
"La notte ha una maternità luminosa": recita un verso di Michela
Zanarella, celebrando i lumi della luna e delle stelle (figure celesti di sogni
e desideri), nell'attesa che dal grembo notturno avanzino "tutte le albe
in fila pronte a sbocciare". Sembra quasi che la poesia della Zanarella
sia un rito di consacrazione alla luce solare, sulla scia di una devozione
millenaria, che finì col convergere nella figura del Cristo-sole. Un afflato
mistico percorre, infatti, la sua scrittura sempre tesa a catturare bagliori di
grazia e di bellezza anche nella tenebra del dolore e della morte, dalla quale
richiama quanti, "liberi dal corpo", continuano a stare" intorno
alle cose alle confusioni impure dei vostri cari" e "a toccare il
mondo"; cosi come i poeti più amati, ai quali dedica alcuni dei suoi testi
poetici, in un'idea di continuità sapienziale, quasi sacrale della Parola. Del resto, l'autrice è stata sulla soglia dell'oltre a causa di un
incidente, come ha raccontato durante un'intervista, ed è a questa esperienza
che rimanda il testo a pag. 37: "Le care stanze", in cui rievoca quel
chinarsi "a visitare la vita già trascorsa" cercando "le figure
amate l'antica forma delle cose" mentre, avvolti da una luce possente che
"ha la stessa generosità/di un cielo che non ha confine", si
comprende che "le stelle le avevamo nel palmo di una mano", come
sapevamo già nell'età dell'infanzia. Quest'ultima è di fatto il tempo della
vita più denso e ricco di contemplazione e di estasi anche sensoriali per la
Zanarella, che la circonda di fiori e volatili e lucentezze cromatiche e alberi
innalzati al cielo come preghiere: un Eden terreno dove respira la fragranza
aromatica del mondo. Per questo leggere "Recupero dell'essenziale" di Michela
Zanarella è come bere da una stessa coppa tutte le dimensioni possibili
dell'esperienza umana; oppure un viaggiare tra cielo e terra, in compagnia di
una delicata trama di sonorità evocative.
Nota di lettura di Franca Alaimo