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domenica 28 gennaio 2024

TANIA DI MALTA, Sono Di Malta, Ensemble, Roma, 2023. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 


La poetessa Tania Di Malta, dopo un volume antologico di cui molto si è parlato nel quale ha raccolto una serie di poeti realista-terminali dal titolo Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale (Puntoacapo, Pasturana, 2022)[1], ha pubblicato la silloge dal titolo tautologico Sono Di Malta per le edizioni Ensemble a luglio del 2023.

L’opera s’iscrive in un denso percorso letterario che segue i precedenti lavori Aquiloni sul mare nella notte (CTL, Livorno, 2017) e Addio ai girasoli (CTL, Livorno, 2018) ed è la naturale prosecuzione di una lunga e convinta adesione al Movimento del Realismo Terminale (il cui Manifesto venne redatto e siglato dal Maestro Guido Oldani nel 2010) al quale ha fatto parte dall’ottobre 2017 al settembre 2023.

La Di Malta collabora attivamente da anni tanto con Oldani (che apre il nuovo volume con una sua breve nota prefattiva) che con il professore Giuseppe Langella, già ordinario di Letteratura Italiana all’Università Cattolica di Milano, considerato uno dei maggiori “teorici” del Movimento.

Oldani osserva che i testi della Di Malta “scorrono negli spigoli dell’armonia, fra l’ossatura della poesia civile e l’umanitarietà del singolo rapporto esistenziale” (7-8). Stile, immagini, concetti prettamente realista-terminali, echi e linguismi particolari (compresi esterofilismi) si coniugano in un dettato lirico prevalentemente asciutto e in alcuni tratti ruvido, tendente più a depistare che a rivelare. Non mancano sguardi critici verso il reale circostante, mai disgiunti dalla compartecipazione robusta e cosciente ai fatti – più o meno piacevoli, anzi spesso drammatici quando non addirittura traumatici – della contemporaneità. “Questo mondo trita divora inghiotte / e alla cassa evade lo scontrino” (23).

La metafora rovesciata, che è cardine fondante della poetica dei realisti terminali, si concettualizza in una oggettivazione anche dell’immateriale, in un transfert (a volte spaventoso, altre volte riflesso di una distopia che s’avvicina) da organico a materia inerte. L’approccio è chiaramente polemico (nel senso autentico del termine, di “battagliero”) e tragicomico: anche l’identità dell’individuo, che dovrebbe essere peculiare e distintiva, può divenire indistinguibile e generico oggetto. Sono Di Malta – recita il titolo dell’opera – che è una sorta di gioco intelligente sull’omonimia e la polisemantica che proviene da un intendimento di questo tipo.  A ragione Langella etichetta l’Autrice (alla quale dedica un’impressiva poesia posizionata in apertura del volume) nei termini di “un bazooka, […] un lanciafiamme” (9) con l’aggiunta, pochi versi dopo, di una dichiarazione potente: “Ha fegato e cuore da guerriera” (9).

Due poesie, in apertura, sono poste “a specchio”, si tratta di “Flash”, in ricordo delle vittime di Hiroshima e Nagasaki dei tremendi attacchi nucleari del 1945 (“nel cielo s’aprì il sesto sigillo // […] // Lì dove l’erba mutò in cemento”, 11) e “Le colpe dei padri”, coda riflessiva e postuma dell’eccidio ormai storia lontana di cui indirettamente possiamo sentirci responsabili.

L’opera si snoda in cinque micro-sillogi interne, ciascuna dotata di una sua propria titolazione: “La piazza”, “Luna park”, “Il cono d’ombra”, “La Pandemia” e “Un secchio d’azzurro”. Si ritrovano nel volume alcuni testi precedentemente letti (e commentati) facenti parti del volume già citato Il gommone forato (2022) tra cui “Icaro.com” dedicata a Laurent Barthélémy, colui che nel 2020 “vol[le] fare di un carrello le [s]ue ali” (27), divenuto poi “bagaglio in aeroporto” (27), dedicata a colui che “part[ì] bimbo, arriv[ò] surgelato” (27). Nella sezione dedicata alla pandemia sono contenuti versi che tratteggiano quegli attimi dolorosi visti e vissuti direttamente dalla trincea ospedaliera, dove l’Autrice lavorava e lavora, impiegando un linguaggio rarefatto, denso di terminologie farmaceutiche, in una sospensione di respiro a tratti ottundente, ma c’è anche il ricordo dell’estrema solitudine del Pontefice in Piazza San Pietro in quelle ore tragiche dettate dal distanziamento e dalla paranoia collettiva.

Una boccata d’aria pulita e un vento sorgivo che annuncia una lieve rinascita dopo la sconvolgente esperienza sociale che ci ha divisi, impoveriti di cari e amici e forse responsabilizzato un po’ verso l’altro, sono contenuti nei pochi versi finali che appartengono alla sezione “Un secchio d’azzurro”: “Apri le cancellate della mente / infrangila la bolla d’aria e prova / la voluttà di un tuffo rovesciato / per esperimenti di felicità” (79). L’approdo di una nuova età non è semplice risultante consecutiva al procedimento complesso e affastellato dei fatti e degli accadimenti, ma necessita di resilienza, impegno e compromissione, d’intervento attivo e di spirto polemico, di rivendicazione onesta delle proprie idee, che è quella “voluttà di un tuffo rovesciato” di cui la Nostra ci parla. 

Lorenzo Spurio

Matera, 23/01/2024

 

 

 



[1] La mia recensione a quest’opera è stata pubblicata sulla rivista «Oblio», anno XII, n° 46, dicembre 2022, pp. 201-203.

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