"Il verso che tace" di Gioia Lomasti è un poemetto in terzine di endecasillabi ispirato alla Commedia dantesca. Composto da dieci Canti per un totale di settantantotto terzine e preceduto da un incipit in prosa, presenta, al termine di ogni canto, un commento esplicativo . La fonte ispirativa è, come detto, è la Divina Commedia di cui la poetessa siciliana ricalca il verso e la struttura metrica in terzine incatenate di endecasillabi riproducendone altresì lo stile trecentesco. Si tratta di un accostamento libero alla Commedia, in quanto non sempre la concatenazione strofica è rispettata, come pure i canoni ritmici e le misure sillabiche. Inoltre l'adesione al modello dantesco ha indotto l'Autrice a prodursi in acrobazie sintattiche che, come nell'Alighieri, rendono l'emeneutica particolarmente ardua. D'altra parte tutto l'eloquio poetico de "Il verso che tace" è intriso di un'aura misterica e la sua scrittura criptica ben si addice a un linguaggio iniziatico. Nondimeno, lunge dal voler imitare pedissequamente il testo di riferimento, l'Autrice opta per accostarvisi echeggiandone i modi espressivi cosicché lo stile dantesco risulta riproposto, non solo e non tanto nel generoso impiego di accorgimenti propri della metrica di tradizione (elisioni, apocopi, univerbazioni enclitiche) quanto nel riprodurre con ragguardevoli risultati sia lo spessore sintetico di talune soluzioni verbali sia la perentoria eloquenza di certo pervasivo empito oratorio.
Resta nella memoria la scolpitezza di talune memorabili terzine:
"E vidi il fremor farsi veste lieta,
non più tiranno, ma custode muto,
che al cor donò la sua virtù segreta"
(IV, 16-18)
"Là dove il suol si fa segreto vero
e l'umile radice ascende al cielo
e il corpo suo dissolve nel mistero"
(VI, 22-24)
"Là siede Odina, in luminoso impero,
con passo lieve e sguardo che consola,
più saggia assai che spirto umano intero"
(VIII, 13-15)
"Il verso che tace" è' un singolare
itinerario artistico, un viaggio intimo nei luoghi del pensiero e del
sentimento, un'epifania visionaria che attinge alle profondità della mente e
della sensibilità di chi ne è l'autore.
Per tema, stile e contenuto, il Poemetto di Gioia Lomasti rappresenta un "unicum" irripetibile nel panorama poetico contemporaneo.
A cura di LUCIANO DOMENIGHINI,
settembre 2026
Luciano Domenighini (Malegno, Brescia, 1952) ottiene la maturità classica, si laurea in Medicina e svolge l’attività di medico di base fino al 2022; attualmente è pensionato. Per la critica letteraria, oltre a svariati articoli, ha pubblicato, La lampada di Aladino. Annotazioni critiche su poeti contemporanei (2014); inoltre, si è occupato del commento di opere di poeti contemporanei quali, fra gli altri, Emanuele Marcuccio, Maurizio Donte, Maria Felicetti, Daniela Ferraro, Lidia Guerrieri, Lido Pacciardi, Carla Baroni. Come traduttore dal latino, ha pubblicato, Poemi didascalici latini (2017), Poemi satirici latini (2019) e dal francese, Petite anthologie (2015) e Saggio di traduzione (2016). Come poeta, infine, ha al suo attivo cinque opere: Liriche esemplari (2004), Le belle lettere (2014), Il giardino dei semplici (2019), Esercizi di rima (2021) e Abbecedario di rime (2026).
