A cura di Gioia Lomasti in collaborazione con Vetrina delle Emozioni - Un sentito ringraziamento
va a Sergio Cintura per la disponibilità, la sensibilità artistica e la
profondità con cui ha condiviso il suo percorso umano e musicale. Grazie agli
interpreti e ai collaboratori che hanno contribuito alla realizzazione del
progetto “La mia Napoli – Vol. 2”, arricchendolo di voci, emozioni e nuove
sfumature. Si ringraziano per il loro contributo i musicisti. Antonino Conti,
Alberto Calì e Bruno Noli. Un grazie speciale anche a tutti i lettori e agli
appassionati che continuano a sostenere la musica d’autore e la tradizione
partenopea, mantenendo vivo un patrimonio culturale che appartiene a tutti.
Biografia artistica
Sergio Cintura è un autore, compositore e interprete italiano profondamente legato alla tradizione della canzone napoletana. La sua scrittura unisce poesia, melodia e identità culturale, raccontando Napoli come emozione, memoria e appartenenza. Nel corso della sua carriera ha collaborato con importanti autori e musicisti, tra cui il Maestro Luciano Somma, e ha dato voce a testi nati da firme poetiche come quella di Tina Piccolo. Con il nuovo album “La mia Napoli – Vol. 2”, Cintura propone un viaggio musicale maturo e coerente, arricchito dalla partecipazione di Lidia Di Paola, Alberto Calì e Mila Siervo, confermando la sua capacità di parlare a diverse generazioni attraverso un linguaggio autentico e profondamente partenopeo. Non dimentichiamoci dei Maestri musicali Bruno Noli, Antonino Conti e Alberto Calì che hanno regalato musiche all’altezza della bellezza di Napoli.
Sergio, nella tua musica Napoli non è solo una città, ma un sentimento. Come nasce questo legame così profondo con la tradizione partenopea?
Napoli per me non è mai stata soltanto una città, ma una presenza
costante, quasi una voce interiore. E’ qualcosa che ti porti dentro, che ti
forma, che ti accompagna quando sei lontano proprio come il volto della donna
amata. Ho lasciato Napoli per inseguire il lavoro con la speranza di tornare,
ma mi sono rimasti solo i ricordi.
La napoletanità è fatta di ascolti, di parole, di melodie che ho
respirato fin da sempre. La canzone napoletana ha una forza unica perché riesce
a unire poesia e verità, semplicità e profondità. E’ proprio questo spirito che
si vive in un brano come “Chille ‘e Foregrotta”, dove racconto una Napoli vera,
popolare, fatta di gioventù libera, sacrifici e sogni. Le serate “sott’a
Cumana”, le corse ‘ncoppa a’na lambretta, ‘e jorne senza ‘na lira … sono immagini che
appartengono a tanti di noi.
Non è solo memoria personale, ma
memoria collettiva che rivive nei nostri cuori, nella nostra appartenza :
quella di una generazione che, pur tra difficoltà, sapeva vivere con intensità
e dignità… Vi lascio immaginare il terremoto dell’80 e la paura del crollo
dello Sferisterio …Scrivere in napoletano, per me, significa entrare in
contatto con una dimensione più autentica, direi più’ intima. Una lingua che
non si limita a scrivere, ma riesce a sentire, a far vibrare le emozioni in
modo diretto, schietto.
Con “La mia Napoli vol.2 “ ho voluto proprio cogliere questo percorso:
non solo delle canzoni ma frammenti di vita, storie, sentimenti. E’ un viaggio
musicale che nasce dal bisogno sincero di raccontare Napoli per quello che è
per me: poesia, amore e memoria, ma anche verità, radici e identita’.
La tua scrittura unisce poesia e melodia in modo
molto naturale. Qual è il ruolo della parola nella costruzione delle tue
canzoni?
Per me la parola è il punto di
partenza di tutto. Prima ancora della musica, nasce un’immagine, un’emozione,
una frase che porta dentro già un mondo.Io credo che nella canzone napoletana
la parola abbia un valore ancora più forte, quasi sacro. Non è solo un mezzo
per raccontare, ma diventa suono, ritmo, respiro. Ogni parola deve avere un
peso, una verità, deve essere sentita prima ancora che cantata.
Quando scrivo, cerco sempre un
equilibrio naturale tra poesia e melodia. Non forzo mai la musica sulla parola
o viceversa: devono nascere insieme, come se una suggerisse l’altra. È un
dialogo continuo. La mia scrittura è molto legata alle immagini e ai ricordi.
Anche nei brani di “La mia Napoli – Vol. 2”, ogni parola ha un preciso
significato, richiama una storia, una sensazione vissuta.
In fondo, il mio obiettivo è uno solo: arrivare alle persone in modo
sincero. Se una parola riesce a toccare un’emozione vera, allora la canzone ha
già trovato la sua strada.
Hai collaborato con
autori di grande esperienza, come il Maestro Luciano Somma. Cosa ti ha lasciato
questo dialogo artistico?
L’incontro con il Maestro Luciano Somma è stato per me molto più di una semplice collaborazione: è stato un vero momento di crescita, sia artistica che umana. Da
lui ho imparato innanzitutto il rispetto per la parola e per la tradizione.
Luciano Somma ha una capacità straordinaria di dare profondità anche alle cose
più semplici, e questo mi ha insegnato che nella canzone napoletana non bisogna
mai essere superficiali: ogni verso deve avere un’anima.
Il nostro dialogo artistico è stato fatto di
ascolto, confronto e grande sensibilità. Non era mai un rapporto “didattico”,
ma uno scambio vero, dove ognuno portava la propria esperienza. E proprio da
questo incontro sono nati brani come “Nu bene che fa male”, che rappresentano
bene questa fusione tra tradizione e sentimento contemporaneo.
Mi ha lasciato soprattutto una
consapevolezza: la musica napoletana non è solo memoria, ma è qualcosa di vivo,
che va rispettato ma anche vissuto e rinnovato con sincerità.
In alcuni tuoi
brani la poesia diventa musica, come nel caso del testo di Tina Piccolo. Come
vivi l’incontro tra voce cantata e parola poetica?
L’incontro tra voce cantata e parola poetica
è, per me, uno dei momenti più delicati e affascinanti della creazione
musicale. Quando parto da una poesia, come nel caso di “Senza ’e te” di Tina
Piccolo, sento prima di tutto il dovere di rispettarla.
La poesia ha già un suo equilibrio, un suo respiro, una sua verità. Il mio compito non è cambiarla, ma ascoltarla profondamente e accompagnarla verso la musica, quasi in punta di piedi. È un lavoro fatto di sensibilità: bisogna capire dove la parola vuole andare, dove può aprirsi alla melodia senza perdere la sua forza. In questi casi la musica non deve mai sovrastare, ma sostenere, esaltare, dare ancora più spazio all’emozione.
La voce, poi, diventa il punto d’incontro
tra questi due mondi. Non è solo interpretazione, ma è un tramite: dà corpo
alla poesia e la rende viva, immediata, condivisibile. E la nostra Lidia
Di Paola, cantante dalle più belle speranze, assolve in pieno. Credo che quando
poesia e musica si incontrano davvero, nasce qualcosa di molto potente, perché
si uniscono due linguaggi profondi.
Ed è proprio questo che cerco
nelle mie canzoni: non solo far ascoltare, ma far sentire.
“La mia Napoli –
Vol. 2” è una rivisitazione del volume 1 che raccoglie alcuni dei tuoi brani
più rappresentativi. Qual è il filo emotivo che unisce le tracce dell’album?
“La mia Napoli – Vol. 2” nasce con un’idea
molto precisa: non volevo semplicemente raccogliere delle canzoni, ma costruire
un racconto. Il filo emotivo che unisce tutte le tracce è proprio la memoria,
intesa non solo come ricordo personale, ma come identità condivisa. Ogni brano
rappresenta un momento, un sentimento, un frammento di vita legato a Napoli.
Questo concetto si ritrova in modo molto
chiaro in “Napule mia”, che è forse uno dei brani più rappresentativi
dell’album. È la canzone della distanza e dell’appartenenza: quando sei
lontano, Napoli diventa ancora più presente. Diventa mare, diventa voce,
diventa poesia.
I riferimenti a Marechiaro, Capri, Ischia,
ma anche a figure simboliche come Caruso, Totò, Pulcinella, raccontano una
Napoli che non è solo geografica, ma interiore, quasi eterna. Ci sono poi
canzoni più intime, legate all’amore e alla nostalgia, e altre più legate al
vissuto quotidiano, ma tutte hanno in comune una cosa: la verità.
Questo volume, rispetto al primo, è forse
ancora più consapevole. È come se avessi messo insieme i pezzi di un percorso,
scegliendo quei brani che meglio rappresentano la mia visione della canzone
napoletana.
Nell’Album n.2 compaiono anche
interpreti come Lidia Di Paola, Alberto Calì e Mila Siervo. Completiamo con i
musicisti che hanno collaborato : Bruno Noli, Antonino Conti e Alberto Calì . Cosa
aggiunge la loro presenza al tuo racconto musicale?
La presenza degli interpreti e dei musicisti
in “La mia Napoli – Vol. 2” è fondamentale, perché questo progetto non è solo
mio, ma è un racconto corale. Voci come quelle di Lidia Di Paola, Alberto Calì
e Mila Siervo portano dentro ogni brano una sensibilità diversa, un modo
personale di sentire e interpretare la canzone napoletana. Ognuno di loro aggiunge
un colore, un’emozione, una sfumatura che arricchisce il significato delle
canzoni.
Allo stesso modo, il contributo dei
musicisti e compositori come Bruno Noli, Antonino Conti e lo stesso Alberto
Calì è stato essenziale per dare struttura e anima musicale al progetto. Con
loro si è creato un dialogo artistico vero, fatto di rispetto reciproco e di
una visione comune. Quello che mi ha colpito di più è stata la naturalezza con
cui tutto si è unito: parole, musica e interpretazione. Nessuno ha mai forzato
nulla, e proprio per questo il risultato è autentico.
Credo che la forza di questo album stia proprio qui: non è solo l’espressione di un autore, ma l’incontro di più esperienze che convergono in un’unica direzione, quella di raccontare Napoli in tutte le sue sfumature. E quando questo accade, la musica diventa davvero condivisione.
Molti tuoi brani
hanno raggiunto un pubblico ampio anche sulle piattaforme digitali. Come vivi
questo dialogo con ascoltatori di generazioni diverse?
Vivo questo dialogo con grande emozione, ma
anche con un senso di responsabilità. Quando una canzone arriva a persone di
generazioni diverse significa che, in qualche modo, ha toccato qualcosa di
vero.
Le piattaforme digitali hanno cambiato il
modo di ascoltare la musica, ma non hanno cambiato il bisogno delle persone di
emozionarsi. E questo, per me, è fondamentale: sapere che un giovane e una
persona più matura possono ritrovarsi nella stessa canzone è qualcosa di
straordinario.
Brani come “Quanne viene a
Napule” nascono proprio con questo spirito. È una canzone che non si rivolge
solo a chi Napoli la conosce già, ma anche a chi la deve ancora scoprire. È
quasi un invito: vieni, ascolta, vivi questa città attraverso la musica. Dentro
ci sono elementi semplici ma universali — il mare, il sole, ‘o cafè, ‘o babbà —
ma soprattutto c’è un linguaggio diretto, immediato, che parla a tutti. Napoli
diventa accoglienza, diventa voce che chiama, che racconta, che emoziona.
Io credo che la musica, quando è sincera,
non ha età. E se oggi, grazie ai mezzi digitali, queste canzoni riescono a
viaggiare e a raggiungere persone lontane, allora vuol dire che Napoli continua
a vivere, a parlare e a farsi sentire… ovunque.
Guardando al
futuro, quale direzione senti che prenderà il tuo percorso artistico? C’è un
sogno o un progetto che desideri realizzare?
Il mio percorso artistico continuerà sicuramente nella direzione
che ho sempre sentito più mia: raccontare emozioni vere, mantenendo un legame
profondo con la tradizione, ma senza chiudermi al presente.
Credo che la canzone napoletana abbia ancora
tanto da dire, soprattutto se riesce a parlare anche alle nuove generazioni con
sincerità. Il mio obiettivo è proprio questo: restare fedele alla mia identità,
ma allo stesso tempo trovare nuove forme, nuovi suoni, nuove collaborazioni.
Ho ancora tanti brani nel cuore, storie che
aspettano di essere raccontate. E ogni volta è come ricominciare, con la stessa
emozione della prima canzone. Più che un sogno preciso, ho un desiderio:
continuare a scrivere musica che resti. Canzoni che possano accompagnare le
persone nel tempo, che possano essere ricordate, cantate, vissute.
E se devo dirne una, forse il sogno più grande è proprio questo: che la
mia musica possa continuare a portare Napoli lontano, facendola conoscere e
amare sempre di più, senza mai perdere la sua anima.
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