Fabio Valentino Tipa, nato in Sicilia e oggi residente sulle rive del Piave, lavora nella pubblica amministrazione. Geologo con passione informatica e animo ambientalista, ha scoperto nel tempo il mondo della scrittura, dando vita a romanzi che uniscono ironia e suspense in scenari sospesi, luoghi indefiniti in cui i cambiamenti climatici sono già una realtà tangibile. Il suo thriller “L’ora legale”, finalista al Premio Letterario Città di Castello 2025 (XIX Edizione – Sezione Narrativa Inedita), racconta la storia di Noah Price, guardia giurata travolta da una rapina, un omicidio e una fuga disperata che si intreccia con segreti, tradimenti e un passato mai sopito. Un romanzo che esplora il lato oscuro dell’animo umano, la tensione tra colpa e redenzione, tra giustizia e vendetta. A Fabio Valentino Tipa va il nostro sincero ringraziamento per la disponibilità e per il contributo narrativo che offre con sensibilità, tecnica e profondità.
Il tuo percorso professionale nasce dalla geologia e
si intreccia con informatica e ambientalismo: in che modo queste dimensioni
influenzano la tua visione narrativa e i mondi che costruisci nei tuoi romanzi?
La geologia ti insegna che niente scompare davvero.
Gli strati si depositano uno sopra l'altro, e prima o poi una frattura porta in
superficie quello che stava sotto. Nei miei romanzi il passato funziona così.
In "L'ora legale" una vecchia rapina rimasta irrisolta per vent'anni
torna a presentare il conto, come una faglia che si risveglia. L'informatica
invece mi ha dato il gusto della struttura: codici, telecamere, registrazioni,
orari impressi sui video. Mi affascina però soprattutto il momento in cui la
tecnologia fallisce. Basta mettere in pausa una registrazione, e a quel punto
servono l'intuito e la memoria di un vecchio investigatore come Karl, che
preferisce un archivio polveroso a qualsiasi software. L'ambientalismo, infine,
è lo sguardo con cui guardo i luoghi. Per me il paesaggio non è mai un fondale:
la pioggia, la nebbia, l'umidità che entra nelle ossa sono stati d'animo prima
ancora che condizioni meteo.
“L’ora legale” è un thriller che gioca con il tempo,
la memoria e la colpa: come è nata l’idea di sfruttare il passaggio all’ora
solare come elemento chiave della trama?
Da una domanda semplice: cosa succede in quell'ora
che, una notte all'anno, viviamo due volte? Il romanzo si apre e si chiude con
la stessa frase, "Il tempo è un'illusione, da qualsiasi punto di vista lo
si osservi". Il piano di Noah e Waters è tutto lì: interrompere le
telecamere alle due e farle ripartire quando l'orologio, tornato indietro,
segna di nuovo le due. Un'ora che ufficialmente non esiste, e in cui si può
svuotare un caveau senza lasciare traccia. Poi però ho scoperto che quell'ora
poteva confondere tutti. Noah si risveglia e non sa se sono le tre o le
quattro, perché non ha spostato le lancette. Barlow, il medico legale, fissa la
morte "intorno alle due, o forse alle tre, dipende dal punto di vista che
adottiamo sull'ora legale". Il cambio d'ora è diventato una metafora della
vita: un gioco di tempo regalato e poi restituito, con gli interessi pagati nel
dolore.
Noah Price è un protagonista complesso, segnato da
perdite e fragilità: quali aspetti della sua psicologia ti hanno guidato nella
costruzione del personaggio?
Noah è un uomo che ha perso tutto un pezzo alla volta:
la moglie, la casa messa all'asta, la dignità. E lo sa benissimo che è stato
lui a demolirlo. Mi ha guidato una frase che gli dice Lauren: "Tu non hai
paura di fallire, Noah. Tu hai paura di riuscire." È un personaggio che si
sente più a suo agio nel ruolo della vittima che nel rischio di cambiare
davvero. Per questo ho scelto di raccontarlo in prima persona e al presente, a
differenza dei capitoli dedicati agli investigatori. Volevo che il lettore restasse
chiuso nella sua testa: nella paura, nella fuga e nei ricordi di Lauren, che
riaffiorano sempre nei momenti più bui. Poi c'è il paradosso che più mi
interessava: un uomo che tutti credono morto e che, proprio da "morto
vivente", ha forse la sua unica vera seconda occasione. Alla fine Noah
capisce che il perdono più difficile da ottenere è quello che concediamo a noi
stessi.
Nel romanzo emergono segreti, tradimenti e legami
inattesi: quanto è stato importante per te lavorare sulla tensione emotiva e
sui rapporti tra i personaggi?
È stato il cuore del lavoro. In "L'ora
legale" quasi nessuno è quello che sembra. Waters dà l'impressione di
conoscere tutti senza lasciar trapelare niente di sé. Evans è il veterano
rassicurante che tutti rispettano. Lucas osserva in silenzio, Randall è sempre
sull'orlo del panico, e Claire è una presenza ai margini che Noah non riesce a
decifrare. Ogni rapporto nasconde un debito, un ricatto o un segreto, e i
legami più inattesi vengono da lontano, a volte da padri e figli. Volevo che la
tensione nascesse dalla sfiducia più che dall'azione: Noah non sa di chi
fidarsi, e il lettore con lui. E accanto al thriller ho voluto un filo più
intimo, quello dei ricordi di Lauren: la torta di mele, la proposta al parco
degli innamorati, la tazza rotta che lei non voleva buttare perché "le
cose imperfette raccontano più storie". Senza quel dolore, la suspense
sarebbe rimasta un meccanismo.
Il Capitano e Karl, investigatore in pensione dal
carattere ironico e intuitivo, formano una coppia investigativa particolare:
come hai sviluppato la loro dinamica?
Li ho immaginati come due vecchi amici che non hanno
più bisogno di spiegarsi, ormai una costante dei precedenti romanzi. Il
Capitano è burbero, stanco, stretto fra un Procuratore giovane e ambizioso che
vuole un colpevole in fretta e una moglie a cui ha promesso una crociera che
non arriva mai. Karl è in pensione, ma ha paura di volare, ha una soffitta da
imbiancare e nessuna voglia di farlo, e ogni caso lo fa sentire vent'anni più
giovane. Si ritrovano al Carpe Diem davanti a un caffè e a un cruciverba. Karl
dà del lei al Capitano e il Capitano gli dà del tu: in quel dettaglio c'è tutta
la loro storia. Il Capitano porta il peso delle istituzioni, Karl porta la
calma, la memoria e un'ironia gentile. Condividono anche un'idea di giustizia
che non si piega alla fretta della politica. A fare da controcanto c'è Barlow,
il medico legale, con le sue provocazioni e le sue improbabili cattedre in
mezzo mondo. Lui è la valvola di sfogo che mi permetteva di far respirare il
lettore tra un cadavere e l'altro.
I tuoi romanzi si svolgono spesso in luoghi sospesi,
indefiniti, dove i cambiamenti climatici sono già realtà: quale ruolo
attribuisci all’ambiente e alla sua trasformazione nella tua narrativa?
Le mie città sono volutamente senza nome, sospese:
potrebbero essere ovunque. In "L'ora legale" è una cittadina
tranquilla, dove "di solito si muore per overdose o sotto un'auto",
finché tre cadaveri in una settimana non la sconvolgono. E piove, quasi sempre.
Una pioggia sottile, insistente, che rende l'asfalto uno specchio rotto e
lascia la nebbia addosso ai personaggi. Nella serie l'acqua è una presenza
costante: una laguna, una costa che cambia, un clima che si è già trasformato e
che nessuno commenta più, perché è diventato normalità. Credo sia questo il
modo più onesto di raccontare il cambiamento climatico. Non come un allarme o
una predica, ma come il nuovo quotidiano in cui le persone vivono, sbagliano e
cercano riscatto. L'ambiente rispecchia le coscienze: la pioggia che nel finale
cancella le tracce è anche il modo in cui certe verità si dissolvono, restando
solo in chi le ha incrociate.
Essere
finalista al Premio Letterario Città di Castello 2025 rappresenta un
riconoscimento importante: cosa significa per te questo traguardo e come si
inserisce nel tuo percorso di autore?
Per me significa molto. "L'ora legale" era
un romanzo inedito quando è arrivato in finale nella sezione Narrativa Inedita
della XIX edizione. Sapere che una giuria ha scelto una storia ambientata in
una piccola città, fatta di crimini, silenzi e colpi al cuore, mi ha confermato
che valeva la pena raccontarla. Karl è il personaggio che mi accompagna da
"L'algoritmo" in poi, e questo riconoscimento è arrivato mentre il
suo mondo sta crescendo: la serie continua e sto lavorando a nuove storie. C'è
poi un aspetto a cui tengo in modo particolare. I proventi dei miei libri
sostengono iniziative di solidarietà. Un riconoscimento come questo porta più
lettori, e più lettori vogliono dire più aiuto concreto. Scrivere è come
camminare nel buio con una lanterna. Il premio non è un punto d'arrivo: è la
conferma che qualcuno ha deciso di camminare con me.