Questo blog nasce dall’incontro tra Autori e Artisti. Un luogo dove la musica, la scrittura e soprattutto la poesia trovano una vetrina capace di dare voce alle emozioni che sapete trasformare in arte.
Un invito a condividere e lasciare che le vostre parole e le vostre note raggiungano chi sa ascoltarle.
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IL VERSO CHE TACE DI GIOIA LOMASTI - OMAGGIO A DANTE
EMOZIONI IN VETRINA
“L’autrice desidera esprimere la sua più sincera gratitudine per gli apprezzamenti rivolti ai progetti presentati sul suo sito, accolti con interesse anche su canali esteri. Il riconoscimento ricevuto costituisce per lei un prezioso incoraggiamento a proseguire con passione e dedizione nel percorso creativo intrapreso.”
Il testo di Nicole Steiner si presenta come un piccolo canto di appartenenza, un dialogo intimo con il mare che diventa custode, confidente e destino. La voce poetica si muove con naturalezza tra immagini quotidiane — il sentore del caffè, l’alba sopra i tetti, i vicoli odorosi di sale — e un sentimento più profondo, quasi ancestrale, che lega l’io lirico alla città e alle sue acque.
Un sentito
ringraziamento a Daniele Cerioni per la sensibilità con cui trasforma emozioni
profonde in parole capaci di toccare il lettore. La sua scrittura restituisce
voce a ciò che spesso rimane taciuto, offrendo un percorso di ascolto e
consapevolezza. Grazie anche ai lettori che seguono e sostengono il suo cammino
artistico attraverso Vetrina delle Emozioni, contribuendo a diffondere poesia,
dialogo e condivisione.
Daniele Cerioni
(1979) è poeta, favolista e musicista, nato a Frascati. Laureato in
Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, cresce nell’ascolto
dei grandi cantautori italiani, sviluppando una profonda sensibilità per la
parola e per la musica. Il suo percorso creativo inizia nel 2007, quando
compone le prime dieci poesie. Dopo una lunga pausa, nel marzo 2020 — durante
il lockdown — ritrova l’ispirazione e dà vita ai testi che confluiranno nella
sua opera d’esordio Pensieri(in)versi (PAV Edizioni, 2022). Con La
libertà delle farfalle (PAV Edizioni, 2024) amplia il proprio orizzonte
poetico e si avvicina alla letteratura per l’infanzia, dando vita a una
raccolta di poesie e favolette dedicate ai bambini e a tutti coloro che
conservano un’anima fanciulla.
Ci sono figure che non abbiamo conosciuto, eppure ci abitano. Arrivano a noi attraverso racconti, fotografie, sguardi che altri hanno custodito. Oppure attraverso la montagna, che custodisce più ricordi degli uomini stessi. Così è per Ernesto Lomasti, mio zio: un giovane alpinista che ha lasciato il mondo troppo presto, ma che ha continuato a vivere nei luoghi che ha amato e nelle parole che, anni dopo, hanno cercato di raggiungerlo.
Ernesto era un ragazzo silenzioso, gracile, determinato. Aveva un modo di stare nella montagna che non era conquista, ma ascolto. Saliva come si entra in un tempio: con rispetto, con ardore, con quella fame di cielo che appartiene solo a chi sente la vetta come un richiamo interiore. Morì nel 1979, durante un allenamento su roccia ad Arnad, colpito da un fulmine. Una morte improvvisa, verticale, come la sua vita. Eppure, ciò che resta di lui non è la fine, ma il cammino. La montagna non lo ha dimenticato. Gli ha dedicato un luogo di riparo, il Bivacco Lomasti, un punto rosso tra le rocce, dove gli alpinisti si fermano, riposano, ascoltano il vento. E una vetta porta il suo nome: Pilastro Lomasti, come se la terra stessa avesse voluto pronunciare il suo ricordo.
C’è un ricordo che accompagna Gioia Lomasti come un filo sottile e prezioso: qualcuno, molti anni fa, aveva intravisto in lei una forza creativa capace di trasformare emozioni in architetture di parola. Quel ricordo non ha bisogno di essere pronunciato, perché vive nella sostanza stessa del suo cammino artistico. È una radice silenziosa che continua a nutrire ogni progetto, ogni gesto, ogni visione.
Nel tempo, Gioia ha costruito un percorso unico, dove la poesia dialoga con l’immagine, la memoria con l’innovazione, la tradizione con il presente. Il suo progetto più recente, Il verso che tace, ne è la testimonianza più matura: dieci canti originali che evocano la lingua antica senza imitarla, accompagnati da immagini nate dall’incontro tra sensibilità umana e intelligenza artificiale. Un’opera che non si limita a omaggiare Dante, ma lo attraversa, lo ascolta, lo porta nel nostro tempo come un compagno di viaggio. Il progetto, inserito nel catalogo nazionale con deposito legale e in corso di catalogazione presso il Centro Dantesco e la Biblioteca Classense, conferma la sua coerenza con la tradizione letteraria e il suo valore divulgativo con grandi progetti futuri che ne innalzeranno l'artisticità e il contributo culturale.
Nelle trame sottili della nostra società, la bontà è spesso un gesto che nasce senza clamore. Aiutare e sostenere un progetto, offrire tempo e competenze: sono atti che appartengono alla dimensione più nobile dell’umano, quella che non cerca applausi ma costruisce legami. Eppure, nella culturacontemporanea — rapida, distratta, talvolta smemorata — accade che la riconoscenza si dissolva proprio dove avrebbe dovuto mettere radici. La presenza, che è un dono, viene percepita come un’abitudine. La cura, che è un impegno, diventa un rumore di fondo. E l’aiuto, che è un gesto autentico, viene scambiato per una disponibilità infinita, quasi dovuta.
Ci sono brani che non si limitano a essere ascoltati: accadono. Relic di Marco Nuzzo è uno di quei percorsi sonori che si insinuano nella pelle, lasciando emergere ciò che spesso resta nascosto nelle pieghe più profonde dell’esperienza umana. La voce, ruvida e intensa, sembra provenire da un luogo remoto dell’anima, dove le ferite diventano materia viva e il cammino si fa rivelazione.
Il testo evoca immagini forti, quasi tattili: passi che consumano la terra, un viaggio che non è scelto ma imposto, un peso che si trascina e che, proprio nel suo farsi sentire, diventa testimonianza. Relic è una confessione sussurrata e allo stesso tempo un grido trattenuto, un confronto diretto con ciò che resta dopo aver attraversato il deserto delle aspettative e delle disillusioni.
La musica accompagna questo viaggio con una struttura che cresce, si apre, si spezza e ricompone, come se seguisse il ritmo irregolare di un cuore che non vuole arrendersi. Ogni nota è una scheggia di verità, ogni pausa un respiro necessario per non soccombere al peso della propria storia.
Vivono accanto a noi con un passo che non pesa, con uno sguardo che attraversa. I gatti sembrano conoscere un linguaggio che non si pronuncia, fatto di respiri, di attese, di piccole presenze che diventano casa. Entrano nelle nostre vite senza chiedere permesso e, quando lo fanno, portano con sé una forma di grazia che non si dimentica. È nel loro modo di avvicinarsi, di restare, di ascoltare il silenzio che impariamo qualcosa di noi stessi: la delicatezza, la pazienza, la capacità di sentire anche ciò che non si vede.
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