In collaborazione con Vetrina delle Emozioni per il progetto culturale 100 Libri d’Autore, diretto da Gioia Lomasti ed Emanuele Marcuccio - [Contenuto parzialmente generato con l'ausilio di IA]"
Nell’alveo delle voci che attraversano la narrativa contemporanea, 100 Libri d’Autore accoglie con autentico piacere l’ingresso di un autore che unisce precisione tecnica e immaginazione visionaria. La scrittura di Matteo Giuseppe Ferro si muove tra mondi sospesi, dove la luce diventa materia narrativa e il fantastico si intreccia con la cura artigianale del dettaglio. Ringraziamo l’autore per aver accolto il nostro invito e per aver condiviso con noi il suo percorso creativo, offrendo ai lettori un’opera che apre una trilogia dal respiro ampio e dalla forte identità stilistica.
Matteo Giuseppe Ferro, quarantenne originario di Palermo e residente a Cremona, è perito industriale con specializzazione in informatica e operaio metalmeccanico. Fin dall’infanzia coltiva una profonda passione per la scrittura, nata tra i banchi di scuola «giocando con le sfumature del dizionario dei sinonimi e dei contrari e componendo le prime poesie» . La manualità e la precisione del suo lavoro quotidiano si fondono con la sua vena creativa, dando vita a storie che esplorano i confini del fantastico, dello steampunk e del solarpunk. I custodi della luce vuota segna il suo esordio nella narrativa ed è il primo capitolo di una trilogia. Quando non scrive, si dedica alla fotografia.
Matteo, il tuo esordio narrativo nasce dall’incontro tra precisione tecnica e immaginazione fantastica. In che modo la tua esperienza professionale ha influenzato la costruzione dei mondi che racconti? Lavorare nel settore metalmeccanico e avere una formazione tecnica in campo informatico ti porta inevitabilmente a ragionare per sistemi, ingranaggi e logiche causa‑effetto. Nella costruzione di un mondo fantastico che unisce suggestioni steampunk e solarpunk, questa impostazione mi ha aiutato a dare coerenza strutturale a ciò che è inventato. La magia o la tecnologia alternativa non sono mai elementi gratuiti, ma rispondono a regole interne ben precise, quasi meccaniche, che i personaggi devono rispettare e subire.
Nel documento biografico racconti che la tua passione per la scrittura nasce tra i banchi di scuola. Qual è stato il momento in cui hai percepito che quella inclinazione poteva trasformarsi in un progetto narrativo compiuto? È accaduto quando ho capito che i giochi con le parole, iniziati da ragazzino tra i banchi di scuola sfogliando i dizionari e componendo le prime piccole poesie, non bastavano più a contenere le storie che avevo in testa. Il passaggio è stato naturale: a un certo punto le immagini e i mondi che immaginavo pretendevano uno spazio più ampio, una trama complessa e dei personaggi che avessero il tempo di evolvere. È lì che l’inclinazione, col tempo, è diventata un romanzo vero e proprio.
Il tuo romanzo esplora dimensioni steampunk e solarpunk, generi che richiedono una forte coerenza interna. Come hai lavorato sull’equilibrio tra invenzione e struttura? Ho cercato di bilanciare l’estetica e la funzionalità del mondo narrato. Lo steampunk porta con sé la densità della materia, il ferro, il bronzo, gli ingranaggi e il peso di una civiltà industriale; il solarpunk introduce invece una visione più ecologica, luminosa e armonica. Il segreto è stato trattare entrambi i mondi con rigore logico: ogni elemento tecnologico o ambientale ha una sua storia e un suo impatto sulla vita dei protagonisti, evitando che l’ambientazione diventasse un semplice fondale decorativo.
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“I custodi della luce vuota” apre una trilogia. Quale visione guida questo arco narrativo e quale ruolo ha la luce — vuota, piena, trasformata — nella tua poetica? L’intera trilogia nasce dal desiderio di esplorare il rapporto tra l’essere umano e le risorse che lo circondano, materiali e spirituali. La luce nel romanzo non è un elemento puramente fisico, ma una metafora della consapevolezza e della conoscenza. La “luce vuota” evoca un paradosso: qualcosa che apparentemente illumina ma che, a un livello più profondo, rivela mancanze, disillusioni o verità che i personaggi devono imparare ad accettare e trasformare per poter cambiare il proprio destino.
La fotografia accompagna il tuo tempo libero. C’è un legame tra lo sguardo fotografico e la tua scrittura? Le immagini influenzano la costruzione delle scene? Il legame è fortissimo. La fotografia ti insegna l’importanza dell’inquadratura, della luce, della messa a fuoco e dei dettagli che sfuggono a un primo sguardo distratto. Quando scrivo, spesso adotto lo stesso procedimento: visualizzo la scena come se dovessi scattarla o riprenderla con la macchina fotografica, curando la scenografia, i chiaroscuri e la distanza emotiva tra il lettore e l’azione.
Il fantastico è spesso un modo per parlare del reale attraverso altre forme. Quale messaggio, o quale domanda, desideri che il lettore porti con sé dopo aver attraversato il tuo primo romanzo? Vorrei che alla fine della lettura restasse una domanda sulla responsabilità delle proprie scelte. I mondi che raccontiamo, per quanto fantastici e lontani, riflettono le tensioni, le fragilità e le contraddizioni del nostro presente. Spero che il lettore, chiuso il libro, si ritrovi a riflettere su come l’equilibrio tra uomo, tecnologia e natura non sia un concetto astratto, ma una direzione da scegliere ogni giorno.
Quando hai ideato per la prima volta Aethelgard e qual è stata l’intuizione scatenante che ti ha spinto a dare vita a questo mondo distopico? L’idea è nata osservando il modo in cui la nostra società moderna consuma tutto voracemente, comprese le informazioni, la cultura e il passato. Mi sono chiesto: cosa succederebbe se una civiltà non si nutrisse di petrolio o carbone, ma letteralmente della storia umana? Da lì ho visualizzato Aethelgard, una città sospesa che vive di un “cannibalismo temporale”, bruciando i ricordi trasportati dalla luce della stella madre per tenere accesi i reattori. Volevo un’ambientazione che unisse il fascino decadente dello steampunk a una profonda riflessione ecologica.
Il concetto di “Luce Vuota” è uno degli elementi più spaventosi e affascinanti del romanzo. Come hai lavorato sulla transizione atmosferica per rendere il passaggio dalla luce calda alla cenere mnemonica così palpabile per il lettore? Volevo che la perdita della luce non fosse un semplice dato tecnico, ma un’esperienza sensoriale e opprimente. Ho cercato di descrivere il freddo che sale, il rumore metallico dei reattori che singhiozzano e soprattutto la cenere grigia che cade incessantemente nei bassifondi. Quella cenere non è semplice sporcizia: rappresenta i frammenti sbiaditi di vite umane che nessuno ricorderà più, un elemento visivo che opprime i personaggi e dà subito la misura della catastrofe in corso.
La geografia del libro spazia dai cantieri di rifrazione alla Fossa dei Sospiri, fino alla Città Specchio di Oria e alla Fortezza della Notte. Qual è stata la parte più complessa da bilanciare nella costruzione di questo ecosistema? La sfida maggiore è stata mantenere la coerenza scientifica ed emotiva della “risonanza”. Volevo che la tecnologia non sembrasse magia gratuita, ma qualcosa di meccanico, vibrante e imperfetto. Luoghi come Oria sono nati per dare un respiro storico e monumentale a questo mondo, dimostrando che c’era un passato glorioso che è stato deliberatamente nascosto e occultato dal potere centrale per giustificare il saccheggio energetico.
Parliamo del trio protagonista: Kaelen, Valen e Astraya. Ognuno rappresenta una via completamente diversa per affrontare la crisi. Come si è evoluta la loro dinamica di gruppo durante la stesura? All’inizio sono quasi costretti a stare insieme per sopravvivere, ognuno imprigionato nei propri dogmi o nelle proprie ferite. Kaelen rappresenta la tecnica, la precisione e la ricerca dell’armonia; Valen incarna il trauma, il cinismo e la reazione fisica ed estrema alla violenza del sistema; Astraya, invece, è la custode della conoscenza pura. La loro forza narrativa sta nel fatto che nessuno di loro ha ragione da solo: devono necessariamente fondere le proprie prospettive e superare le diffidenze iniziali per trovare una via d’uscita comune.
Kaelen Vane è un ingegnere che usa un diapason di bronzo e quarzo. Perché hai scelto proprio il suono e la frequenza come chiave tecnologica principale del libro? Perché il suono è invisibile, sfuggente, ma ha un impatto fisico devastante o rigenerante, esattamente come la memoria. Volevo che Kaelen non premesse semplici bottoni o digitasse codici asettici, ma dovesse “ascoltare” il mondo e accordarsi con esso. Il diapason diventa così un’estensione della sua anima, il suo modo di ristabilire una connessione empatica con la materia in un mondo sordo e meccanico.
Dall’altra parte, Valen Cross porta il peso della diserzione e del rimorso per ciò che i Guardiani del Raggio hanno fatto a Sol‑Oasis. Quanto è stato importante dare spazio a un personaggio moralmente complesso? È stato fondamentale. Non volevo eroi senza macchia o idealisti ingenui. Valen è sporco di polvere, disilluso e segnato da colpe reali; ha eseguito ordini ingiusti prima di aprire gli occhi e voltare le spalle al sistema. La sua redenzione non arriva cancellando il passato, ma accettando di usarlo come bussola per proteggere gli altri, trasformandosi nello scudo di chi non può difendersi.
Sul fronte opposto troviamo il Capitano Ravel e il Consiglio, che portano avanti il famigerato Progetto Genesis. Credono davvero di fare la cosa giusta per Aethelgard? Assolutamente sì, e questo credo li renda antagonisti molto più temibili e tridimensionali. Ravel non è cattivo per il gusto di esserlo; è un dogmatico convinto che, per salvare l’élite e la civiltà dal collasso imminente, sia necessario compiere dei “sacrifici”, ovvero prosciugare le province periferiche. È la quintessenza del potere burocratico e militare che sacrifica il futuro degli altri per preservare il proprio presente.
Qual è il confine tra memoria e consumo in questo libro? C’è un messaggio sociale o ecologico nascosto dietro le pagine? Il libro riflette molto sul nostro rapporto con le risorse e con la storia. Oggi consumiamo il pianeta e le informazioni come Aethelgard consuma i ricordi: voracemente, senza curarci di chi verrà dopo, riducendo tutto a scorie grigie. Il messaggio di fondo è che la memoria — e con essa l’identità — non può essere mercificata o bruciata per alimentare i privilegi di pochi, perché cancellare il passato significa privare le generazioni future di qualsiasi radice.
C’è una scena in particolare, durante la stesura, che ti ha richiesto più fatica emotiva o tecnica? Sicuramente le sequenze all’interno del Vortice di Cenere e i flashback interiori di Valen. Mettere su carta il senso di disorientamento, la claustrofobia e il vuoto di chi vede svanire i propri ricordi familiari ha richiesto un lavoro di cesello molto intenso sulla lingua, per evitare che diventasse un semplice effetto speciale visivo e restituire invece il dramma umano.
Il libro si chiude su un cliffhanger potentissimo, con la Marea Arcana pronta a invertire la rotta alla Fortezza della Notte. Come vedi l’evoluzione di questo universo nei prossimi volumi? Questo primo volume chiude l’arco della presa di coscienza, della scintilla iniziale e della fuga. Nei prossimi libri, la posta in gioco si alzerà ulteriormente: l’inversione d’eco non risolverà tutto magicamente in un istante, ma aprirà le porte a un mondo che deve fare i conti con la verità, ricostruendosi dalle fondamenta senza la stampella dei ricordi rubati e affrontando le resistenze di chi non vuole perdere il proprio potere.
Se dovessi lasciare ai lettori un’unica frase, un’eredità emotiva dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, quale sarebbe? Vorrei che restasse l’idea che il passato non è un combustibile da bruciare per scaldarsi oggi, ma la radice profonda senza cui nessun futuro può sperare di crescere.

