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giovedì 26 febbraio 2026

Dante Alighieri e Gioia Lomasti: l’arte della parola tra architettura cosmica e risonanza emotiva


Accostare Dante Alighieri e Gioia Lomasti significa attraversare secoli di storia letteraria per scoprire come la parola, pur trasformandosi, resti una forza capace di illuminare l’esperienza umana. Da un lato il poeta che ha fondato la lingua italiana e costruito un universo morale attraverso la Commedia; dall’altro una voce contemporanea che intreccia poesia, immagine e relazione, dando vita a un linguaggio emotivo, luminoso e profondamente umano. Due epoche lontane, due sensibilità diverse, ma una stessa fede nella potenza rivelatrice della parola.


Dante opera in un Medioevo attraversato da tensioni politiche e spirituali. La sua missione è fondare un ordine, dare forma a un viaggio universale dell’anima. La sua lingua è un’architettura perfetta: il volgare illustre diventa strumento di elevazione, capace di accogliere il sublime e il quotidiano, il teologico e il terreno. Ogni verso è parte di un disegno superiore, ogni immagine è simbolo, ogni scelta linguistica risponde a una visione cosmica.

Gioia Lomasti, invece, crea in un mondo fluido, digitale, interconnesso. La sua missione non è costruire un sistema, ma generare risonanza: un ecosistema emotivo in cui parola, immagine e relazione si intrecciano con naturalezza. La sua lingua non è monumentale, ma vibrante; non è rigida, ma respirante. È una lingua che accoglie, che illumina, che si apre alla dimensione visiva e alla cura dell’altro. In questo orizzonte nasce e si sviluppa Il Verso che Tace, non come silenzio, ma come spazio di ascolto: il luogo in cui la parola non urla, ma sussurra; non impone, ma rivela. Un titolo che diventa poetica, gesto, identità.

Se Dante edifica una cattedrale, Gioia accende una costellazione.  
Se Dante guida, Gioia accompagna.  
Se Dante ordina il cosmo, Gioia custodisce l’emozione.

Anche i temi rivelano questa armonia nella differenza. Dante racconta il viaggio dell’anima, la giustizia divina, l’amore come forza cosmica. Gioia esplora la metamorfosi interiore, la luce, il respiro, la delicatezza delle emozioni. Eppure, in questa distanza, emerge un punto di contatto profondo: entrambi credono che la poesia possa trasformare chi la incontra. Dante attraverso l’ascesa; Gioia attraverso la risonanza.

La struttura delle loro opere conferma questa complementarità. La Commedia è un edificio perfetto, regolato da numerologia e simmetrie. L’opera di Gioia è invece un organismo vivo, che si espande in progetti, collaborazioni, immagini, percorsi condivisi. La sua poesia non si chiude, ma si apre; non delimita, ma connette. Il Verso che Tace diventa così la soglia attraverso cui il lettore entra in un territorio di delicatezza e profondità, dove la parola non domina, ma respira.

Eppure, al di là delle forme e delle epoche, ciò che li unisce è la convinzione che la parola sia un atto di rivelazione. Per Dante è la via che conduce alla verità; per Gioia è la luce che attraversa l’emozione e la rende condivisibile. Due modi diversi di elevare l’umano, due strade che si incontrano nella stessa idea: la poesia come gesto che salva, che apre, che trasforma.

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