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“L’autrice desidera esprimere la sua più sincera gratitudine per gli apprezzamenti rivolti ai progetti presentati sul suo sito, accolti con interesse anche su canali esteri. Il riconoscimento ricevuto costituisce per lei un prezioso incoraggiamento a proseguire con passione e dedizione nel percorso creativo intrapreso.”

lunedì 7 settembre 2026

Intervista a Ornella Mamone Capria a cura di Gioia Lomasti

 


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Intervista a cura di Gioia Lomasti in collaborazione con Vetrina delle Emozioni per 100 Libri d’Autore, progetto culturale a cura di Gioia Lomasti ed Emanuele Marcuccio

Ringraziamo con sincera stima Ornella Mamone Capria per aver accolto questa intervista dedicata alla sua opera Il Corpo Scrive, una raccolta poetica di forte impronta sperimentale che attraversa il confine tra poesia, filosofia, semiologia e neuroscienze. Il libro mette in scena il corpo ferito da una grave lesione cerebrale come testo frammentario, interrogando la persistenza della soggettività quando la parola si interrompe e il corpo sembra ridursi al silenzio. La scrittura diventa spazio di resistenza, di cura e di ascolto, capace di trasformare il dolore in un dispositivo di pensiero.

Ornella Mamone Capria è una poetessa caratterizzata da una costante ricerca di nuove forme espressive. La sua opera attraversa emozioni, riflessioni sociali e filosofiche, spesso incarnate anche in installazioni poetiche realizzate con materiali di recupero. La sua formazione scientifica si intreccia con la passione per la poesia, coltivata attraverso gli insegnamenti di Giovanni Sapia, Daniele Giancane, Valerio Massaroni, Marco Giovenale e la frequentazione artistica con Ombretta Gazzola. È presente su Wikipoesia e inclusa nei progetti dell’artista Giovanna: Poetry Sound Library (mappa sonora poetica mondiale) e Poesia nel bosco di Hertford. Tra le sue pubblicazioni: Vincerete Sempre (con due ristampe nel 2013 e 2015); la plaquette Insieme a voi in un arco di terra (2024); NDËRMJET TOKAVE dhe HORIZONTEVE (2025); Il Corpo Scrive (2025). È inclusa in numerose antologie di poesia, teatro e scrittura contemporanea; suoi testi sono ospitati su blog letterari come Samideano, La Recherche e Multiperso di Carlo Sperduti. Pur avendo ricevuto premi e riconoscimenti, li considera occasioni di crescita e confronto. È co-redattrice della rivista poetica La Vallisa, fa parte dell’Università della Poesia “Jean Ramon Jimenez” diretta da Daniele Giancane, ed è inclusa nel progetto poetico calabrese Il Solco. La sua poetica è stata recensita da Giovanni Sapia, Gennaro Mercogliano, Eugenio Nastasi, Angela Costanzo e Pino Veltri.


INFO ORDINI

Quale impulso interiore ti ha guidato nella scelta di trasformare un’esperienza biografica dolorosa in un’opera poetica che attraversa neuroscienze, filosofia e linguaggio?

La consapevolezza che la neuroplasticità vada stimolata fin dai primi momenti del trauma, unita a una ferma determinazione, ha trasformato questo principio biologico in una risorsa vitale per non cedere di fronte a una grave lesione cerebrale, proprio quando i canali espressivi tradizionali — come la parola o il movimento volontario — venivano meno o si distorcevano. Questi ultimi tendono a registrare un'interruzione e a scambiare il silenzio o la stasi per un vuoto assoluto di significato. Seppure inizialmente quel corpo mi desse l'impressione di un sistema informatico in tilt — un meccanismo bloccato da un bug che sembrava consegnare tutto unicamente ai protocolli medici —, ho presto realizzato che, pur nella sua frammentarietà o nello stato di incoscienza, esso custodiva una trama di segnali sottili ed enigmatici. Il respiro, il battito, i riflessi involontari componevano un lessico nascosto, che invocava uno sguardo capace di decifrarlo al di là del freddo orizzonte clinico. Ho quindi compreso che quando la malattia annulla la consueta comunicazione o costringe la persona in un letto (come nel coma o in condizioni di grave compromissione), quel corpo non tace del tutto.Manifesta un modo d'essere unico, fatto di segni corporei che raccontano l'esperienza della vulnerabilità e che chiedono di essere ascoltati nella loro totalità umana, andando ben oltre i parametri clinici degli strumenti diagnostici. Il bisogno viscerale di comprendere un corpo silente ha fatto sì che la scienza e il pensiero filosofico si fondessero spontaneamente, guidati non da un programma intellettuale, ma da una necessità umana ed etica. Ritengo che il corpo malato non debba essere considerato un’entità statica, bensì un sistema dinamico in costante trasformazione; non un oggetto inerte, ma un soggetto potenzialmente dotato della capacità biologica di riorganizzarsi e di cercare vie comunicative inedite. Ho creduto fermamente nella possibilità di una trasformazione non solo esterna, ma profonda, perché la plasticità cerebrale dimostra che l'essere umano può continuare a "scrivere" la propria esistenza anche quando i canali di comunicazione tradizionali sono interrotti. Non ho cercato la filosofia per descrivere il corpo; è stato il corpo, nella sua fragile ed enigmatica verità, a costringermi a cercare una chiave di lettura che andasse oltre la clinica. Il concetto di "corpo-testo" si è configurato così come l'equivalente naturale di quei segnali sottili che ho tentato di leggere, di decifrare. Oggi so che il silenzio di una lesione cerebrale non rappresenta il nulla comunicativo, ma un idioma differente, una lingua segreta e profonda che richiede, più che una diagnosi, un atto di profonda, instancabile presenza attiva.

Come nasce la decisione di strutturare la raccolta in quattro sezioni corrispondenti alle fasi dell’alterazione neurologica e comunicativa, e quale percorso emotivo desideri far compiere al lettore?

La struttura in quattro sezioni di Il Corpo Scrive… nasce da una necessità profonda di riflettere l'evoluzione dell'alterazione neurologica e, parallelamente, di guidare il lettore in un percorso di decodificazione che rispecchi il passaggio dall'incomprensione all'accettazione del diverso e alla sua interpretazione. La scelta di dividere l'opera in quattro parti risponde a una progressione che non è solo clinica, ma fenomenologica:

"La scrittura dell'assenza, il coma" rappresenta lo shock iniziale, il momento in cui la comunicazione tradizionale si interrompe. Se nei primissimi giorni del coma ho quasi delegato ai medici la cura di quel corpo ammutolito, ben presto ho compreso che io e la famiglia avevamo un ruolo cruciale e insostituibile per la sua ripresa. È stato allora che ho scelto di restituirgli la voce, donandogli le parole del quotidiano, quelle capaci di riaccendere il legame con la vita. E ciò proprio quando ci si trovava di fronte alla distorsione o all'assenza dei canali espressivi tradizionali — come la parola o il movimento volontario —, rischiando di scambiare il silenzio o la stasi per un nulla definitivo. Qui lo spazio è bianco della mia scrittura, frammentato, e riflette la sua scrittura, il vuoto apparente insieme al senso di impotenza.

"Modalità scarabocchiale, stato vegetativo" è la fase in cui il silenzio inizia a essere percepito come un idioma differente, fatto di "scarabocchi" (l’apertura degli occhi, il vagare dello sguardo senza inseguire o fissare un obiettivo, smorfie del viso, sussulti o movimenti degli arti scoordinati e afinalistici). La sepsi (reazione sistemica potenzialmente letale scatenata da un'infezione) introduce, in questo caso specifico, un elemento di ulteriore criticità, rendendo il "corpo-testo" ancora più vulnerabile, ma paradossalmente, una volta curata, diventa l’inizio di una ripresa.

"Sul ciglio della neo-scrittura, stato di minima coscienza". La svolta. Il corpo che riprende a muoversi con ritmi fratti, lo sguardo che incrocia un "tango" inatteso, l'apparire di risposte labili, intenzionali e di una grammatica emotiva inedita. Questa "neo-scrittura" emerge dai gesti labili con qualche risposta intenzionale ai comandi.

"Scrittura in via di espansione". È qui che la comunicazione si amplia definitivamente, le venature nuove affiorano in superficie e la bellezza "prende tutti i nomi". In questa fase conclusiva, che rappresenta la fine del libro ma non certo l'evoluzione della persona, il corpo, pur segnato da una drammatica storia di dolore, non ha smesso di esistere. Ha semplicemente riscritto la propria esistenza, ricordandoci che la vita, anche quando si esprime ai margini della convenzione, può trovare una via per farsi ascoltare e interagire. E oggi lui comunica come un tempo, per quanto rallentato, con una voce diversa e nonostante l'attività deambulatoria sia ancora un poco compromessa.

La tua scrittura rifiuta la lirica tradizionale per adottare ritmo spezzato, grafica discontinua e sintassi essenziale: quale funzione poetica attribuisci al vuoto, alla pausa e al silenzio?

Nel mio libro il vuoto, la pausa e il silenzio non sono semplici assenze, diventano forme attive di presenza. Nascono dall’esperienza di un corpo colpito da una grave lesione cerebrale, nel quale la comunicazione non scompare del tutto, ma si sottrae ai codici abituali della parola, della linearità e della sintassi. Il silenzio, dunque, non coincide con il nulla, è un linguaggio ancora da decifrare. Il vuoto rappresenta innanzitutto ciò che non può essere immediatamente letto, è la frattura, l’interruzione, l’assenza di una risposta riconoscibile. Tuttavia, proprio perché non è completamente occupato dal senso, esso apre un campo di possibilità. Nel testo scrivo: «Un vuoto pieno fa emergere l’essenza di qualcosa / che finora non è emerso?». Il vuoto è quindi una soglia, non chiude il significato, lo sospende e lo rende possibile. Questa idea riguarda tanto il corpo malato quanto la poesia. Come il corpo comunica attraverso il respiro, lo sguardo, la rigidità o un movimento minimo, così la pagina comunica attraverso gli spazi bianchi, le interruzioni e le parole isolate. Ciò che manca visibilmente può essere, in realtà, ciò che sollecita maggiormente la percezione del lettore. La pausa sostituisce la metrica tradizionale con una metrica del corpo. Non segue regole fisse, ma il ritmo discontinuo del respiro, del battito, dell’attesa, della reazione minima. Per questo l’enjambement, la riga spezzata e la disposizione irregolare delle parole non sono ornamenti grafici, cercano di riprodurre un organismo che procede per arresti, deviazioni, riprese e improvvise aperture. La poesia si adegua così a un corpo che «scrive sulle righe sbagliate», fuori dagli schemi clinici e dalle classificazioni standardizzate. La pausa diventa il luogo in cui il corpo può sottrarsi alla misura e manifestare una temporalità diversa, non sempre traducibile nei parametri dell’osservazione scientifica. Il silenzio è la forma più radicale della scrittura dell’assenza, ma anche il suo paradosso; quando la parola viene meno, il corpo continua a produrre segni. Un sussulto, una fissità dello sguardo, una variazione del respiro o un irrigidimento possono essere percepiti come tracce di una soggettività ancora presente. Non significa sostituire la voce dell’altro, né pretendere di interpretarla definitivamente. Significa assumere la responsabilità di una lettura partecipe, consapevole dei propri limiti. Il caregiver e il lettore diventano interpreti di un linguaggio muto, ma devono lasciare aperta la possibilità dell’equivoco, dell’opacità e dell’intraducibile. Il vuoto, la pausa e il silenzio costruiscono dunque una poesia relazionale. Chiedono al lettore di rallentare, di ascoltare ciò che normalmente viene considerato rumore o assenza di informazione, di rispettare gli spazi bianchi come luoghi abitati. La pagina non offre un significato già composto, mette il lettore nella condizione di partecipare alla sua formazione. La grafica discontinua è perciò una sorta di partitura neuro-corporea. Essa non rappresenta soltanto la lesione, ma la possibilità di una nuova scrittura, una scrittura non lineare, plurale, fatta di residui, segnali, intervalli e affetti. Il silenzio non è la fine della comunicazione, è il punto in cui la comunicazione cambia codice. 

Neologismi come germi-glifi e germino-glifi introducono una dimensione generativa nel trauma: quale immaginario linguistico e simbolico si apre attraverso queste forme?

Neologismi come germi-glifi e germino-glifi, presenti nella mia opera, aprono una dimensione in cui il trauma non è più vissuto unicamente come una ferita sterile o una chiusura definitiva, bensì come un terreno paradossalmente fecondo e generativo. Analizzando questi termini alla luce dell'immaginario linguistico e simbolico del testo emergono diverse traiettorie fondamentali, e nella metafora del germe il prefisso -germi- evoca immediatamente l'ambito biologico, infettivo e cellulare. Nel contesto dello stato vegetativo e del coma, il trauma irrompe come un agente patogeno o uno shock germico che altera i codici prestabiliti, un vero e proprio impatto in cui la stessa copertura antibiotica, disposta dai medici, si definisce attraverso la polarità estrema del «fuoco e ghiaccio». Nella decostruzione del geroglifico l'accostamento a glifi evoca un sistema di scrittura antico, indecifrabile. Il germi-glifo è dunque un segno malato, un geroglifico infetto e spezzato che sfugge ai protocolli clinici standardizzati e alla logica razionale. Il passaggio alla vita (germino) consente la trasformazione dei germi-glifi in germino-glifi (operata attraverso il rovesciamento e lo sviluppo dei segni), segna il passaggio dall'infezione o dalla paralisi alla germinazione. Il trauma diventa seme poiché il corpo non è più ridotto a un oggetto inerte, ma diventa un terreno grezzo e poroso da cui faticosamente germoglia una neo-scrittura. Il trauma si fa origine di un alfabeto inedito, fatto di respiri, battiti e micro-movimenti che tentano di riscrivere l'esistenza. I germi-glifi e i germino-glifi abitano l'area grigia tra il vuoto e il pieno. Simbolicamente, rappresentano il tentativo di dare parole a ciò che non ha voce, trasformando il silenzio del coma e della lesione cerebrale in un campo aperto di significanti misteriosi. Questa neo-scrittura corporea agisce come un atto di eresia contro la standardizzazione clinica e la linearità del linguaggio verbale, rivendicando la dignità comunicativa e vitale di ogni corpo che resiste al di là della superficie.

In che modo la poesia può diventare spazio di cura, di resistenza e di relazione quando la comunicazione verbale sembra compromessa o ridotta al minimo?

Quando la comunicazione verbale si interrompe o si riduce al minimo — come accade nel trauma cerebrale, nel coma o nelle forme più profonde di altri tipi di sofferenza — la poesia non si limita a descrivere la realtà, ma si trasforma radicalmente in uno spazio vivo di cura, resistenza e relazione. Questo processo si articola attraverso diverse dimensioni fondamentali:

1) La poesia diventa cura quando smette di pretendere risposte immediate o codificate dalla logica razionale. Accoglie il silenzio non come un vuoto sterile o un'assenza definitiva, ma come un campo fertile di significanti misteriosi. Attraverso un’impaginazione frammentata, versi spezzati e ampi spazi bianchi, la poesia imita e rispetta la disarmonia del corpo malato, offrendo una forma di contenimento emotivo che non violenta il dolore con la retorica, ma vi si sintonizza.

2) Di fronte a un sistema medico e burocratico che tende a catalogare il corpo in teorie classificate e protocolli rigidi, la poesia agisce come un atto di insubordinazione. Durante ogni fase della malattia si può lottare contro l'azzeramento dell'individuo, opponendo alla standardizzazione clinica la irriducibile unicità della persona.

3) La poesia crea una zona di contatto invisibile ma potentissima tra il paziente (il corpo-testo) e il caregiver o il lettore-interprete. Si crea un linguaggio multisensoriale poiché la comunicazione non passa più attraverso le parole orali, ma si sposta sui micro-segni (un respiro, il serrare delle labbra, la fissità di uno sguardo, il ritmo incostante di un battito). La poesia fa da traduttrice di questo linguaggio muto, trasformando l'osservatore passivo in un interprete attivo. 

Quale riflessione etica o conoscitiva desideri rimanga nel lettore dopo aver attraversato un’opera che interroga ciò che sopravvive della presenza umana nella frattura del linguaggio?

Mi piacerebbe che i lettori di questo libro, anche quelli che non attraversano questo tipo di problema, comprendessero che il silenzio e l'assenza non sono vuoti sterili da colmare con la compassione pietistica, ma territori complessi che sfidano la logica razionale, esigendo una presenza vigile e attiva da parte del caregiver e del lettore. Questo libro si propone di invitare il lettore — e ripeto, non solo chi vive una situazione simile — a riconoscere la dignità irriducibile dell'esistenza anche là dove i canali di comunicazione tradizionali sono interrotti, unendo la rigorosità della scienza (biologia ed epigenetica) alla forza trasformativa della resilienza. Perché attraverso l'evoluzione della malattia è davvero possibile non solo resistere, ma compiere una vera e propria rinascita, è possibile tornare a rivivere.

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