Non è un modo
di dire. Rimanevo affascinato dal suono della chitarra di mio nonno. Ho
cominciato a suonare da ragazzino, prima studiando pianoforte, poi prendendo in
mano una chitarra che i miei genitori avevano regalato a mia sorella; internet
negli anni Novanta era ancora un sogno proibito e, se volevi suonare qualcosa
che andasse oltre le solite canzoni da spiaggia, dovevi rivolgerti a un
maestro. Ho cominciato sbagliando quasi tutto quello che c'era da sbagliare
sullo strumento, anche se avevo fatto pianoforte: le dita nel posto sbagliato,
la pentatonica imparata a memoria senza capire perché fosse fatta così, anni
passati a credere che la teoria fosse una cosa per gente che non aveva voglia
di suonare.
L'era di
internet ha portato una ventata d'aria fresca fra gli autodidatti: l'accesso ai
video e la facilità di condividere spazi e idee hanno dato modo, a chi si
sentiva ingabbiato nei soliti giri, di crescere e di esplorare modi di suonare
nuovi e meno nuovi. Oggi abbiamo praticamente accesso a una fonte infinita di
informazioni, di tecniche, di esplorazione. Eppure resta un problema: il
collegamento. Mettere in fila tutte queste informazioni, senza qualcuno che
ti spieghi i passaggi, resta uno dei nodi irrisolti del nostro tempo. Per
questo chi ha studiato teoria è molto più avvantaggiato di chi prende lo
strumento, guarda un video sulla scala pentatonica e poi non riesce a
collegarla col resto.
Il problema —
mi ci sono voluti anni per capirlo — non erano le mani. Erano le spiegazioni.
Chi insegna
chitarra spesso dà per scontato quello che a te nessuno ha mai spiegato. Ti
dice «suona in dorico» come se fosse ovvio da dove venga il dorico. Ti mostra
un box della pentatonica e passa oltre, e tu resti lì a chiederti perché
proprio quelle cinque note e non altre. La musica sembra un sistema di regole
arbitrarie da mandare a memoria, quando invece è una cosa che ha un senso e una
storia.
Da lì è nato: Studia la chitarra con Marco Nuzzo — from zero to hero.