C’è una voce che nasce dal silenzio, una voce che non chiede permesso e non cerca riparo. È la voce narrante del brano “Built On The Sand”, interpretato da Marco Nuzzo’s Me, Myself and Why, un viaggio interiore che si muove tra fragilità, memoria e identità.
Fin dalle prime immagini evocate, l’ascoltatore viene condotto in un territorio sospeso, dove i legami si spezzano e le ombre diventano compagne di cammino. Una figura che si definisce “mano” e “ombra silenziosa” racconta la propria presenza discreta, quasi invisibile, ma profondamente radicata nel vissuto dell’altro.
Il metallo freddo, citato nei versi, diventa simbolo di una verità che non scalda più, di un rapporto che ha perso la sua temperatura umana. È come se tutto fosse costruito su una superficie instabile — sabbia, appunto — pronta a cedere sotto il peso delle emozioni non dette.
“Built On The Sand” è dunque una meditazione poetica sulla natura effimera dei legami, ma anche un invito a non temere la propria ombra. Perché è nell’ombra che spesso si custodisce la parte più autentica di noi.