Anna Rita Pani nasce a Cagliari nell’aprile del 1976 e cresce ad Assemini, dove tuttora vive. Diplomata al Liceo Artistico, unisce all’amore per il disegno e la pittura sacra anche quello per il canto e la scrittura, trovando in quest’ultima la sua vera vocazione. Vincitrice di premi letterari nazionali e internazionali, ha firmato racconti premiati come Il luogo perfetto, Il bambino che non sapeva giocare, La sedia rossa, Dove svaniscono i ricordi, solo per citarne alcuni. Diversi suoi testi sono presenti in antologie, e nel 2025 pubblica la sua prima raccolta di racconti brevi, Ciò che ho non mi appartiene – La sedia rossa e altri racconti, edita da PAV Edizioni. A lei va il nostro sincero ringraziamento per la disponibilità e per il contributo culturale che offre con sensibilità, talento e dedizione.
Il tuo percorso artistico nasce dal Liceo Artistico e
si intreccia con pittura, canto e scrittura: in che modo queste forme
espressive dialogano tra loro nella tua identità creativa?
Prima di tutto grazie per avermi accolta in questo
spazio così ricco di idee e cultura. Fin da piccola, sono sempre stata attratta dall'arte, che percepisco come un’espressione dell’anima, come un dono ricevuto
che deve essere a sua volta donato, condiviso, e che ha nel suo profondo una
scintilla divina. «Nessuno meglio di voi
artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con
cui Dio, all'alba della creazione, guardò all'opera delle sue mani»,
affermava San Giovanni Paolo II nella Lettera
agli Artisti. Nel mio libro Ciò che
ho non mi appartiene – La sedia rossa e altri racconti, musica, pittura e
scrittura si sono costantemente intrecciate: la prima è per me compagna
fondamentale nello scrivere, aiutandomi a vivere gli stati d’animo dei miei
protagonisti, esattamente come una colonna sonora evidenzia le scene di un
film. E la pittura mi ha permesso di dar vita alla copertina, nella quale ho
voluto inserire alcuni dettagli ritrovabili nei racconti e nella mia vita.
Ritengo che l’arte sia formata da mille sfumature che non si escludono a
vicenda, ma possono anzi dar corpo a una bellezza sublimata capace di arrivare
nel cuore delle persone.
Hai trovato nella scrittura la tua vera passione:
quando hai compreso che la parola sarebbe diventata il tuo mezzo principale di
espressione?
La scrittura è la mia voce: ho sempre scritto, fin da
bambina. Diari, appunti, fiumi di lettere… Sono cresciuta così. È difficile che
io esca senza avere con me carta e penna. È un qualcosa che mi viene naturale e
non c’è stato un momento specifico nel quale lo ho compreso. È terapeutico, mi
aiuta a prendere atto delle mie emozioni, avvicinandomi a quelle degli altri, e
non potrei farne a meno.
I tuoi racconti premiati affrontano spesso temi
profondi e universali: come nasce l’ispirazione per storie come Il luogo
perfetto o La sedia rossa?
Viviamo in un mondo ossessionato dalla perfezione,
dove tutto deve essere stereotipato. Ma la realtà è diversa. Mi piace parlare
delle emozioni, della fragilità, di tutti quegli aspetti che, spesso, si fatica
a esternare. L’ispirazione è la vita quotidiana: una parola, un’immagine, una
musica. La sedia rossa, ad esempio,
nacque di getto: mi trovavo in cimitero e vidi una sedia il cui colore spiccava
rispetto al resto. Come la nebbia sull'acqua,
invece, prese vita dai profumi percepiti durante una passeggiata in montagna; L’anello, appunto, da un anello visto in
una vetrina di una bottega orafa in un quartiere storico di Cagliari. Potrei
continuare, perché ogni racconto ha avuto la sua ispirazione, la sua scintilla
vitale.
Molti tuoi testi sono stati selezionati per antologie
nazionali e internazionali: cosa rappresenta per te vedere le tue parole
condivise in contesti così diversi?
Mi piace sapere che i miei racconti possano essere letti. Mi piace pensare che qualcuno che non conosco possa ritrovarsi in quelle storie e, magari, sentirsi meno solo: la fragilità spaventa e, purtroppo, è ancora troppo spesso vista come un qualcosa di sbagliato, che vada nascosto. I miei protagonisti la mostrano, a volte hanno vite difficili, ma ci passano dentro senza fuggire, senza fingere di essere ciò che non sono, esternando la propria anima così com’è, senza filtri. Mi è capitato di essere contattata da qualcuno che, quasi per caso, aveva letto un mio testo e si era ritrovato in quelle parole, e questa è per me la soddisfazione più grande.
Nel 2025 hai pubblicato la tua prima raccolta di
racconti brevi: quale significato personale ha per te Ciò che ho non mi
appartiene – La sedia rossa e altri racconti?
Ho sempre scritto per me, non pensavo di pubblicare un
libro. Poi diverse persone che avevano letto alcuni miei racconti iniziarono a
chiedermi perché non ne facessi una raccolta. E così, molto serenamente,
lavorai al progetto, mettendone insieme una trentina. La proposta della PAV
Edizioni, la mia casa editrice che ringrazio per aver creduto in me, è arrivata
quasi subito e, da lì è partita questa avventura. Ciò che ho non mi appartiene non è semplicemente il titolo della
mia raccolta, ma la frase che mio fratello Don Luciano Pani, improvvisamente
scomparso nel 2018, mi ripeteva sempre e che, negli anni, è divenuta per me una
verità fondamentale sulla quale baso la mia vita. Il mio libro è per me
condivisione: ha al suo interno racconti di pura fantasia, ma anche altri
biografici e autobiografici. È uno scambio fra me i lettori, con i quali so di
condividere difficoltà, imperfezioni, amori.
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| SEGNALAZIONE LETTERARIA PROGETTO 100 LIBRI D'AUTORE VOL 1 |
Il tuo percorso è costellato di premi e
riconoscimenti: come vivi questi traguardi e in che modo influenzano la tua crescita
come autrice?
Non ho un grande spirito competitivo, non ho mai
partecipato ai concorsi con la smania di vincere. Mi piace mettermi in gioco,
vedere come ciò che scrivo è accolto o meno da chi leggerà. È un modo di
mettermi alla prova. Certo, vedere apprezzata una propria creazione è sempre
una gioia, ma nessun dramma se questo non accade. Ricordo un concorso nel quale
arrivai seconda: fui felicissima di sapere chi vinse il primo posto, perché era
un’autrice di cui stimavo la delicata profondità. I concorsi possono essere uno
stimolo, un mettersi in gioco. Si arriva sul podio? Benissimo! Ma se non
accade, si può sempre migliorare.
Guardando al futuro, quale messaggio desideri
trasmettere ai lettori che si avvicinano alle tue opere e alla tua sensibilità
narrativa?
Vorrei che le persone non si sentissero perse, che
percepissero come, da qualche parte, possa esistere qualcuno che sta camminando
sui loro stessi passi. La fragilità non ci rende sbagliati, e iniziare a
prenderne consapevolezza, può aiutarci a sentirci un po’ meno soli.

