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“L’autrice desidera esprimere la sua più sincera gratitudine per gli apprezzamenti rivolti ai progetti presentati sul suo sito, accolti con interesse anche su canali esteri. Il riconoscimento ricevuto costituisce per lei un prezioso incoraggiamento a proseguire con passione e dedizione nel percorso creativo intrapreso.”

martedì 15 settembre 2026

Intervista a Anna Rita Pani – intervista a cura di Gioia Lomasti, in collaborazione con Vetrina delle Emozioni per il progetto 100 Libri d’Autore, Volume 1

 



Anna Rita Pani nasce a Cagliari nell’aprile del 1976 e cresce ad Assemini, dove tuttora vive. Diplomata al Liceo Artistico, unisce all’amore per il disegno e la pittura sacra anche quello per il canto e la scrittura, trovando in quest’ultima la sua vera vocazione. Vincitrice di premi letterari nazionali e internazionali, ha firmato racconti premiati come Il luogo perfetto, Il bambino che non sapeva giocare, La sedia rossa, Dove svaniscono i ricordi, solo per citarne alcuni. Diversi suoi testi sono presenti in antologie, e nel 2025 pubblica la sua prima raccolta di racconti brevi, Ciò che ho non mi appartiene – La sedia rossa e altri racconti, edita da PAV Edizioni. A lei va il nostro sincero ringraziamento per la disponibilità e per il contributo culturale che offre con sensibilità, talento e dedizione.

Il tuo percorso artistico nasce dal Liceo Artistico e si intreccia con pittura, canto e scrittura: in che modo queste forme espressive dialogano tra loro nella tua identità creativa?

Prima di tutto grazie per avermi accolta in questo spazio così ricco di idee e cultura. Fin da piccola, sono sempre stata attratta dall'arte, che percepisco come un’espressione dell’anima, come un dono ricevuto che deve essere a sua volta donato, condiviso, e che ha nel suo profondo una scintilla divina. «Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani», affermava San Giovanni Paolo II nella Lettera agli Artisti. Nel mio libro Ciò che ho non mi appartiene – La sedia rossa e altri racconti, musica, pittura e scrittura si sono costantemente intrecciate: la prima è per me compagna fondamentale nello scrivere, aiutandomi a vivere gli stati d’animo dei miei protagonisti, esattamente come una colonna sonora evidenzia le scene di un film. E la pittura mi ha permesso di dar vita alla copertina, nella quale ho voluto inserire alcuni dettagli ritrovabili nei racconti e nella mia vita. Ritengo che l’arte sia formata da mille sfumature che non si escludono a vicenda, ma possono anzi dar corpo a una bellezza sublimata capace di arrivare nel cuore delle persone.

Hai trovato nella scrittura la tua vera passione: quando hai compreso che la parola sarebbe diventata il tuo mezzo principale di espressione?

La scrittura è la mia voce: ho sempre scritto, fin da bambina. Diari, appunti, fiumi di lettere… Sono cresciuta così. È difficile che io esca senza avere con me carta e penna. È un qualcosa che mi viene naturale e non c’è stato un momento specifico nel quale lo ho compreso. È terapeutico, mi aiuta a prendere atto delle mie emozioni, avvicinandomi a quelle degli altri, e non potrei farne a meno.

I tuoi racconti premiati affrontano spesso temi profondi e universali: come nasce l’ispirazione per storie come Il luogo perfetto o La sedia rossa?

Viviamo in un mondo ossessionato dalla perfezione, dove tutto deve essere stereotipato. Ma la realtà è diversa. Mi piace parlare delle emozioni, della fragilità, di tutti quegli aspetti che, spesso, si fatica a esternare. L’ispirazione è la vita quotidiana: una parola, un’immagine, una musica. La sedia rossa, ad esempio, nacque di getto: mi trovavo in cimitero e vidi una sedia il cui colore spiccava rispetto al resto. Come la nebbia sull'acqua, invece, prese vita dai profumi percepiti durante una passeggiata in montagna; L’anello, appunto, da un anello visto in una vetrina di una bottega orafa in un quartiere storico di Cagliari. Potrei continuare, perché ogni racconto ha avuto la sua ispirazione, la sua scintilla vitale.



Molti tuoi testi sono stati selezionati per antologie nazionali e internazionali: cosa rappresenta per te vedere le tue parole condivise in contesti così diversi?

Mi piace sapere che i miei racconti possano essere letti. Mi piace pensare che qualcuno che non conosco possa ritrovarsi in quelle storie e, magari, sentirsi meno solo: la fragilità spaventa e, purtroppo, è ancora troppo spesso vista come un qualcosa di sbagliato, che vada nascosto. I miei protagonisti la mostrano, a volte hanno vite difficili, ma ci passano dentro senza fuggire, senza fingere di essere ciò che non sono, esternando la propria anima così com’è, senza filtri. Mi è capitato di essere contattata da qualcuno che, quasi per caso, aveva letto un mio testo e si era ritrovato in quelle parole, e questa è per me la soddisfazione più grande.



Nel 2025 hai pubblicato la tua prima raccolta di racconti brevi: quale significato personale ha per te Ciò che ho non mi appartiene – La sedia rossa e altri racconti?

Ho sempre scritto per me, non pensavo di pubblicare un libro. Poi diverse persone che avevano letto alcuni miei racconti iniziarono a chiedermi perché non ne facessi una raccolta. E così, molto serenamente, lavorai al progetto, mettendone insieme una trentina. La proposta della PAV Edizioni, la mia casa editrice che ringrazio per aver creduto in me, è arrivata quasi subito e, da lì è partita questa avventura. Ciò che ho non mi appartiene non è semplicemente il titolo della mia raccolta, ma la frase che mio fratello Don Luciano Pani, improvvisamente scomparso nel 2018, mi ripeteva sempre e che, negli anni, è divenuta per me una verità fondamentale sulla quale baso la mia vita. Il mio libro è per me condivisione: ha al suo interno racconti di pura fantasia, ma anche altri biografici e autobiografici. È uno scambio fra me i lettori, con i quali so di condividere difficoltà, imperfezioni, amori.

SEGNALAZIONE LETTERARIA
PROGETTO 100 LIBRI D'AUTORE VOL 1


Il tuo percorso è costellato di premi e riconoscimenti: come vivi questi traguardi e in che modo influenzano la tua crescita come autrice?

Non ho un grande spirito competitivo, non ho mai partecipato ai concorsi con la smania di vincere. Mi piace mettermi in gioco, vedere come ciò che scrivo è accolto o meno da chi leggerà. È un modo di mettermi alla prova. Certo, vedere apprezzata una propria creazione è sempre una gioia, ma nessun dramma se questo non accade. Ricordo un concorso nel quale arrivai seconda: fui felicissima di sapere chi vinse il primo posto, perché era un’autrice di cui stimavo la delicata profondità. I concorsi possono essere uno stimolo, un mettersi in gioco. Si arriva sul podio? Benissimo! Ma se non accade, si può sempre migliorare.

Guardando al futuro, quale messaggio desideri trasmettere ai lettori che si avvicinano alle tue opere e alla tua sensibilità narrativa?

Vorrei che le persone non si sentissero perse, che percepissero come, da qualche parte, possa esistere qualcuno che sta camminando sui loro stessi passi. La fragilità non ci rende sbagliati, e iniziare a prenderne consapevolezza, può aiutarci a sentirci un po’ meno soli.



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