basta per accendere la fantasia, per innescare la curiosità.
Musica country in sottofondo, piove su Milano, piove sulle nostre vite, piovono ricordi e rimorsi, rabbia e rimpianti. Che resta delle nostre speranze, dell'impegno, della solidarietà, della voglia di cambiare il mondo? Perché si è ingoiati dal gorgo della violenza? La violenza istituzionale, la ribellione che degenera, gli errori del sistema, tutti come pedine del caso in un'incomprensibile scacchiera.

venerdì 16 settembre 2011

CARO DE ANDRE' - RICORDANDO I CONCERTI PASSATI.....A cura di Massimiliano Mattei





“…Ti saluto dai paesi di domani che sono visioni di anime contadine in volo per il mondo…” (da “Anime salve”,   Fabrizio De André)




La carovana “Caro De André” torna in Umbria, nella città di Terni, dopo le tappe già effettuate sul Trasimeno e a Narni, dove è già stato cortesemente ospitato. Verranno riproposti, attraverso l’atmosfera   vissuta in    “Creuza de ma”,   i suoni e i colori   del Mediterraneo.E l’Italia è nel cuore di questa culla,   dove   si vanno ad insabbiare lenti i sussurri del mare, e si sente ancora la sua eco che scivola   altalenante…Arrivano allora, fuse, le musiche saracene, turche e berbere, dagli altri margini della vita, dagli altri passi dell’onda, trascinate con la scia dei pescherecci e con l’eco dei gabbiani. Si trovano già in noi, ed è meglio ignorare l’estensione che occupano nella nostra anima i rintocchi dell’ Oud e i lamenti del Bouzouki, dove è nascosto l’odore di quell’altalena, nel cavo dei loro legni vissuti   sull’ebbrezza disordinata delle acque che si gonfiano e poi precipitano in un moto perenne. Anche le lingue usate   non hanno più gran senso… Lingua-franca, portoghese-rotto, genovese, dialetti italici, levantini, bizantini,   tutti corrono sulle stesse onde da secoli, perché il Mediterraneo è il luogo paradigmatico di intersezioni e sovrapposizioni semantiche di millenni di storia.Dalla terra abitata dai pescatori si guarda al   mare come ad una madre severa e generosa, forza generatrice e vortice di traffici assurdi, di incursioni piratesche, di guerre sanguinose, di trasgressioni e ammutinamenti, misura etica e orizzonte dell’esistenza… E’ il ponte infinito fra mani lontane...
A cura di Massimiliano Mattei 

giovedì 15 settembre 2011

URSINI - "LE ALI DEL CIGNO" DI TINA D'AGOSTINO‏

La poetessa vibonese pubblica con le Edizioni Ursini la sua seconda raccolta
“LE ALI DEL CIGNO” DI TINA D’AGOSTINO

Vibo Valentia, 14.9.2011 - A poco più di dieci anni dalla pubblicazione del suo primo volume “Segreti dell’anima”, la vibonese Tina D’Agostino torna alla poesia con la raccolta “Le ali del cigno”, pubblicata nei giorni scorsi dalle Edizioni Ursini di Catanzaro.
Premiata di recente alla terza edizione del “Vivarium”, per la poesia “Madre”, per Tina D’Agostino la poesia è un modo "per comunicare agli altri il vero “io” che c'è dentro ognuno di noi, lasciando a chi legge la libertà di coglierlo o meno, senza avere la pretesa di insegnare niente, ma solo di dare uno spunto di riflessione a tutti".
Significativa, in questa occasione, è stata la sua idea di dedicare il volume “All’Anmil e a chi del proprio lavoro ne fa una missione”.
“In un libro, - scive di lei il giornalista Fulvio Castellani -  il vero poeta, gioca tutto se stesso: memoria, sensibilità, cultura…, ovvero la migliore parte di sé, quella intima in primo luogo e poi quella che guarda all’esterno, che coglie i momenti delle stagioni, il frastuono della quotidianità, il silenzio di cui sa cogliere ogni e qualsiasi sfumatura. Anche Tina D’Agostino dimostra di possedere la gioia del dire e di ascoltarsi, del suggerire e soprattutto di mettersi in discussione, sempre e comunque, allo scopo di dare consistenza alle proprie idee, alle proprie emozioni, alle proprie delusioni e alle collaterali accelerazioni in direzione della luce”.
Per fare ciò la poetessa vibonese si è affidata alle “ali del cigno”, l’uccello che gli antichi celebravano come “uccello canoro” e della cui bellezza hanno scritto e parlato poeti e prosatori di assoluto prestigio.
C’è in questo volume, inserito dalle edizioni Ursini nella collana “Le farfalle”, una vena di malinconica accettazione del tempo che ci sfugge di mano, troppo in fretta e senza che ce ne accorgiamo.
Con un susseguirsi di momenti alti e vissuti o catturati dalla realtà, il suo filmato poetico tocca il declinare le speranze e mette in risalto situazioni non allettanti, anzi vicende legate alla fame, alle guerre, alle tante domande che rimangono prive di risposte concrete per quanti si attendono giornate di pace, di tranquillità, di serenità, di aperture affettive, di quella mano amica che significa condivisione, speranza, amore.
D’Agostino traccia e scolpisce, con parole calde che nascono da esperienze vissute e con il pennello della sua grande sensibilità, pensieri che invocano l’oblio; e lo fa senza dimenticare, comunque, che dietro l’angolo c’è sempre il buio o quantomeno la penombra. Lei si sente piccola e fragile in attesa del resoconto di tutta una esistenza, di quel tramonto che la condurrà nell’Oltre. Una poesia, dunque, che parte dal profondo, che sa esprimere dimensioni fenomeniche del proprio io e coniugare spontaneità ed hmanitas illuminante.



 A cura della Sezione Editoriale

martedì 13 settembre 2011

Intervista a cura di Emanuele Marcuccio a Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice inedita.


Giorgia Catalano
Su invito di Gioia Lomasti, per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura e non solo, la volta scorsa ho intervistato Lorenzo Spurio. Continuiamo con Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice di racconti, tuttora inediti.
EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere, quando hai scritto la tua prima poesia?
GC: Ho iniziato a scrivere a 13 anni.
Il mio “esordio” è stato un racconto che, a leggerlo ora, potrebbe far sorridere, ma, finalmente, ero riuscita a mettere nero su bianco una storia tra le tante che, fin da bambina molto piccola, articolavo (poi costringevo amici e parenti ad ascoltarle).
Lesse questo mio “libro”, la mia insegnante di religione, la quale mi spronò a continuare perché, mi disse: “In questo racconto ci sei tu, c’è la tua carica positiva. Non smettere”. Oggi, purtroppo, questa donna non c’è più, altrimenti sarei stata lieta di parlarle dei miei primi successi.
Nell’età dei primi amori (diciamo intorno ai 15 anni), una infatuazione per me importante, mi spinse a scrivere in versi. Ma non erano dedicati soltanto all’oggetto dei miei pensieri, anzi. C’erano odi alla natura, ai paesaggi che mi colpivano di più, a tutto ciò che suscitava le mie emozioni. Sentivo la necessità di rendere visibile ciò che avevo nel cuore.

Emanuele Marcuccio

EM: Tutto ciò mi porta indietro nel tempo, pensando che, anch’io mi misi a pasticciare in versi a poco più di quattordici anni per una infatuazione amorosa, dico “pasticciare” perché, col senno di poi, erano dei semplici esercizi e non poesie, scriverò la prima vera poesia a sedici anni, dopo quasi due anni di questi esercizi.
Cos'è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
GC: La poesia la vivo come un’amica fedele. Da bambina, molto piccola, raccontavo al mio diario segreto, i miei sentimenti, le mie rabbie, le mie paure. Oggi credo che la poesia sia per me, come una valvola di scarico, come la possibilità che do a me stessa di espandermi in una dimensione parallela alla realtà che, proprio da questa, trae la sua essenza. Sì, perché senza i dolori, le difficoltà o le gioie e le soddisfazioni della vita reale, non potrebbe esserci poesia.
La poesia, a mio avviso, deve essere come noi dovremmo essere, per volerci veramente bene: se stessa. Sbagliato voler somigliare a qualcun altro, voler copiare, per esempio, lo stile poetico di qualche grande autore. Si snaturerebbe la nostra personalità. Non sto parlando, in questo momento, di tecnica, di affinamenti stilistici che, con il tempo e la preparazione sul campo, possono migliorare la forma poetica, ma essenzialmente del significato che noi, stiamo dando ai nostri versi.
C’è chi attraverso la poesia, farebbe rivoluzioni. C’è chi dichiara il proprio amore e le proprie passioni terrene, carnali. C’è chi denuncia le nefandezze del mondo. C’è chi sfoga le proprie rabbie, i propri fallimenti e disappunti.
Un passaggio verso le emozioni
di Giorgia Catalano
Niente di tutto ciò deve essere perso tra le parole, tra quei silenzi espressi dagli “a capo” – come tu dici, Emanuele – altrimenti, non sarebbe più la “Nostra” poesia.
La nostra personalità, il nostro sentire, il nostro vivere, devono obbligatoriamente sopravvivere tra i versi che noi scriviamo, altrimenti non lasceremmo un’impronta di noi stessi, ma di qualche cosa che sarebbe altro da noi.
Nella mia poesia non deve mai mancare la speranza. Alcune di esse sono così cupe e pessimistiche che, a rileggerle a distanza di tempo, mi fanno venir voglia di piangere perché mi intristiscono.
La vita è dura lotta. E’ prova continua, ma non bisogna mai abbandonare la speranza che le cose possano migliorare. Talvolta, ciò che oggi ci sembra assurdo e ingiusto, domani troverà risposta in qualcosa di meraviglioso. E’ questo che non deve mancare nelle mie poesie, altrimenti mi sentirei finita. Proprio perché, per me poesia è vita, deve essere anche speranza in un futuro quanto meno diverso. E non lo dico da sognatrice – purtroppo, i sogni adolescenziali sono rimasti chiusi in un cassetto ermeticamente – ma da donna che guarda in faccia la realtà e vuole ancora credere in qualche cosa, soprattutto nei suoi sentimenti e nelle sue – se posso osare (spero di non peccare di presunzione) - capacità.

domenica 11 settembre 2011

venerdì 9 settembre 2011

Vetrina delle Emozioni presenta il cantautore Pietro Spanò

Pietro Spanò
Pietro Spanò è un cantautore. E' nato a Palermo nel Gennaio 1978 e si è laureato in pianoforte presso il Conservatorio "Vincenzo Bellini" di Palermo.


Nel mese di Settembre (2011) ha pubblicato "IL TERRIBILE SUONO DEL SILENZIO", un viaggio dentro la coscienza dell'uomo...una analisi profonda delle sue fragilità.





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CONCERTO CARODEANDRE'




Ora
Domenica 11 Settembre alle 21.30 


Luogo
Piazza G. Leopardi SPINETOLI AP

Per
CARODEANDRE'

Maggiori informazioni
Ingresso libero

"Avrei voluto parlare d’amore", Francesca Tombari. Damster Editore



Un romanzo dedicato ai pensieri, i sogni, i desideri, l’amore per la vita di una ragazza, Luigia realmente vissuta durante gli anni neri e bui fra la prima e la seconda guerra mondiale.
Tutto inizia in una tiepida giornata di ottobre, il vento caldo e profumato di uva fermentata, il lento cadere delle foglie, il torrente calmo, i ricordi buoni e l’impossibilità di vivere.
Il sorriso di addio di una ragazza nello sbocciare della propria vita e l’indifferenza di chi le vive accanto, impotente. 

Le grida di dolore di una madre, una vita che muore, una vita che nasce. Quel giorno le strade di due donne, di due sorelle si incrociano ed una, senza alcuna memoria dell’altra, ripercorre gli stessi passi, condividerà gli stessi gesti, subirà le stesse ingiustizie, ma con la speranza nel cuore di una vita migliore anche se la vita talvolta….
Inizia tutto quel giorno in cui tutto finisce.“Rosso ed è caldo, scivola fra i capelli, sul collo, lungo la schiena, è il mio sangue.
Di nuovo l’odore del ferro e terra bagnata mi penetrano nel naso, ma ora ne sento il sapore anche in bocca mentre scende nella gola”. 
Francesca Tombari sono nata a Fano dove vivo e lavoro, scrivere è una passione a cui non ho mai rinunciato, un bisogno che negli anni è sempre più cresciuto, diversificandosi.


Ho partecipato a diversi concorsi letterari con conseguente pubblicazione in antologie sfiorando i temi più vari e quasi contrastanti fra loro, dimostrazione del mio considerare la vita multicolore.
Un romanzo precedente pubblicato in e-book da ArpaNet Edtore "In un giorno di primavera". 

giovedì 8 settembre 2011

Gli scrittori non sono polli da spennare! di Maristella Angeli

Cari scrittori,

Mi sono imbattuta in un’esperienza poco piacevole e vi scrivo questa mail, affinché anche voi possiate stare attenti a non “abboccare all’amo”, a non cadere come facile preda alle lusinghe o di dare fiducia a chi non la merita.
Non siamo “polli da spennare” e non credo desideriamo essere presi all'amo da chi vuol fare il furbo, approfittando della nostra buona fede. Un po’ come nella fiaba Il corvo e la volpe di Esopo ripresa poi da Fedro e successivamente da Jean de la Fontaine http://it.wikipedia.org/wiki/Il_corvo_e_la_volpe
Eh sì, alla sesta pubblicazione, ho tentato altre strade. Pensavo che affidarsi a qualcuno che avesse curato personalmente l’opera potesse essere una buona idea. Niente di più sbagliato!

Ballata degli impiccati - De Andrè

Edita da Ursini la nuova opera della scrittrice di Soverato “DA NIKLON”, LIBRO DI VITTORIA CIRILLO TRA REALTÀ E MITO



Soverato, 8.9.2011 - Fresco di stampa per le Edizioni Ursini di Catanzaro il nuovo volume della scrittrice Nike Venusia Marziani, pseudonimo di Vittoria Cirillo, dal titolo “Da Niklon”: un viaggio letterario che ripercorre secoli di storia calabrese e arriva sino ai giorni nostri attraverso un’attenta analisi degli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita sociale della regione.
Con tale pubblicazione, inserita dalle edizioni Ursini nella collana “I libri dell’Elefantino”, l’autrice di Soverato è riuscita a dare un tocco di poesia ai famosissimi Bronzi di Riace e al più giovane dei due in modo particolare, a quel Niklon che ha condotto l’io narrante (quello della scrittrice Nike) nel viaggio alla riscoperta delle sue origini greche, di una storia tra la realtà e il mito, di un carosello di intermittenze da cui è emerso in tutto il suo nitore il grande amore che Vittoria Cirillo ha per la Magna Graecia, per la terra di Calabria, per i personaggi che hanno marchiato di sé i vari capitoli delle vicende del Sud, lasciando delle impronte indelebili, tra i quali Marco Aurelio Cassiodoro.
Vittoria Cirillo usa le figure di Nike e di Niklon, poi di Zoeatlon e di Zoe (e non solo) per dire e suggerire, per navigare alla scoperta o riscoperta di Ramsete II e dei suoi figli, dell’Egitto, di Pompei, del museo di Reggio Calabria, della Grecia.
La sua scrittura privilegia il dialogo e sa intervallare presenze ed elementi che richiamano talvolta la poesia o, se preferiamo, la prosa d’arte. Valga, come esempio, la bellezza del sogno iniziale, il mediare tra la civiltà del passato e il presente abbastanza incolore, il suggerire che “proprio quando si sta cadendo, si cerca un appiglio, per salvarsi”.
Il suo, è un continuo stuzzicare l’attenzione del lettore che non può fare a meno di riflettere intorno ai perché che spingono l’io narrante a contestare il “padano” Umberto Bossi, a dialogare anche ironicamente con personaggi dello spettacolo avendo sempre presente la valorizzazione della Calabria, della sua gente, della sua incommensurabile storia e bellezza.

mercoledì 7 settembre 2011

DE ANDRE' - Un matto

INTERVISTA A LORENZO SPURIO A CURA DI EMANUELE MARCUCCIO

EM: Su invito di Gioia Lomasti, per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura e non solo, la volta scorsa ho intervistato l’inedito Luciano Domenighini. Continuiamo con Lorenzo Spurio, scrittore, giornalista, blogger e critico letterario.
Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?
LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?
LORENZO SPURIO
LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
EMANUELE MARCUCCIO
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?
LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

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