Nel panorama poetico contemporaneo, Gioia Lomasti rappresenta una voce che non teme il silenzio: lo attraversa, lo ascolta, lo trasforma in materia viva. Le sue opere intense, luminose, spesso intrise di una spiritualità laica e di un ascolto profondo trovano nel progetto Il verso che tace, omaggio a Dante, una sintesi ideale. In questa intervista, raccolta per Vetrinadelleemozioni.com, esploriamo la sua visione, il suo rapporto con la parola e il ruolo che il silenzio gioca nella sua ricerca artistica. Gioia, nelle tue opere emerge spesso una tensione verso l’essenziale, un ascolto che precede la parola. Cosa rappresenta per te Il verso che tace?
Il verso che tace è il luogo da cui tutto nasce. Prima della parola c’è un battito, un respiro, un’intuizione che non ha ancora forma. Quel silenzio è un grembo creativo: non è vuoto, è densità. Per me significa riconoscere che la poesia non è mai un atto impulsivo, ma un attraversamento. Il verso tace quando deve maturare, quando ha bisogno di ascoltare il mondo prima di rivelarsi. Nel tuo percorso letterario, il silenzio sembra avere un ruolo quasi rituale. È così?
Assolutamente sì. Il silenzio è un rito, una soglia. Viviamo in un tempo che chiede risposte immediate, ma la poesia non può essere compressa. Ha bisogno di lentezza, di profondità, di un tempo interiore che non coincide con quello esterno. Il silenzio mi permette di distinguere ciò che è autentico da ciò che è solo rumore. È lì che la parola trova la sua verità. Come si intrecciano le tue opere con la visione estetica e simbolica de Il verso che tace?
Il progetto mi rispecchia perché dà valore alla cura, alla luce, alla sobrietà.
L’estetica non è mai un ornamento: è un’estensione del pensiero poetico. Le atmosfere sobrie, le tipografie antiche, la luce dorata che attraversa le immagini… tutto questo crea un contesto in cui la poesia può respirare. Mi piace pensare che ogni mia opera, inserita in questo spazio, trovi una casa che la accoglie e la amplifica. La tua scrittura è spesso descritta come “intima ma universale”. Come vivi questo equilibrio?
Scrivo sempre da un luogo intimo, ma non per raccontare me stessa: per raccontare ciò che ci attraversa tutti. La poesia è un ponte. Quando un lettore si riconosce in un mio verso, significa che quel silenzio iniziale, quello da cui nasce tutto ha trovato un’eco. È il momento più prezioso.
Qual è, secondo te, il contributo che Il verso che tace offre al panorama poetico contemporaneo?
Offre un’alternativa. In un mondo che corre, propone un passo diverso. Rimette al centro la qualità, la cura, la profondità. E soprattutto restituisce alla poesia una dignità visiva e simbolica che spesso viene trascurata. È un progetto che non cerca di adattarsi al rumore, ma di creare un luogo dove la parola possa essere ascoltata davvero. C’è un messaggio che desideri lasciare ai lettori che si avvicinano alle tue opere attraverso Il verso che tace?
Vorrei dire loro di non avere fretta. La poesia non chiede di essere capita subito: chiede di essere abitata. Se un verso tace, non è perché manca qualcosa, ma perché sta preparando una rivelazione. Lasciate che vi accompagni nel suo ritmo, e troverete ciò che vi appartiene.
L’incontro con Gioia Lomasti conferma ciò che Il verso che tace custodisce da sempre: la poesia non è un gesto di superficie, ma un atto di presenza. Le sue parole, come le sue opere, invitano a un ascolto più profondo, a una lentezza che illumina, a un silenzio che non sottrae ma rivela.