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Il verso che tace è un libro che non si limita a raccogliere poesie: sembra piuttosto costruire un luogo, una piccola dimora interiore in cui la parola non è soltanto suono, ma gesto, respiro, attesa. Gioia Lomasti lavora sul silenzio come se fosse una materia viva, un interlocutore che non si lascia afferrare facilmente. La sua scrittura procede per sottrazione, ma non diventa mai rarefatta: è un silenzio che vibra, che custodisce, che suggerisce.
C’è in queste pagine una tensione continua verso ciò che non si può dire del tutto, come se ogni verso fosse la soglia di un’altra stanza. È una poesia che non cerca l’effetto, ma la risonanza. E proprio in questa ricerca si avverte un’eco antica, quasi medievale, come se la poetessa dialogasse con quella “luce intellettual, piena d’amore” che Dante colloca nel punto più alto del suo viaggio. Non per imitazione, ma per affinità: la stessa volontà di attraversare l’ombra per arrivare a una forma di chiarezza.
Lomasti non teme la delicatezza, anzi la rivendica. Nei suoi testi la fragilità non è un cedimento, ma un modo di stare al mondo con attenzione. Le immagini sono nette, ma mai rigide; il sentimento è presente, ma non invade. È una poesia che si muove come l’acqua: scava senza rumore, leviga senza ostentazione.
Il risultato è un libro che invita a rallentare, a leggere non solo con gli occhi ma con il ritmo del proprio respiro. Il verso che tace non chiede di essere interpretato: chiede di essere ascoltato. E in questo ascolto, a tratti, si ha davvero la sensazione che il silenzio possa parlare.
