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martedì 25 agosto 2026

Intervista a Stefano Finotto a cura di Gioia Lomasti in collaborazione con Vetrina delle Emozioni

 



Intervista a cura di Gioia Lomasti in collaborazione con Vetrina delle Emozioni per 100 Libri d’Autore, progetto culturale a cura di Gioia Lomasti ed Emanuele Marcuccio

Ringraziamo con sincera stima Stefano Finotto per aver accolto questa intervista dedicata al suo romanzo Di notte i lampioni non fanno più luce, un thriller psicologico che indaga la fragilità della mente, il confine tra percezione e realtà, e la complessità dell’innocenza quando la memoria vacilla.

Stefano Finotto scrive racconti e romanzi lasciandosi guidare dai luoghi, dalle emozioni e dalle persone. Dopo i primi racconti e poesie, nel 2023 pubblica il suo romanzo d’esordio Ritrovarsi a Honfleur, un viaggio di speranza e ricerca di sé. Nel 2025 esce Di notte i lampioni non fanno più luce, thriller psicologico che trascina il lettore nella mente confusa del protagonista, dove realtà e percezione si sfiorano e si contraddicono. Ha recentemente terminato Il respiro dell’Altrove, opera che conferma la sua volontà di emozionare, raccontare e lasciare un segno che continui a vivere oltre l’ultima pagina.




Quale scintilla narrativa ti ha portato a creare un protagonista come Marco, sospeso tra blackout improvvisi, frammenti mancanti e una verità che sfugge a ogni tentativo di ricostruzione?

La storia per me parte dal titolo. Quando ho pensato al libro avevo già in testa “Di notte i lampioni non fanno più luce” e, una volta deciso il titolo, la storia ha iniziato quasi a materializzarsi da sola. Sono molto affascinato dalla mente umana. Studio la comunicazione nei suoi aspetti più profondi e sono attratto dalla psiche delle persone che ho davanti. Nella vita mi è capitato spesso di confrontarmi con persone molto turbate, con troppi pensieri da gestire e poco spazio mentale per riuscire a farlo. Marco nasce anche da questa osservazione. La sua particolare dissociazione dalla realtà mi serviva per rendere credibili i blackout, i vuoti e tutto ciò che sfugge al suo controllo. È un personaggio molto particolare, che durante la scrittura ha preteso da me tutto. In alcuni momenti mi faceva soffrire a tal punto che non riuscivo a scrivere per giorni interi.

 


In che modo hai lavorato sulla tensione psicologica del romanzo, mantenendo il lettore immerso in un labirinto di percezioni contraddittorie e indizi che sembrano cambiare direzione?

Da appassionato del genere, avevo il desiderio di creare una storia credibile che non fosse il surrogato di strade già percorse e di soluzioni già lette e rilette nel thriller. Una delle difficoltà che incontro spesso come lettore è proprio questa: dopo poche pagine inizi già a intuire tutto. La storia può continuare a piacerti e coinvolgerti, ma quando il finale corrisponde esattamente ai primi pensieri sviluppati durante la lettura rimane inevitabilmente un po’ di amaro in bocca.

Nel mio libro volevo ottenere l’effetto opposto. Volevo che fosse il lettore, in qualche modo, a sentirsi protagonista della storia, quasi avesse tra le mani lo sviluppo degli eventi e perfino il finale, a seconda dell’interpretazione che decide di dare a ciò che accade. Per questo ho lasciato volutamente aperte molte strade, lavorando sul mistero, sulle percezioni, sulle paure e sull’incertezza. In questo Marco mi ha dato una grossa mano, perché la sua stessa condizione rende impossibile affidarsi completamente a ciò che vede, ricorda o crede di aver vissuto.

Quanto hanno influito i luoghi — spesso centrali nella tua scrittura — nel definire l’atmosfera cupa, sospesa e inquieta che avvolge la vicenda?

La storia si sviluppa tra Torino, una città a cui sono molto legato, elegante, maestosa e allo stesso tempo misteriosa, e le montagne di NassfeldMi sono immaginato luoghi di montagna cupi, ombrosi e misteriosi, nei quali fosse la natura ad avere il controllo della situazione e non l’uomo. I personaggi si muovono spesso verso l’imbrunire, quando la luce diminuisce, i punti di riferimento iniziano a confondersi e anche i misteri sembrano aumentare.

Il bosco è l’elemento cardine della storia. Sono un grande appassionato di boschi e natura e, durante alcune gite da solo o con il mio cane, mi è capitato realmente di provare paura: rumori inaspettati, versi di animali, oppure quella sensazione particolare in cui la luce sembra improvvisamente non avere più la forza di attraversare i rami. Volevo portare quella sensazione nel romanzo. È una storia che si sviluppa in un ambiente nel quale le certezze lasciano continuamente spazio alle incertezze e non esistono veri punti di riferimento. I personaggi possono apparire tutti innocenti e vittime oppure colpevoli e carnefici. E il bosco, in tutto questo, pretende rispetto e di non essere mai sottovalutato.



 

La memoria fragile è un tema cardine: cosa rappresenta per te questo limite umano e come si intreccia con la colpa, l’innocenza e la percezione di sé?

I sensi di colpa sono, secondo me, uno dei cardini dell’esistenza umana. Fanno parte del modo in cui interpretiamo ciò che abbiamo fatto, ciò che avremmo potuto fare e perfino ciò che crediamo di aver fatto. Quando però la memoria diventa fragile e oscura come quella di Marco, anche la realtà assume forme diverse. I punti fermi della propria vita vengono messi in discussione.

Il motto del libro è: “Quando la tua mente è un labirinto, puoi davvero fidarti di te stesso?”

Nel caso di Marco, la risposta è no. Non quando la memoria è così fragile e annebbiata. L’innocenza di una persona buona come Marco può così essere completamente messa in discussione. Nel corso della storia si trasforma continuamente da vittima a possibile colpevole e poi nuovamente da colpevole a vittima, senza che il lettore riesca mai ad aggrapparsi a una risposta completamente sicura.

Daniel, figura ossessiva e disturbante, introduce un ulteriore livello di ambiguità: quale funzione narrativa e simbolica ricopre nel percorso del protagonista?

Daniel rappresenta una delle paure più grandi che una persona possa affrontare nella vita: sentirsi osservata, seguita e controllata anche quando apparentemente non c’è nessuno. Daniel non è semplicemente uno stalker. È ossessionato da Alice e, da semplice follower dei suoi social, diventa progressivamente un’ombra presente e costante, qualcosa che si percepisce quasi a pelle. Il suo ruolo è fondamentale nel libro e introduce una forma di paura diversa da quella di Marco: se Marco deve fare i conti con ciò che accade dentro la propria mente, Daniel rappresenta invece una minaccia che arriva dall’esterno.

Non posso svelare molto altro senza togliere qualcosa alla storia. Posso soltanto dire una cosa: nessuno è davvero al sicuro.

Quale emozione, riflessione o domanda desideri rimanga nel lettore dopo aver attraversato questa storia dove la verità non viene mai consegnata, ma va interpretata?

La verità, nel libro, non è mai davvero tale.

Il lettore viene accompagnato in un viaggio fatto di mistero, dubbi e assenza di certezze, e gli viene chiesto un grande sforzo: lasciarsi andare tra le pagine, raccogliere gli indizi, interpretarli e farli propri. È un vero e proprio viaggio nell’inconscio. Le percezioni cambiano, i ricordi si deformano e ciò che sembra evidente può assumere un significato completamente diverso poco dopo. Non volevo consegnare al lettore una verità definitiva e infatti nessuna certezza verrà confermata da me. Il lettore deve arrivare alla fine con le proprie convinzioni, costruite attraverso ciò che ha visto, intuito e deciso di credere. Durante la storia gli vengono offerte diverse possibilità di interpretazione e ogni scelta può cambiare radicalmente il modo in cui viene letto il finale.

La domanda che vorrei rimanesse, una volta chiuso il libro, è questa: quanto possiamo fidarci della verità, quando siamo noi stessi a costruirla?


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